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Terzo Di Buona Fede

18 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Soggetto che, pur essendo proprietario di un bene utilizzato per commettere un reato, è completamente estraneo al fatto illecito e non ha agito con negligenza nel controllo del proprio bene.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Sequestro Preventivo: L’Auto Restituita al Terzo di Buona Fede
Il caso riguarda un'autovettura, originariamente oggetto di sequestro probatorio per un'indagine di appropriazione indebita, poi convertito in sequestro preventivo. Il proprietario attuale del veicolo, un terzo di buona fede che lo aveva acquistato regolarmente, ha ottenuto la restituzione. La Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. La Corte ha ribadito che il sequestro preventivo di un bene di proprietà di un terzo di buona fede è possibile solo se la sua disponibilità attuale può aggravare o protrarre le conseguenze del reato, cosa esclusa in questo caso per l'estraneità del proprietario ai fatti e il suo acquisto lecito.
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Revoca confisca beni mafia: il bar era base operativa, no buona fede
Una donna ha cercato la revoca confisca beni mafia di un bar-pasticceria, confiscato perché usato dal fratello, membro di un'associazione mafiosa. Il Tribunale aveva respinto la sua richiesta. La donna ha presentato ricorso in Cassazione, contestando presunti vizi procedurali nell'udienza e l'errata valutazione della sua posizione di "terzo di buona fede". La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che le procedure erano corrette e che la donna non aveva dimostrato la sua buona fede, dato il ruolo centrale dell'attività commerciale per la cosca. La confisca è stata quindi confermata.
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Sequestro preventivo dell’immobile: no all’uso occasionale
La Procura della Repubblica chiedeva il sequestro preventivo dell'immobile utilizzato da un indagato per custodire e assemblare abbigliamento contraffatto. Il Giudice per le indagini preliminari e il Tribunale del Riesame respingevano la misura. I giudici accertavano la totale assenza di prove sulla titolarità dell'alloggio e sul legame funzionale stabile tra i locali e l'attività illecita. La presenza di merce contraffatta in due soli episodi non dimostrava la trasformazione della casa in una base logistica permanente. Il Pubblico Ministero impugnava la decisione sostenendo che la legge non impone una destinazione stabile del bene. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della pubblica accusa, confermando la piena legittimità del rigetto della misura cautelare reale.
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Revoca ordine di demolizione: vince la sicurezza del territorio
Due cittadini acquistano un terreno con un muro di cinta da un ente religioso, anni dopo una condanna penale inflitta al vecchio proprietario per abuso edilizio. I nuovi acquirenti, terzi in buona fede, chiedono la revoca ordine di demolizione del manufatto. Una perizia tecnica dimostra infatti che il muro sostiene la scarpata stradale e convoglia le acque piovane. Il tribunale rigetta l'istanza senza esaminare la perizia. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei proprietari. La Suprema Corte stabilisce che l'ordine di demolizione deve sempre rispettare il principio di proporzionalità: l'esecuzione non può essere eseguita se l'abbattimento crea un danno concreto e grave all'assetto del territorio. La Corte annulla il provvedimento e rinvia gli atti per una nuova valutazione.
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Sequestro preventivo crediti d’imposta: stop al terzo in buona fede
Un intermediario finanziario ha acquistato da un consorzio edile crediti fiscali derivanti da interventi edilizi agevolati. La Procura ha disposto il sequestro preventivo crediti d'imposta per oltre un milione di euro, accertando che i lavori sottostanti erano del tutto inesistenti e frutto di una truffa aggravata ai danni dello Stato. L'intermediario ha impugnato la misura, sostenendo la propria totale estraneità ai reati e la natura autonoma del credito acquistato in buona fede. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che la cessione ha natura derivativa: il vizio di inesistenza della detrazione originaria si trasmette al credito ceduto. Di conseguenza, il sequestro preventivo impeditivo può legittimamente colpire i beni pertinenti al reato anche se presenti nel cassetto fiscale di un terzo estraneo in buona fede.
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Sequestro preventivo per equivalente: ko la società-schermo
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo per equivalente di somme, azioni e polizze assicurative ai danni di una società in fallimento. L'amministratore era accusato di omessa dichiarazione fiscale per un'altra impresa. Il curatore fallimentare sosteneva che la società fosse un terzo estraneo in buona fede, non ancora esistente all'epoca del reato. Tuttavia, i giudici hanno accertato che la nuova società era un mero clone, una società-schermo creata appositamente dall'amministratore per trasferirvi risorse proprie e utilizzare la stessa struttura e gli stessi operai della precedente. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il sequestro è legittimo se la società costituisce solo uno schermo fittizio dietro cui opera l'indagato.
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Legittimazione al ricorso: il socio perde contro il sequestro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un socio ed ex amministratore di una società a responsabilità limitata contro il sequestro preventivo di un ramo d'azienda. Il ricorrente contestava il provvedimento emesso nell'ambito di un'indagine per bancarotta fraudolenta. La Suprema Corte ha chiarito che la legittimazione al ricorso spetta unicamente a chi ha la rappresentanza legale attuale della società. Il socio di una società di capitali non ha poteri di rappresentanza autonoma, né può vantarli l'ex amministratore che ha perso la carica prima della presentazione del ricorso. Di conseguenza, l'impugnazione è stata dichiarata inammissibile per difetto di rappresentanza, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca impresa mafiosa: quando si salva il socio?
Un imprenditore, socio al 50% di una società immobiliare, si è visto confiscare la propria quota perché l'altro socio era un prestanome di un boss mafioso. Nonostante l'imprenditore fosse stato assolto e avesse usato capitali leciti, la corte territoriale ha qualificato l'azienda come 'impresa mafiosa', giustificando la confisca totale. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che per una confisca impresa mafiosa totale non basta il coinvolgimento di un boss, ma serve la prova che l'intera attività aziendale sia stata asservita agli scopi del clan. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo terzo: motivazione del periculum
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza di sequestro preventivo di un autocarro. Il veicolo, utilizzato per una presunta truffa, apparteneva a un soggetto estraneo ai fatti. La Corte ha stabilito che la motivazione sul 'periculum in mora' era insufficiente, in quanto non spiegava perché la restituzione del bene proprio al terzo proprietario avrebbe creato un rischio concreto di reiterazione del reato. Questo caso chiarisce l'importanza di una motivazione specifica per il sequestro preventivo terzo, non potendo basarsi su generiche presunzioni di pericolosità.
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Diritto di credito del terzo: bene sotto sequestro
La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un'investitrice che chiedeva la restituzione di oro depositato presso una società e poi sottoposto a sequestro preventivo. Il suo diritto di proprietà si è trasformato in un diritto di credito del terzo da far valere nelle procedure concorsuali previste dal Codice Antimafia, non potendo più ottenere il dissequestro del bene specifico, ormai venduto dall'amministratore giudiziario.
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Restituzione controvalore: la via corretta per il terzo
Una terza parte in buona fede ha richiesto la restituzione controvalore di oro, sequestrato a una società e successivamente venduto dall'amministratore giudiziario. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, specificando che la richiesta deve essere presentata all'amministratore giudiziario o al giudice dell'esecuzione, secondo le procedure del Codice Antimafia, e non tramite un appello cautelare.
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Sequestro beni terzi: ricorso inammissibile
Una terza di buona fede, che aveva investito in oro tramite una società, si è vista sequestrare i propri beni. L'oro è stato poi venduto con autorizzazione giudiziaria. La sua istanza di dissequestro del bene o del controvalore è stata respinta. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, specificando che la via corretta non è la richiesta di dissequestro, ma la procedura di insinuazione al passivo prevista dal Codice Antimafia. Il caso chiarisce le procedure a tutela dei terzi nel contesto di un sequestro beni terzi.
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Dissequestro Oro: No al Ricorso del Terzo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un investitore che chiedeva il dissequestro di oro depositato presso una società soggetta a indagini. La decisione si fonda su due punti chiave: la mancanza di interesse ad agire, poiché l'oro era già stato venduto con autorizzazione del giudice, e l'inammissibilità dell'appello originario, in quanto mera riproposizione di istanze già respinte. L'investitore, quindi, non può più rivendicare la proprietà del bene specifico ma solo far valere un diritto di credito all'interno della procedura principale.
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Dissequestro terzo buona fede: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'investitrice, qualificata come terzo di buona fede, che chiedeva il dissequestro di oro depositato presso una società sottoposta a sequestro. La decisione si fonda sull'errata procedura seguita e sulla mancanza di interesse, dato che l'oro era già stato venduto. La Corte ha chiarito che il terzo creditore deve seguire la procedura speciale prevista dal Codice Antimafia per l'accertamento dei crediti, e non la via del dissequestro.
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Dissequestro inammissibile: oro e diritti del terzo
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un investitore per il dissequestro di oro conferito a una società e successivamente venduto dall'amministratore giudiziario. La sentenza chiarisce che il diritto del terzo di buona fede si trasforma in un diritto di credito, da far valere non con l'appello per il dissequestro, ma tramite la procedura di ammissione al passivo prevista dal Codice Antimafia. Il ricorso è stato giudicato inammissibile per mancanza di interesse concreto e attuale.
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Credito del terzo e sequestro: appello inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un investitore che chiedeva la restituzione di oro dato in deposito a una società e poi sottoposto a sequestro. Poiché il bene era stato venduto dall'amministratore giudiziario, il diritto di proprietà si è trasformato in un credito del terzo. La Corte ha stabilito che la tutela di tale credito non può avvenire tramite un'istanza di dissequestro, ma deve seguire la procedura speciale di verifica dei crediti prevista dalla normativa antimafia.
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Dissequestro beni terzi: inammissibile se c’è credito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'investitrice che chiedeva la restituzione di oro, oggetto di un contratto di investimento con una società poi sottoposta a sequestro. La Corte ha stabilito che, una volta che l'amministratore giudiziario ha venduto l'oro, il diritto di proprietà dell'investitrice si è trasformato in un mero diritto di credito. Pertanto, la richiesta di dissequestro beni terzi non è più la via corretta, dovendo l'interessata far valere le proprie ragioni nell'apposita procedura di verifica dei crediti prevista dal Codice Antimafia.
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Dissequestro beni: quando l’appello è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un investitore per il dissequestro beni (oro) precedentemente affidati a una società e poi sottoposti a sequestro. La decisione si fonda sul fatto che, essendo i beni stati venduti dall'amministratore giudiziario, il diritto dell'investitore si è trasformato da diritto di proprietà a un mero diritto di credito. Tale diritto deve essere fatto valere nelle procedure concorsuali previste dal Codice Antimafia, rendendo l'istanza di dissequestro priva di interesse concreto e attuale.
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