La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a undici anni e otto mesi di reclusione per un uomo accusato di tentato omicidio ai danni del fratello. L'aggressore, partito dall'Emilia Romagna armato di una pistola modificata, ha teso un agguato al familiare in Sicilia. Dopo avergli puntato l'arma al petto gridando minacce di morte, ha esploso un colpo, deviato al ginocchio solo grazie alla pronta difesa della vittima. La difesa sosteneva si trattasse di semplici lesioni personali e invocava la desistenza volontaria. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la sussistenza del dolo di tentato omicidio desumibile dalla micidialità dell'arma, dalla distanza ravvicinata e dalla direzione del colpo verso organi vitali, oltre alla presenza della premeditazione e dei futili motivi.
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