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Tempo Silente

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240 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Esigenze cautelari: quando il carcere non è attuale
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio un'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva ripristinato la custodia in carcere per un indagato di associazione mafiosa. Il punto centrale riguarda l'attualità delle esigenze cautelari. Nonostante la gravità degli indizi, il lungo tempo trascorso dai fatti (risalenti al 2019) e lo smantellamento del vertice dell'organizzazione hanno reso ingiustificata la misura estrema. La Suprema Corte ha ribadito che il giudicato cautelare non impedisce di valutare elementi nuovi emersi nel dibattimento che dimostrino l'insussistenza di pericoli concreti e attuali.
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Custodia cautelare: quando il carcere è necessario
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della custodia cautelare in carcere per un soggetto indagato per estorsione aggravata e porto d'armi. Nonostante il ricorso della difesa, che invocava l'attenuazione delle esigenze cautelari per il tempo trascorso e la concessione delle attenuanti generiche, i giudici hanno ritenuto prevalente la pericolosità sociale. Tale pericolosità è stata desunta da missive inviate dal carcere con cui l'indagato impartiva istruzioni per proseguire attività criminali e ritorsioni, rendendo inadeguata ogni misura meno afflittiva.
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Custodia cautelare in carcere e reati di mafia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione di stampo mafioso e traffico di stupefacenti. Il ricorrente aveva richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, invocando il cosiddetto tempo silente e la disponibilità a trasferirsi in un'altra regione. La Suprema Corte ha stabilito che, per i reati di mafia, la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea, a meno che non venga fornita prova rigorosa della rescissione definitiva dei legami con l'organizzazione criminale.
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Custodia cautelare e associazione mafiosa: la guida
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di partecipazione a un'associazione di stampo mafioso e tentata estorsione aggravata. La difesa contestava l'esistenza del clan e la partecipazione del ricorrente, invocando inoltre il tempo silente trascorso dai fatti. I giudici hanno stabilito che le doglianze miravano a una rilettura dei fatti non consentita in sede di legittimità e che la custodia cautelare resta necessaria in virtù della doppia presunzione di pericolosità legata ai reati di mafia.
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Concorso morale: telefoni in carcere e sanzioni
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza che disponeva la libertà per un'indagata accusata di aver agevolato l'uso di telefoni cellulari in carcere da parte del padre detenuto. Il Tribunale del Riesame aveva inizialmente escluso la responsabilità della donna, ritenendo la sua condotta una semplice ricezione passiva di chiamate. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che le costanti conversazioni e l'incitamento a utilizzare il dispositivo integrano il concorso morale nel reato previsto dall'art. 391-ter c.p. Inoltre, per i reati aggravati dal metodo mafioso, il semplice decorso del tempo non è sufficiente a far venir meno le esigenze cautelari in assenza di prove di effettiva dissociazione dal gruppo criminale.
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Tempo silente e custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso presentato da un indagato per associazione mafiosa che richiedeva la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa puntava sulla rilevanza del tempo silente, evidenziando come l'attività criminale fosse cessata anni prima e l'indagato avesse intrapreso un'attività lavorativa regolare. La Suprema Corte ha tuttavia ribadito che, per i reati di stampo mafioso, vige una presunzione assoluta di adeguatezza del carcere, superabile solo in presenza di situazioni eccezionali legate alla salute o alla prole, e che il semplice decorso del tempo non prova la rottura definitiva dei legami con l'organizzazione.
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Tempo silente e misure cautelari per mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di una misura di custodia in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa, valorizzando il concetto di tempo silente. Nonostante il ruolo storico dell'indagato in un'organizzazione criminale, i giudici hanno rilevato che le condotte di partecipazione si erano interrotte prima della detenzione iniziata nel 2017. Il lungo periodo trascorso senza nuovi elementi concreti di operatività ha portato al superamento della presunzione di pericolosità, rendendo la misura cautelare non più attuale né necessaria.
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Tempo silente e custodia cautelare per mafia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa, rigettando il ricorso basato sul cosiddetto tempo silente. La difesa sosteneva che il lungo periodo trascorso dai fatti e l'archiviazione di un reato connesso dovessero portare alla scarcerazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che il giudicato cautelare impedisce di riproporre argomenti già valutati e che il solo decorso del tempo non è sufficiente a dimostrare la rottura dei legami con il clan, specialmente in contesti di criminalità organizzata radicata.
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Attualità Esigenze Cautelari: Tempo passato non basta per uscire
Un imputato, detenuto in carcere per reati associativi, ha chiesto una misura meno afflittiva. Sosteneva che il tempo trascorso dai fatti e lo smantellamento del gruppo criminale avessero ridotto la sua pericolosità. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiave sull'attualità delle esigenze cautelari. Il tempo passato prima dell'arresto non è rilevante per la revoca della misura. Contano solo i fatti nuovi avvenuti dopo l'inizio della detenzione. Data l'elevata pericolosità sociale dell'imputato e l'assenza di elementi nuovi, la custodia in carcere è stata confermata come unica misura idonea a prevenire il rischio di nuovi reati.
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Obbligo di dimora: lavoro e misure cautelari
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza che negava la modifica dell'**obbligo di dimora** a un indagato per associazione mafiosa. Il ricorrente chiedeva di variare gli orari del divieto di allontanamento dal domicilio per poter svolgere l'attività di camionista e mantenere la famiglia. La Suprema Corte ha stabilito che la misura non custodiale deve essere compatibile con le necessità lavorative, come previsto dall'art. 283 c.p.p., e che il giudice deve valutare l'effettività della proposta di lavoro senza richiedere necessariamente uno stato di indigenza, diversamente da quanto avviene per gli arresti domiciliari.
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Custodia cautelare: il peso del tempo silente
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Nonostante la difesa avesse invocato il decorso del tempo dai fatti (cosiddetto tempo silente) e richiesto gli arresti domiciliari in comunità, i giudici hanno ribadito che per i reati di narcotraffico vige una presunzione di adeguatezza del carcere. La stabilità del legame associativo e la pericolosità del sodalizio rendono insufficienti misure meno afflittive, indipendentemente dalla chiusura delle indagini preliminari.
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Associazione a delinquere: fornitore o partecipe?
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che l'indagato fosse un semplice fornitore esterno, ma i giudici hanno rilevato la sua partecipazione attiva basata sul coinvolgimento in dinamiche interne e conflitti tra i membri del gruppo. Nonostante il tempo trascorso dai fatti, la pericolosità è stata confermata dal periodo di latitanza trascorso insieme a un altro coindagato, dimostrando la persistenza di legami criminali attuali.
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Custodia cautelare: carcere per favoreggiamento
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un imputato accusato di aver favorito la latitanza di un noto esponente mafioso. Nonostante la riduzione della pena in appello e il decesso del latitante, i giudici hanno ritenuto che il legame con la rete criminale e l'inserimento nel contesto territoriale rendano inadeguati gli arresti domiciliari. La decisione sottolinea come la disponibilità mostrata verso l'organizzazione criminale configuri un pericolo attuale di reiterazione del reato, non scalfito dal mutamento delle circostanze esterne.
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Esigenze cautelari: attualità del pericolo di reato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un indagato accusato di narcotraffico. Nonostante il tempo trascorso dai fatti, le esigenze cautelari sono state giudicate attuali grazie a nuove prove e intercettazioni che dimostrano la persistente pericolosità sociale e il mancato distacco dai contesti criminali.
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Pericolo di reiterazione: guida alla Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un'indagata accusata di associazione a delinquere e riciclaggio. La decisione si fonda sulla sussistenza di un concreto e attuale pericolo di reiterazione del reato, desunto dai legami stabili con contesti criminali organizzati e dalla recente assunzione di cariche societarie in settori vulnerabili. Nonostante l'incensuratezza e il tempo trascorso, la Corte ha ritenuto prevalente la capacità a delinquere manifestata.
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Concorso esterno: la Cassazione e l’imprenditore colluso
Un imprenditore, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver fornito supporto economico e logistico a un clan, si difende sostenendo di essere vittima di estorsione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare degli arresti domiciliari. La sentenza ha stabilito che la natura del rapporto era di reciproco vantaggio (sinallagmatico) e non di coercizione, qualificando la condotta dell'imprenditore come quella di un partner colluso piuttosto che di una vittima. La Corte ha inoltre respinto l'argomento del "tempo silente", affermando che per i reati di mafia, la presunzione di pericolosità sociale non viene meno con il solo trascorrere del tempo.
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Esigenze cautelari: quando il tempo non basta
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 45703/2023, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato che chiedeva la sostituzione della custodia cautelare con gli arresti domiciliari. La Corte ha ribadito che il mero decorso del tempo, la buona condotta o le decisioni favorevoli verso altri coindagati non costituiscono "fatti nuovi" idonei a ridurre le esigenze cautelari, la cui valutazione deve rimanere strettamente individuale e ancorata a fatti concreti che incidano sul pericolo di recidiva.
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Esigenze cautelari: tempo e pericolosità sociale
La Cassazione conferma la custodia in carcere per un omicidio del 1992, nonostante l'età e il tempo trascorso. Le esigenze cautelari sono ritenute attuali per via della continua pericolosità sociale dell'imputato, dimostrata da intimidazioni recenti e dal suo ruolo di vertice in un clan mafioso.
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Presunzione esigenze cautelari: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione rigetta il ricorso di un indagato per tentata estorsione aggravata, confermando la custodia in carcere. La Corte sottolinea che la presunzione esigenze cautelari per reati gravi, come quelli con metodo mafioso, non è superata dal tempo trascorso dal fatto o dall'incensuratezza dell'indagato, se non vi sono elementi nuovi che dimostrino un'attenuazione del pericolo di reiterazione.
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Presunzione esigenze cautelari: la Cassazione decide
La Cassazione ha confermato la custodia in carcere per tre indagati legati a un clan mafioso, respingendo i ricorsi. La Corte ha stabilito che la presunzione esigenze cautelari per reati associativi non viene meno con il passare del tempo e che, anche per reati fine aggravati dal metodo mafioso, i legami con il clan prevalgono su incensuratezza e tempo trascorso.
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