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Traffico Di Stupefacenti

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138 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Traffico di stupefacenti: fornitore occasionale resta in carcere
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato si difendeva sostenendo di aver svolto solo un ruolo occasionale di fornitore esterno per circa un mese e mezzo, configurando un semplice rapporto di scambio commerciale e non una reale partecipazione al gruppo criminale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che anche una fornitura temporanea ma costante di droga, finalizzata ad alimentare l'attività del gruppo, dimostra la volontà di far parte del sodalizio criminoso. Di conseguenza, la presunzione di pericolosità giustifica la massima misura cautelare in carcere.
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Traffico di stupefacenti: da fornitore a socio di fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di far parte di un'organizzazione dedita al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che l'indagato avesse solo venduto droga in pochi episodi isolati e senza consapevolezza del gruppo criminale. I giudici hanno invece stabilito che un rapporto di fornitura stabile e continuativo, unito a contatti diretti con i vertici del sodalizio e all'uso della forza del gruppo per riscuotere crediti, dimostra la piena partecipazione all'organizzazione. Anche la commissione di singoli reati può provare l'inserimento nel gruppo se l'agente ne sfrutta la struttura. L'appello è stato rigettato con condanna alle spese.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche per aiuti minimi
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza e la saltuarietà dei contatti con il gruppo criminale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per configurare la partecipazione all'associazione non occorre un patto formale né una lunga osservazione delle condotte. È sufficiente un contributo causale anche minimo e limitato nel tempo, purché consapevole e idoneo a rafforzare il sodalizio dedito al traffico di stupefacenti. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: incastrato dai video resta in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. L'uomo è accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti collegata a una cosca mafiosa locale. La difesa contestava la mancanza di prove sulla sua reale partecipazione e sull'attività di coltivazione di cannabis. Tuttavia, i giudici hanno confermato la solidità del quadro accusatorio, basato su intercettazioni telefoniche, servizi di osservazione che lo ritraevano mentre maneggiava munizioni con altri affiliati, e riprese video che ne attestavano la presenza costante nella piantagione. La Suprema Corte ha ribadito la sussistenza delle esigenze cautelari e del pericolo di recidiva, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: il legame con il clan nega la libertà
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per due fratelli, accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti collegata a una nota cosca locale. I giudici hanno ritenuto solidi gli indizi di colpevolezza, basati su appostamenti, sequestri di armi e droga nascoste presso l'abitazione della madre, e intercettazioni telefoniche che svelavano il sostegno economico del clan alle famiglie dei detenuti. La difesa contestava la partecipazione all'associazione e l'aggravante dell'agevolazione mafiosa per i reati minori. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso: la conferma del reato associativo principale rende irrilevante contestare le aggravanti dei reati satellite ai fini della scarcerazione, operando la presunzione di adeguatezza della custodia in carcere. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e della cassa delle ammende.
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Traffico di stupefacenti: la confessione non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per traffico di stupefacenti a carico di due soggetti, un organizzatore e un custode della droga. I giudici hanno respinto il ricorso del custode, che chiedeva lo sconto di pena per il ravvedimento operoso. La sua collaborazione è stata ritenuta tardiva e priva di utilità concreta, poiché si è limitata a confermare elementi già noti alla polizia. La Suprema Corte ha inoltre negato l'attenuante della lieve entità richiesta dall'organizzatore. Nonostante la droga fosse nascosta in modo rudimentale sotto un ulivo e in parte definita solo tramite intercettazioni (droga parlata), l'ingente quantitativo di marijuana (oltre venti chili) e le sistematiche cessioni di cocaina dimostrano un'attività di spaccio professionale e organizzata. Gli imputati perdono il ricorso e dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: da spaccio a reato associativo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di diversi soggetti accusati di far parte di un'organizzazione dedita allo spaccio di droga tra la Germania e l'Italia. Il nucleo della decisione riguarda la configurabilità del reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. I giudici hanno chiarito che per la sussistenza dell'associazione non occorre una struttura complessa, ma basta un minimo di organizzazione stabile e la consapevolezza dei membri di farne parte. È stata inoltre confermata l'aggravante dell'agevolazione mafiosa per i legami con un noto clan locale. La Corte ha rigettato il ricorso principale e dichiarato inammissibili gli altri, confermando in via definitiva le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Traffico di stupefacenti: condannato anche l’intermediario
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due soggetti condannati per traffico di stupefacenti. Il primo ricorrente contestava la mancanza di sequestri diretti e la mancata concessione della lieve entità, mentre il secondo lamentava l'iniquità della pena rispetto ai coimputati che avevano patteggiato in appello. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il primo ricorso, evidenziando che la costante disponibilità del soggetto aveva rafforzato il proposito criminoso del complice, e ha rigettato il secondo, chiarendo che la disparità di pena rispetto a chi sceglie il concordato in appello è giustificata dalla finalità deflattiva di tale rito. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: la Cassazione blinda le condanne
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da diversi imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con l'aggravante delle armi e dell'agevolazione mafiosa. I ricorrenti contestavano l'esistenza del vincolo associativo e i rispettivi ruoli, sostenendo che si trattasse di semplici episodi di concorso occasionale. La Suprema Corte ha invece confermato la solidità dell'impianto accusatorio, evidenziando che l'associazione non richiede la conoscenza reciproca tra tutti i membri, né la prova di ogni singolo spaccio. È sufficiente dimostrare l'accordo, la struttura organizzativa e la continuità dei rapporti, supportati da intercettazioni e servizi di osservazione. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Patto sulla pena e ricorso: stop per traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di diversi imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Cinque di loro avevano concordato la pena in appello, rinunciando ai motivi di gravame, rendendo così nullo il successivo ricorso in Cassazione. Un sesto imputato, detenuto, contestava la sua partecipazione al sodalizio criminoso, sostenendo che la condanna si basasse solo sul suo stato di detenzione. La Suprema Corte ha rigettato la tesi, evidenziando che le intercettazioni telefoniche dimostravano il suo ruolo attivo nel pianificare l'inserimento della compagna nella rete di spaccio, fornendole supporto logistico e istruzioni operative. Tutti i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Traffico di stupefacenti: il fornitore finisce in carcere
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. L'indagato fungeva da stabile canale di approvvigionamento calabrese per un gruppo criminale messinese. La difesa contestava la stabilità del vincolo associativo, la durata limitata dei rapporti (due mesi) e l'uso del termine criptico 'erba' per indicare in realtà cocaina. La Suprema Corte ha confermato la misura cautelare, rilevando che la brevità del rapporto dipendeva solo da un controllo di polizia e che i prezzi e i quantitativi intercettati dimostravano inequivocabilmente il traffico di cocaina. Viene ribadita la doppia presunzione di adeguatezza del carcere per i reati associativi di droga.
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Traffico di stupefacenti: il prestanome perde la casa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, armi e furti. I giudici hanno dichiarato inammissibili quasi tutti i ricorsi, confermando le pesanti pene inflitte in appello e la confisca di un immobile fittiziamente intestato a una terza persona ma riconducibile a uno degli imputati. La Suprema Corte ha chiarito importanti principi: la rinuncia ai motivi d'appello rende definitiva la responsabilità penale; nei reati di gruppo, la desistenza volontaria richiede un ruolo attivo per neutralizzare il crimine; infine, ricalcolare la pena per un singolo reato dopo un'assoluzione parziale non viola il divieto di riforma in peggio, purché la sanzione complessiva non aumenti. Il ricorso di un imputato parzialmente assolto è stato rigettato.
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Traffico di stupefacenti: ordini dal carcere e pene confermate
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di quattro imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il principale ricorrente contestava l'attribuzione del ruolo di capo e promotore, basata su intercettazioni in carcere. La Suprema Corte ha chiarito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e non può essere sindacata in sede di legittimità, salvo travisamento della prova. Gli altri ricorrenti lamentavano la mancata concessione del massimo sconto di pena per le attenuanti generiche e la carenza di motivazione sugli aumenti per la continuazione. La Cassazione ha confermato la legittimità delle decisioni dei giudici d'appello, ritenendo le pene congrue e proporzionate alla gravità dei fatti. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: no al carcere se mancano le prove
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia in carcere emessa nei confronti di un'indagata accusata di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva precedentemente escluso la gravità indiziaria per i singoli episodi di cessione di droga, ma aveva confermato la misura per il reato associativo. La Suprema Corte ha stabilito che, una volta venuti meno gli indizi relativi alle singole forniture, crolla automaticamente il presupposto della partecipazione dell'indagata al sodalizio criminale. La condotta di richiedere con forza il pagamento di una fornitura non basta a dimostrare l'inserimento stabile nella struttura criminale o il vincolo associativo. Il caso è stato rinviato al Tribunale per un nuovo esame.
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Traffico di stupefacenti: quando l’acquisto diventa associazione
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Ricorrente, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Le indagini, basate su intercettazioni e videoriprese, hanno svelato un sodalizio criminale dedito allo spaccio. Il Ricorrente sosteneva di essere un semplice acquirente esterno. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che i suoi acquisti costanti e a credito dal capo del gruppo dimostravano un rapporto stabile e duraturo. Questo legame supera la semplice compravendita e configura una vera e propria partecipazione all'organizzazione. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare per l'elevato pericolo di recidiva e la mancanza di elementi che dimostrino una rottura dei legami con il clan.
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Traffico di stupefacenti: quando la complicità supera la presenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di diversi soggetti condannati per il reato di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere. Tra i casi esaminati, spicca la posizione di una donna che chiedeva l'assoluzione invocando la connivenza non punibile. La Suprema Corte ha chiarito che il suo non è stato un comportamento passivo, avendo attivamente procacciato clienti e organizzato le consegne di marijuana. Inoltre, i giudici hanno escluso la qualificazione dell'associazione come di lieve entità, data la struttura capillare del gruppo e l'ingente quantità di droga movimentata. La decisione conferma le condanne e impone il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Solo fornitore o complice? Carcere per traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente, ritenuto il fornitore stabile di cocaina per un gruppo criminale, contestava la sussistenza del vincolo associativo e l'adeguatezza della misura carceraria rispetto agli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che per configurare la partecipazione al sodalizio non occorre un accordo formale, essendo sufficiente la costante disponibilità a rifornire l'organizzazione con modalità collaudate. Inoltre, la gravità del reato associativo fa scattare la presunzione di adeguatezza del carcere, non superata nel caso di specie anche a causa della precedente latitanza dell'indagato. Il ricorso è stato rigettato.
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Dai domiciliari al carcere: svolta sul traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero contro l'ordinanza che aveva concesso gli arresti domiciliari a un indagato, escludendo l'ipotesi di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto che i rapporti tra i soggetti fossero solo bilaterali e privi di una struttura organizzata comune. La Cassazione ha invece chiarito che per configurare il reato associativo basta un'organizzazione rudimentale e un patto di collaborazione reciproca (affectio societatis), anche facilitato da vincoli familiari. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame che potrebbe ripristinare la custodia in carcere per l'indagato.
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Traffico di stupefacenti: la rete familiare è associazione
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza che concedeva gli arresti domiciliari a un'indagata, escludendo il reato associativo legato al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame riteneva che vi fossero solo rapporti di spaccio bilaterali e non una vera organizzazione criminale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore. I giudici hanno chiarito che per configurare l'associazione basta una struttura rudimentale, anche a base familiare. La ripetuta commissione di singoli episodi di spaccio in concorso dimostra l'esistenza del vincolo associativo. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione precedente, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione che potrebbe ripristinare la custodia in carcere.
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Traffico di stupefacenti: amore e affari criminali in famiglia
Il Tribunale del riesame aveva escluso il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti per una donna, compagna del presunto capo di una rete di spaccio, riqualificando la sua condotta in semplice concorso in spaccio e concedendole i domiciliari. Secondo i giudici territoriali, mancavano una cassa comune e mezzi condivisi. La Procura ha fatto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la decisione con rinvio. La Suprema Corte ha chiarito che i legami familiari non escludono il vincolo associativo, ma possono renderlo più pericoloso. Inoltre, per configurare il reato è sufficiente una stabile comunanza di scopo nel commercio di droga, senza che occorra un'organizzazione complessa o una cassa comune. Ora il Tribunale dovrà rivalutare la posizione della donna.
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