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Tempo Silente

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240 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Autonoma valutazione del GIP: il copia-incolla è valido?
Un indagato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere, lamentando che il GIP avesse copiato e incollato la richiesta del Pubblico Ministero senza effettuare un'autonoma valutazione del GIP. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la tecnica del copia e incolla è legittima se il giudice evidenzia graficamente le proprie considerazioni e illustra in modo chiaro e sintetico i motivi della decisione. Inoltre, per i reati associativi gravi, opera una presunzione di pericolosità che non può essere superata dal semplice decorso del tempo. L'indagato resta quindi in carcere.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: il tempo non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per associazione mafiosa a carico di un indagato, ritenuto affiliato a una cosca locale. La difesa sosteneva l'insufficienza della sola affiliazione formale e l'estinzione delle esigenze cautelari per via del tempo silente di tre anni tra i fatti e l'arresto. I giudici hanno invece stabilito che la partecipazione formale, i riti di battesimo e il rispetto delle regole del clan dimostrano una stabile messa a disposizione. Inoltre, per i reati di stampo mafioso, la presunzione di pericolosità sociale non viene meno con il semplice decorso del tempo, ma richiede la prova di una reale dissociazione o dello scioglimento del sodalizio. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Sostituzione misura cautelare negata: anziani truffati e arresti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato, accusato di far parte di un'associazione a delinquere dedita alle estorsioni ai danni di anziani. Il Tribunale del Riesame aveva ripristinato gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, annullando la decisione del G.I.P. che aveva concesso l'obbligo di dimora. L'indagato chiedeva la sostituzione misura cautelare basandosi sul tempo trascorso dal reato ("tempo silente") e sulla propria condotta collaborativa. La Suprema Corte ha chiarito che il tempo trascorso dal reato deve essere valutato solo al momento dell'emissione della prima misura e non per la sua successiva modifica. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso, deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende, rimanendo agli arresti domiciliari.
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Pericolo di recidiva: arresti domiciliari anche se incensurato
Il Complice ha impugnato l'ordinanza che gli ha applicato gli arresti domiciliari per concorso in tentata rapina a mano armata presso un ufficio postale. La difesa sosteneva l'assenza del pericolo di recidiva, valorizzando l'incensuratezza dell'indagato e il tempo trascorso dal fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la sussistenza del concreto e attuale pericolo di recidiva, evidenziando la gravità della condotta pianificata, la collaborazione con un soggetto pluripregiudicato e le difficoltà economiche del Complice, ritenute una spinta a delinquere. L'incensuratezza rappresenta solo una presunzione relativa di bassa pericolosità, superabile dalla gravità del fatto. Di conseguenza, il Complice perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: stop ai reati ma resta la cella
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dalla cessazione delle condotte, il cosiddetto tempo silente, e l'assenza di nuovi reati escludessero la pericolosità sociale. I giudici hanno invece ritenuto legittima la misura provvisoria, evidenziando la spregiudicatezza del soggetto, che collaborava con il gruppo criminale anche mentre il capo era agli arresti domiciliari, e i suoi stretti legami con la rete criminale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando l'indagato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria, confermando così la sua permanenza in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale di Palermo aveva annullato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di essere a capo di un'associazione finalizzata al traffico di droga, ritenendo che il tempo trascorso dalla fine delle indagini escludesse il pericolo di recidiva. La Procura ha fatto ricorso, evidenziando che l'indagato gestiva il traffico anche dai domiciliari e non aveva redditi leciti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, stabilendo che il semplice passaggio del tempo non cancella automaticamente le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha annullato l'ordinanza favorevole all'indagato, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione che tenga conto della reale pericolosità del soggetto e del suo ruolo di vertice nel gruppo criminale.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Detenuto, condannato in primo grado per associazione finalizzata al traffico di droga ed estorsione, ha chiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti (il cosiddetto "tempo silente") e la condotta regolare avessero attenuato la sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il mero decorso del tempo non basta a superare la presunzione di pericolosità per reati così gravi. Il "tempo silente" rileva solo al momento della prima applicazione della misura, mentre per la sostituzione servono elementi di novità concreti che dimostrino un effettivo cambiamento della personalità del detenuto. Di conseguenza, l'imputato resta in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti (il cosiddetto "tempo silente") e il trasferimento dell'indagato dal Piemonte alla Calabria dimostrassero l'assenza di esigenze cautelari. I giudici hanno invece stabilito che, per i reati di mafia, la presunzione di pericolosità può essere superata solo con la prova certa del recesso dall'associazione. Il semplice decorso del tempo o il trasferimento geografico non bastano a dimostrare l'allontanamento definitivo dal clan, specialmente se il soggetto manteneva i contatti con la cosca madre. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Trasferimento fraudolento di valori: il carcere resta inevitabile
L'Indagato, accusato di trasferimento fraudolento di valori aggravato dall'agevolazione mafiosa, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che la misura fosse eccessiva, evidenziando l'incensuratezza dell'uomo, il sequestro delle società coinvolte e il tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per i reati legati alla criminalità organizzata, opera una doppia presunzione di pericolosità e di adeguatezza del carcere. Questa presunzione può essere superata solo dimostrando la rescissione stabile dei legami con il clan, elemento non provato nel caso di specie. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Trasferimento fraudolento di valori: il prestanome va in carcere
Il Tribunale di Roma confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di concorso in trasferimento fraudolento di valori, aggravato dal metodo mafioso. L'indagato avrebbe agito come prestanome per schermare i beni di un esponente criminale, eludendo le misure di prevenzione patrimoniali. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando il tempo trascorso dall'inizio delle indagini, e negava il dolo specifico dell'indagato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, nel concorso di persone, il prestanome risponde del reato anche senza un interesse personale diretto, purché sia consapevole della finalità elusiva del socio occulto. Inoltre, il semplice decorso del tempo non cancella il pericolo di recidiva se non emergono elementi di segno contrario. L'indagato resta in custodia cautelare e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il silenzio non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per un giovane indagato di associazione mafiosa. Inizialmente, il GIP aveva respinto la richiesta del Pubblico Ministero valorizzando il "tempo silente", ossia il periodo trascorso senza nuove condotte criminose. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno chiarito che, per il reato di associazione di stampo mafioso, opera una forte presunzione di pericolosità. Il mero decorso del tempo e l'assenza di nuovi episodi delittuosi non bastano a superare questa presunzione, specialmente se emerge una stabile vicinanza al clan e la disponibilità di armi. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere rimane la misura idonea.
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Messaggero ma complice: estorsione aggravata dal metodo mafioso
Il Tribunale del Riesame confermava la misura degli arresti domiciliari per il fratello di un esponente di spicco di un clan locale, accusato di estorsione consumata e tentata. L'indagato si difendeva sostenendo di aver solo riferito messaggi senza conoscere il contenuto illecito delle richieste e contestava la sussistenza delle esigenze cautelari per via del tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno evidenziato che le intercettazioni dimostrano la piena consapevolezza dell'indagato, il quale puntava persino a trattenere per sé una quota del denaro estorto. È stata confermata l'estorsione aggravata dal metodo mafioso, attuata tramite la forza intimidatrice del clan sul territorio, e la legittimità della misura cautelare poiché il pericolo di recidiva rimane concreto.
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Sostituzione di misura cautelare: dal carcere ai domiciliari negati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il diniego di sostituzione di misura cautelare. L'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico, chiedeva la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari fuori regione con braccialetto elettronico. La difesa sosteneva l'attenuazione delle esigenze cautelari per il decorso del tempo. La Suprema Corte ha confermato che il semplice trascorrere del tempo non riduce la pericolosità sociale. Inoltre, L'Indagato aveva già violato i domiciliari in passato, continuando a gestire i traffici illeciti al telefono. Di conseguenza, i giudici hanno ritenuto inadeguata qualsiasi misura diversa dal carcere, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Misure cautelari personali: il lavoro stabile non evita gli arresti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso contro la conferma degli arresti domiciliari. L'indagato contestava la sussistenza dei gravi indizi e l'attualità del pericolo di recidiva, evidenziando di essersi trasferito in un'altra regione e di aver trovato un lavoro stabile, oltre al decorso di oltre tre anni dai fatti. La Suprema Corte ha stabilito che le misure cautelari personali possono essere legittimamente mantenute se persistono legami con contesti criminali. Il trasferimento e il "tempo silente" non bastano a superare la presunzione di pericolosità sociale. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e resta sottoposto alla misura cautelare, oltre a dover pagare le spese processuali.
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Truffa online e particolare tenuità del fatto: stop ai recidivi
Un venditore online è stato condannato in primo grado per truffa per aver venduto una scheda televisiva falsa a 280 euro. La Corte d'Appello lo ha assolto applicando la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto. Il Procuratore Generale ha fatto ricorso in Cassazione, evidenziando che l'imputato aveva precedenti penali per ricettazione e truffa, indicativi di un comportamento abituale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la presenza di precedenti penali specifici impedisce l'applicazione automatica della particolare tenuità del fatto, anche se è decorso del tempo tra i reati. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'Appello di Perugia per una nuova valutazione.
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Esigenze cautelari: il carcere dopo tre anni di silenzio
Il Tribunale di Lecce confermava la custodia in carcere per l'Indagato, accusato di spaccio di cocaina in concorso con i fratelli. La difesa ricorreva in Cassazione contestando la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che erano passati tre anni dai fatti senza ulteriori reati (il cosiddetto tempo silente). La Suprema Corte ha rigettato le contestazioni sui gravi indizi di colpevolezza, ritenendo validi gli elementi emersi dalle intercettazioni. Tuttavia, ha accolto il ricorso sulle esigenze cautelari: in assenza di reati associativi, il lungo tempo trascorso richiede una motivazione specifica e attuale sul pericolo di reiterazione. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame su questo punto.
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Custodia cautelare in carcere: il fornitore non evita la cella
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Fornitore, accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga guidata da una famiglia locale. Secondo l'accusa, Il Fornitore e i suoi fratelli garantivano da Roma un approvvigionamento stabile di cocaina e hashish alla Calabria. La difesa ha impugnato il provvedimento contestando il ruolo di partecipe all'associazione e l'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la costante disponibilità a rifornire il gruppo configura la partecipazione all'associazione. Inoltre, per il reato associativo opera la presunzione di attualità del pericolo e di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, superabile solo provando la rescissione totale dei legami con il clan.
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Custodia cautelare in carcere: la buona condotta non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato, già condannato in primo grado con rito abbreviato, aveva chiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, sostenendo che fosse passato molto tempo dai fatti e di aver sempre rispettato le prescrizioni. I giudici hanno invece stabilito che, per reati di tale gravità, opera una presunzione di adeguatezza della custodia in carcere. Il semplice decorso del tempo o la buona condotta durante i domiciliari non bastano a escludere il pericolo di reiterazione, specialmente se il soggetto ricopre un ruolo direttivo nella criminalità organizzata e la sua abitazione è vicina alla base logistica del clan. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Obbligo di dimora: la cella non cancella il pericolo di recidiva
Il Tribunale di Reggio Calabria ha applicato la misura dell'obbligo di dimora a un imputato dopo la revoca degli arresti domiciliari per decorrenza dei termini. L'imputato ha fatto ricorso sostenendo l'assenza di attualità del pericolo di recidiva, evidenziando il lungo periodo di detenzione e l'inizio di un'attività lavorativa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il tempo trascorso in carcere o ai domiciliari è considerato neutro e non dimostra la dissociazione dal sodalizio criminale. Di conseguenza, la presunzione delle esigenze cautelari rimane valida, giustificando l'applicazione della misura sostitutiva dell'obbligo di dimora. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Misure cautelari personali: la Cassazione frena la Procura
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi del Pubblico Ministero e di diversi indagati contro l'ordinanza del Tribunale di Venezia sulle misure cautelari personali applicate per reati di traffico di stupefacenti e riciclaggio. Il PM contestava il diniego delle misure per alcuni soggetti e la concessione degli arresti domiciliari anziché del carcere per altri. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del PM, confermando che il "tempo silente" (il tempo trascorso dai fatti) esclude l'attualità del pericolo di reiterazione per alcuni indagati. Ha inoltre rigettato i ricorsi dei difensori, ritenendo legittimi gli arresti domiciliari basati su gravi indizi e intercettazioni telefoniche. Di conseguenza, le misure cautelari originarie restano confermate e gli indagati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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