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Tempo Silente

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240 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Custodia cautelare in carcere: l’età non salva il boss
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa, rigettando il suo ricorso. L'indagato, ultrasettantenne, sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti ("tempo silente") e la sua mancata conoscenza delle armi sequestrate a un complice escludessero la necessità della misura. La Suprema Corte ha invece stabilito che il ritrovamento di armi dimostra la persistente operatività dell'associazione armata, estendendo la responsabilità a tutti i membri consapevoli. Inoltre, per i reati di stampo mafioso opera una presunzione di pericolosità che giustifica la custodia cautelare in carcere, superabile solo da prove contrarie. Anche l'età avanzata non impedisce la misura se sussistono esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, accertate con motivazione logica e coerente dal giudice di merito.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non salva dalla mafia
Il Tribunale del Riesame applicava la custodia cautelare in carcere a un soggetto accusato di associazione mafiosa. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che il decorso di un anno e otto mesi dai fatti contestati, definito tempo silente, avesse fatto venire meno le esigenze cautelari di recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura. I giudici hanno chiarito che, per i reati di stampo mafioso, opera una forte presunzione di pericolosità sociale. Il semplice decorso del tempo, senza una reale dissociazione dall'organizzazione o altri elementi concreti di rottura, non è sufficiente a superare tale presunzione e a evitare la custodia cautelare in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
L'Imputato, condannato in appello a oltre dodici anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed estorsione, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto che il lungo tempo trascorso dai fatti (il cosiddetto "tempo silente") e la condotta non più pericolosa avessero affievolito le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il decorso del tempo non attenua automaticamente la pericolosità sociale del soggetto. Nei contesti di criminalità organizzata, la gravità dei reati commessi richiede elementi concreti e rigorosi per superare la presunzione di adeguatezza della misura carceraria, non bastando la mera rinuncia ad alcuni motivi di appello o il riconoscimento di generiche attenuanti. L'Imputato rimane quindi in carcere.
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Misure cautelari personali: il sequestro non cancella il rischio
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per associazione a delinquere finalizzata a reati informatici, confermando il ripristino delle misure cautelari personali (arresti domiciliari). La difesa sosteneva che il sequestro dei beni aziendali e il decorso del tempo avessero azzerato il rischio di reiterazione del reato. La Suprema Corte ha invece chiarito che il sequestro patrimoniale non elimina automaticamente la pericolosità sociale del soggetto, soprattutto in presenza di persistenti contatti con ambienti criminali. Inoltre, il mero decorso del tempo ha un valore neutro se non accompagnato da elementi concreti di cambiamento. Di conseguenza, la Cassazione ha ritenuto legittimo il mantenimento della misura restrittiva.
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Misure cautelari cumulative: sì al divieto, no alla dimora
Un imprenditore, indagato per associazione a delinquere, si è visto sostituire la custodia domiciliare con due misure cautelari cumulative: il divieto annuale di esercitare attività d'impresa e l'obbligo di dimora nel proprio comune. L'indagato ha fatto ricorso contestando la proporzionalità del cumulo e l'attualità del pericolo. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando senza rinvio l'obbligo di dimora. I giudici hanno stabilito che l'applicazione di misure cautelari cumulative è legittima, ma deve rispettare il principio del minor sacrificio possibile. Nel caso specifico, imporre l'obbligo di dimora nello stesso comune identificato come l'epicentro degli affari illeciti dell'associazione rappresenta una misura illogica e inutilmente afflittiva, che non risponde a reali esigenze di tutela.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa. La difesa sosteneva l'insussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che un altro tribunale aveva escluso l'esistenza del clan mafioso in un diverso procedimento e invocando il decorso del tempo ("tempo silente"). La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la doppia presunzione di adeguatezza del carcere per il reato di associazione mafiosa può essere superata solo con prove concrete di recesso dall'organizzazione o di scioglimento della stessa. Il semplice decorso del tempo o l'esito parziale di un altro giudizio non bastano a escludere la custodia cautelare in carcere.
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Esercizio abusivo di scommesse: il capo resta in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di essere al vertice di un'associazione a delinquere dedita all'esercizio abusivo di scommesse online clandestine e di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il Tribunale del Riesame aveva valorizzato numerose intercettazioni che dimostravano il ruolo di capo dell'indagato, il quale gestiva piattaforme web illegali e risolveva conflitti interni, ordinando anche il recupero forzoso di crediti tramite clan locali. La difesa contestava la gravità degli indizi e l'attualità del pericolo cautelare a causa del tempo trascorso. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo la motivazione del Tribunale logica e coerente, confermando la sussistenza delle aggravanti mafiose e l'inadeguatezza di misure meno afflittive.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di associazione di stampo mafioso. L'indagato operava come mediatore economico per conto di una cosca, agevolando infiltrazioni in appalti pubblici e operazioni di riciclaggio. La difesa contestava la gravità degli indizi, basati su dichiarazioni indirette, e sosteneva l'insussistenza delle esigenze cautelari a causa del tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che le dichiarazioni indirette sono utilizzabili se riscontrate e che il semplice decorso del tempo non supera la presunzione di pericolosità per i reati di mafia. Di conseguenza, la misura della custodia cautelare in carcere resta confermata.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo cancella il sospetto
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere nei confronti dell'Indagato per associazione mafiosa. Il Tribunale del riesame, agendo come giudice del rinvio, aveva confermato la misura basandosi su vecchi indizi del 2013 e su una singola intercettazione del 2019, già ritenuta insufficiente. Il Tribunale ha giustificato l'assenza di prove recenti (il cosiddetto tempo silente) ipotizzando che la famiglia dell'Indagato avesse semplicemente adottato accortezze per evitare le intercettazioni. La Cassazione ha censurato questa ricostruzione come un'inversione logica inaccettabile, sottolineando che il giudice del rinvio ha violato l'obbligo di conformarsi alla precedente sentenza di annullamento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha ordinato l'immediata liberazione dell'Indagato.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo trascorso non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere per partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'insussistenza delle esigenze cautelari a causa del tempo trascorso dai fatti ("tempo silente") e della presunta espulsione del soggetto dall'Italia. La Suprema Corte ha invece confermato la misura, evidenziando che il decorso del tempo non cancella la pericolosità sociale se l'organizzazione criminale è ancora attiva e l'indagato vi è stabilmente inserito. Inoltre, l'espulsione non documentata non esclude il rischio di rientro clandestino. Di conseguenza, l'indagato resta in custodia e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Imprenditore, accusato di far parte di un'associazione mafiosa attiva negli appalti pubblici. Nonostante la difesa sostenesse che i fatti contestati risalissero al 2015 e che il tempo trascorso avesse azzerato la pericolosità sociale, i giudici hanno ritenuto concreto il rischio di recidiva. Le indagini hanno infatti dimostrato che le società collegate all'indagato hanno continuato a vincere appalti pubblici recenti. Inoltre, intercettazioni telefoniche hanno rivelato che l'Imprenditore gestiva ancora l'attività e ha cercato contatti riservati con un socio appena scarcerato. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la misura restrittiva.
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Esigenze cautelari e tempo silente: stop alla misura cautelare
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza del Tribunale di Palermo che applicava la custodia cautelare a un indagato per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa ha contestato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando il ruolo non apicale dell'indagato e il cosiddetto "tempo silente", ossia il lungo periodo trascorso dai fatti senza nuove condotte illecite. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, rilevando che il Tribunale ha omesso una reale valutazione critica di questi elementi, limitandosi a una motivazione apparente e superficiale. Ora il Tribunale dovrà riesaminare il caso valutando concretamente se le esigenze cautelari siano ancora attuali.
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Pericolo di reiterazione del reato: carcere annullato dopo 3 anni
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un uomo accusato di usura ed estorsione. La difesa ricorreva in Cassazione lamentando l'assenza di un reale pericolo di reiterazione del reato, evidenziando tre anni di condotta regolare, definito tempo silente, e l'uso di elementi astratti per giustificare la misura. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il pericolo di reiterazione del reato deve essere concreto e attuale. I giudici non possono basarsi sulla sola gravità del reato o su condotte vecchie di anni senza motivare la loro persistenza. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Misure cautelari personali: no al carcere dopo anni di silenzio
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che confermava la sua custodia in carcere per usura ed estorsione. I giudici hanno stabilito che l'applicazione di misure cautelari personali richiede un pericolo di reiterazione del reato che sia non solo concreto, ma anche attuale. Il Tribunale del Riesame aveva ignorato il lungo "tempo silente" (oltre tre anni) in cui l'indagato non aveva commesso illeciti, presumendo erroneamente la continuazione dell'attività criminale. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che non si possono usare le condotte di terzi (come il fratello) o elementi intrinseci al reato stesso per giustificare la massima misura restrittiva. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Custodia cautelare in carcere: da postina del clan alla cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per una giovane donna accusata di far parte di un'associazione di tipo mafioso e di un'organizzazione dedita al traffico di droga. La difesa sosteneva l'estraneità della donna, descrivendola come una semplice intermediaria inconsapevole o impegnata in attività lecite di vendita di mattonelle. Tuttavia, le intercettazioni telefoniche e i sequestri hanno dimostrato il suo ruolo attivo come "postina" e riscattrice di crediti per conto del clan, eseguendo gli ordini del padre e del capo cosca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il giudice di legittimità non può rivalutare i fatti già accertati e che la gravità degli indizi giustifica pienamente la misura restrittiva applicata.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari a 70 anni
Un uomo di oltre settant'anni, accusato di gravi reati di stampo mafioso, ha chiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico. Il Tribunale ha respinto la richiesta a causa della persistenza di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, legate al suo ruolo di mandante in omicidi e alla sua elevata pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il limite dei settant'anni per la custodia in carcere può essere superato in presenza di un concreto pericolo di reiterazione di reati gravi. Inoltre, la Corte ha stabilito che in sede di appello cautelare il giudice può integrare la motivazione del provvedimento precedente senza doverlo annullare.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella la mafia
Il Tribunale del riesame ha ripristinato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa e truffa ai danni dell'Unione Europea, annullando i domiciliari precedentemente concessi. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il tempo trascorso dai fatti (avvenuti fino al 2018) e l'incensuratezza dimostrassero l'attenuazione delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per i reati di mafia opera una doppia presunzione di pericolosità e adeguatezza del carcere. Questa presunzione può essere superata solo provando l'effettiva e stabile rescissione dei legami con il clan. Il semplice decorso del tempo non basta a cancellare il pericolo di recidiva per reati associativi permanenti. L'indagato resta quindi in carcere.
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Attualità delle esigenze cautelari: arresti annullati dopo anni
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza cautelare nei confronti di due indagate, accusate di furto in abitazione, violenza privata e minaccia aggravati dal metodo mafioso. Per la prima indagata, i giudici hanno rilevato una motivazione carente sull'effettiva partecipazione al furto, attribuito genericamente al gruppo. Per la seconda indagata, la Corte ha accolto il ricorso evidenziando la mancata valutazione sull'attualità delle esigenze cautelari. Tra i fatti avvenuti nel 2019 e l'applicazione della misura nel 2022 era infatti trascorso un significativo lasso di tempo, cosiddetto tempo silente, senza nuove condotte illecite, elemento che il Tribunale del Riesame avrebbe dovuto ponderare espressamente, insieme allo stato di incensuratezza della donna.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: contatti contro aiuto
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due indagati destinatari di custodia cautelare in carcere per legami con un clan mafioso. Per il primo indagato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per presunte attività di intermediazione immobiliare illecita ("sanzaria"), la Corte ha annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici hanno rilevato che la semplice vicinanza o i contatti non provano un contributo concreto e causale al clan. Al contrario, la Corte ha rigettato il ricorso del secondo indagato, confermando la custodia in carcere. Le sue intercettazioni hanno dimostrato un inserimento attivo e stabile nelle dinamiche decisionali del sodalizio, in particolare nella gestione delle scommesse clandestine e nella difesa del territorio.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per il promotore
Un uomo, accusato di promuovere un'associazione criminale dedita al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina tra Tunisia e Italia, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che si trattasse di un semplice concorso di persone e chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, valorizzando anche il tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno evidenziato la stabilità della struttura criminale, dotata di mezzi e basi logistiche, e hanno chiarito che il decorso del tempo non cancella automaticamente le esigenze cautelari per reati così gravi, specialmente in presenza di un ruolo di vertice.
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