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Tentato Omicidio

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344 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Tentato omicidio o minaccia? Benzina e accendino in Cassazione
L'Aggressore ha gettato della benzina addosso alla Vittima tenendo in mano un accendino. La Vittima ha reagito immediatamente per salvarsi, scatenando una colluttazione. I giudici di merito avevano riqualificato il fatto come semplice minaccia grave e lesioni personali, ritenendo che una discussione verbale avesse preceduto l'azione e che l'assenza di fiamme escludesse la volontà di uccidere. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore Generale, evidenziando un grave errore nella ricostruzione dei fatti. La Suprema Corte ha chiarito che gettare liquido infiammabile addosso a una persona tenendo un accendino a distanza ravvicinata integra gli estremi del tentato omicidio. La reazione della vittima non cancella la gravità del gesto. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo processo.
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Tentato omicidio al distributore: no alla legittima difesa
Nel corso di una violenta lite presso un distributore di carburante, l'Aggressore colpisce l'Indagato con ripetuti pugni al volto. Una volta divincolatosi, l'Indagato estrae una pistola clandestina ed esplode tre colpi: i primi alle gambe e l'ultimo, dopo una breve esitazione, direttamente al volto della vittima ormai distante. Il Tribunale del Riesame conferma la custodia cautelare in carcere per il reato di tentato omicidio. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'Indagato. I giudici di legittimit escludono la legittima difesa e l'eccesso colposo, evidenziando che l'ultimo colpo stato sparato quando l'aggressione fisica era ormai cessata e la vittima non rappresentava pi un pericolo immediato. Viene inoltre respinta la richiesta di scarcerazione per motivi di salute (asma), da farsi valere con apposita istanza di revoca o sostituzione della misura e non in sede di riesame.
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Tentato omicidio: il vizio di mente non esclude la condanna
Il Marito ha aggredito la Moglie mentre riposava sul divano, bloccandola e colpendola al collo con un grosso coltello da cucina. L'azione si è interrotta solo grazie alla pronta reazione della donna e all'intervento del Figlio. La difesa ha chiesto di riqualificare il fatto come lesioni personali, sostenendo che il vizio parziale di mente del Marito escludesse l'intenzione di uccidere. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna per tentato omicidio. I giudici hanno chiarito che la parziale infermità mentale riduce la pena ma non cancella la coscienza e la volontà di uccidere (animus necandi), ampiamente dimostrata dalla micidialità dell'arma e dalla zona vitale presa di mira.
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Solo minaccia o intento di uccidere: è tentato omicidio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo accusato di tentato omicidio e ricettazione di arma clandestina. L'indagato aveva esploso due colpi di pistola contro la vittima, che era riuscita a salvarsi solo nascondendosi dietro un'auto. La difesa sosteneva si trattasse di una semplice minaccia aggravata, evidenziando l'assenza di prove balistiche certe sulla traiettoria dei proiettili. I giudici hanno invece confermato la custodia in carcere, valorizzando le riprese video che mostravano l'aggressore sparare a braccio teso ad altezza uomo. La Corte ha ribadito che l'azione era idonea a uccidere e che l'intenzione omicida emergeva chiaramente dalla dinamica ravvicinata dello sparo e dai precedenti rancori familiari. Di conseguenza, la misura cautelare è stata confermata e il ricorrente condannato a pagare le spese processuali.
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Tentato omicidio in auto: condannato anche senza pericolo di vita
Un uomo, dopo una lite in un bar per motivi economici, ha investito intenzionalmente i suoi due fratelli con l'auto a forte velocità, tentando poi di travolgerli nuovamente in retromarcia. Le vittime si sono salvate solo grazie alla loro prontezza di riflessi. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che per configurare il tentato omicidio non è necessario che le vittime abbiano corso un effettivo pericolo di vita o riportato gravi lesioni. Rileva invece l'idoneità dell'azione (l'uso dell'auto come arma) e la chiara volontà di uccidere desumibile dalla reiterazione del gesto. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spari al nonno per una casa: è tentato omicidio e non minaccia
L'Imputato, dopo un contrasto per motivi di proprietà con Il Nonno, è tornato sul posto armato e ha esploso due colpi di pistola ad altezza d'uomo, che si sono conficcati nello stipite della porta da cui la vittima si era affacciata. Assolto in primo grado dal reato di tentato omicidio e condannato per minaccia aggravata, l'uomo è stato successivamente condannato in appello per tentato omicidio. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, rigettando il ricorso della difesa. I giudici hanno stabilito che l'uso di un'arma da fuoco a distanza ravvicinata e la direzione dei colpi ad altezza d'uomo dimostrano l'idoneità dell'azione e il dolo alternativo di uccidere o ferire, escludendo la tesi del semplice intento intimidatorio.
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Tentato omicidio al bingo: le telecamere smentiscono la difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato a quattro anni di reclusione per il reato di tentato omicidio. I fatti traggono origine da una rissa all'interno di una sala bingo, culminata con l'inseguimento e il grave accoltellamento de La Vittima all'esterno del locale. La difesa lamentava l'inutilizzabilità delle dichiarazioni testimoniali rese senza le garanzie difensive. I giudici di legittimità hanno respinto la tesi difensiva, evidenziando che l'impianto probatorio poggiava solidamente sulle riprese delle telecamere di sorveglianza, che mostravano chiaramente la dinamica dell'aggressione. La Cassazione ha confermato la pena, ritenendo inammissibili le censure sulla determinazione della sanzione e sul diniego delle attenuanti generiche, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Tentato omicidio: rissa di gruppo ma la pena cala in Cassazione
Un padre e un figlio sono stati condannati per tentato omicidio in concorso dopo aver aggredito una vittima con dei coltelli. La Corte di Appello aveva aumentato la pena a sette anni e sei mesi di reclusione, applicando l'aggravante della partecipazione di cinque o più persone al reato. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dei difensori. I giudici di legittimità hanno stabilito che la semplice presenza fisica di un gruppo di persone sul luogo dell'aggressione non basta a integrare l'aggravante. È infatti necessario dimostrare il reale contributo materiale e psicologico di almeno cinque partecipanti al reato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente a questa aggravante, rideterminando la pena finale in sette anni di reclusione per entrambi gli imputati.
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Tentato omicidio: condannato anche il complice senza coltello
Una violenta aggressione di gruppo all'esterno di una discoteca culmina nel ferimento con nove coltellate di un giovane, salvatosi solo grazie ai soccorsi. La Corte di Cassazione conferma la condanna per il reato di tentato omicidio per l'aggressore principale e per concorso anomalo per il complice che ha partecipato al pestaggio. I giudici chiariscono che per configurare il tentato omicidio non serve il pericolo di vita effettivo, ma basta l'idoneità dei colpi a uccidere, valutata secondo la sede corporea colpita e l'arma usata. Viene esclusa l'attenuante della provocazione a favore dell'aggravante dei futili motivi, data la sproporzione della reazione. La Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi dei condannati, confermando le pene e condannandoli al pagamento delle spese processuali e del risarcimento.
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Tentato omicidio di gruppo: risponde anche chi dà solo un calcio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due fratelli per concorso in tentato omicidio aggravato. I fatti riguardano una violenta spedizione punitiva di gruppo in cui la vittima è stata colpita alla testa con un cacciavite, subendo gravissime lesioni cerebrali, e poi presa a calci mentre era a terra. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto in lesioni personali e contestava l'utilizzabilità di alcune testimonianze. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che per il tentato omicidio l'intenzione di uccidere si desume dall'uso di armi micidiali contro organi vitali e che il concorso di persone si configura anche agevolando l'aggressione altrui o rafforzandone l'intento criminoso. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Tentato omicidio o lesioni: la Cassazione cancella la condanna
L'Imputato ha colpito La Vittima con due coltellate alla schiena durante una violenta lite. I giudici di merito lo hanno condannato per tentato omicidio, ritenendo sufficiente il fatto che egli avesse accettato il rischio di uccidere la controparte. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. I giudici di legittimità hanno stabilito che il reato di tentato omicidio richiede la reale volontà di uccidere e non la semplice accettazione del rischio della morte della vittima. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rinviato il caso alla Corte di Appello per un nuovo giudizio, imponendo di verificare se l'aggressore volesse effettivamente la morte del rivale o se la sua condotta integrasse soltanto il reato di lesioni personali.
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Tentato omicidio: la gelosia e l’alcol non evitano la condanna
L'Aggressore, spinto da gelosia e sotto l'effetto dell'alcol, ha colpito La Vittima con una coltellata alla zona renale, recidendo vasi sanguigni vitali. La Vittima si è salvata solo grazie a un tempestivo intervento chirurgico d'urgenza. L'Aggressore è stato condannato per tentato omicidio. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando inammissibile il ricorso della difesa. I giudici hanno chiarito che colpire una zona vitale dimostra la chiara intenzione di uccidere (dolo diretto). Inoltre, lo stato di ubriachezza volontaria non esclude la colpevolezza né cancella la gravità del reato. L'Aggressore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Agguato in pieno giorno e tentato omicidio: il carcere è legittimo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la custodia in carcere per i reati di tentato omicidio e porto abusivo d'armi, aggravati dal metodo mafioso. L'Indagato, insieme a un complice, aveva attirato tre persone in un agguato a Palermo, colpendone una con una testata ed esplodendo numerosi colpi di pistola ad altezza uomo. La difesa contestava l'intenzione di uccidere e l'aggravante mafiosa, sostenendo inoltre l'inutilizzabilità di alcune testimonianze. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame: l'uso di armi da fuoco ad altezza uomo dimostra chiaramente l'intenzione di uccidere, mentre le minacce di morte per cacciare le vittime dal quartiere integrano il metodo mafioso, anche senza una formale associazione criminale. L'Indagato rimane quindi in carcere.
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Tentato omicidio o fuga disperata? La Cassazione fa chiarezza
Un uomo, dopo aver commesso uno scippo, fuggiva in auto e investiva un agente di polizia che cercava di sbarrargli la strada. La Corte d'Appello lo condannava per tentato omicidio, ritenendo che l'imputato avesse accettato il rischio di uccidere il poliziotto pur di scappare (dolo eventuale). La Cassazione ha annullato questa decisione. I giudici di legittimità hanno chiarito che il reato di tentato omicidio è incompatibile con il dolo eventuale. Per configurare il tentativo occorre il dolo diretto, ossia la precisa volontà di uccidere o la certezza che l'azione causerà la morte. La Corte ha inoltre accolto il ricorso sul mancato riconoscimento dell'attenuante del danno di speciale tenuità per il furto della borsa contenente solo dieci euro, rinviando il caso alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Tentato omicidio: investe la cognata ma la ringhiera la salva
L'Imputato ha tentato di uccidere la cognata investendola intenzionalmente per due volte consecutive con il proprio furgone. La vittima è sopravvissuta solo riparandosi tempestivamente nell'incavo di un muro protetto da una ringhiera, riportando gravi lesioni. La difesa ha chiesto di riqualificare il fatto come lesioni personali aggravate, sostenendo la bassa velocità del mezzo e l'assenza di intenzionalità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per tentato omicidio. I giudici hanno stabilito che l'idoneità e l'univocità degli atti vanno valutate con giudizio ex ante. Nel caso specifico, la ripetizione dell'investimento e i pregressi forti rancori familiari dimostrano chiaramente l'intento omicida dell'agente, rendendo irrilevante il fatto che la vittima non sia deceduta.
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Tentato omicidio: la zappa condanna, il DNA ignoto non salva
L'Imputato è stato condannato per il reato di tentato omicidio ai danni di un conoscente, colpito violentemente alla testa con una zappa durante una lite scaturita dallo stato di ebbrezza di entrambi. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la presenza di una terza persona sulla scena del crimine e la mancanza di un movente chiaro. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna a otto anni di reclusione. I giudici hanno chiarito che l'assenza di un movente certo non esclude la responsabilità penale quando la dinamica e la micidialità dell'arma dimostrano la volontà omicida, e che le ipotesi alternative della difesa erano puramente congetturali e prive di riscontri concreti.
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Tentato omicidio: l’agguato fallito che porta alla condanna
Tre soggetti pianificano un agguato mortale contro esponenti di un clan rivale. Compiono tre tentativi di agguato, falliti per l'assenza delle vittime o per la presenza di telecamere. Condannati per tentato omicidio e ricettazione di un'auto rubata, fanno ricorso in Cassazione. Sostengono che si trattasse di atti preparatori non punibili e che vi fosse desistenza volontaria. La Suprema Corte rigetta i ricorsi: l'assenza temporanea della vittima non esclude il tentato omicidio, e la rinuncia dovuta a telecamere non è spontanea. Confermata anche la ricettazione per l'uso dell'auto rubata.
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Tentato omicidio del clochard: condannata la guardia giurata
Una guardia giurata in servizio presso un ospedale ha aggredito un senzatetto che dormiva in un sottoscala, colpendolo alla testa con un estintore metallico. L'aggressore aveva precedentemente fatto spostare una telecamera di sicurezza per non farsi riprendere e ha poi tentato di inquinare le prove. I giudici di merito lo hanno condannato per tentato omicidio volontario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, confermando la condanna a nove anni di reclusione. La Suprema Corte ha ribadito che gli indizi raccolti, valutati globalmente e non in modo isolato, superano ogni ragionevole dubbio, rendendo le ricostruzioni alternative della difesa del tutto inverosimili e prive di riscontri concreti.
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Tentato omicidio: lo sparo esclude la legittima difesa
Un uomo è stato condannato per tentato omicidio dopo aver sparato un colpo di fucile ad altezza uomo contro un rivale, a seguito di un litigio. La vittima si è salvata solo gettandosi a terra. La difesa ha sostenuto che l'intenzione fosse solo intimidatoria e ha invocato la legittima difesa putativa, sostenendo che la vittima stesse prendendo un'arma dall'auto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che sparare da breve distanza ad altezza uomo configura pienamente il reato di tentato omicidio. Inoltre, la legittima difesa è stata esclusa poiché l'aggressore ha volontariamente creato la situazione di pericolo. Infine, avendo scelto il rito abbreviato, le prove raccolte nelle indagini sono pienamente utilizzabili.
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Tentato omicidio e dolo eventuale: la Cassazione annulla
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti de L'Indagato, accusato di tentato omicidio aggravato. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sussistente l'intenzione di uccidere configurando un dolo eventuale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della difesa, ribadendo l'assoluta incompatibilità logica e giuridica tra il dolo eventuale e il delitto tentato. Inoltre, i giudici di legittimità hanno riscontrato una frattura logica nell'applicazione dell'aggravante della premeditazione, poiché l'aggressione era avvenuta in un contesto concitato e a brevissima distanza temporale da un precedente litigio, escludendo il tempo necessario per una riflessione ponderata. La causa è stata rinviata per un nuovo giudizio.
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