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Statuizioni Civili — Anno 2023

160 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Statuizioni Civili

Provvedimenti

Remissione di querela: la condanna per falso si azzera
Un uomo, precedentemente condannato per la falsificazione di due cambiali, ha proposto ricorso in Cassazione. Nel corso del procedimento, la persona offesa ha presentato formale remissione di querela, regolarmente accettata dall'imputato. La Suprema Corte ha rilevato che il reato contestato rientra tra quelli procedibili a querela di parte. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione del reato. La remissione di querela cancella anche le statuizioni civili relative al risarcimento del danno. Le spese del procedimento sono state poste a carico dell'imputato.
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Prescrizione del reato e risarcimento danni: la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la sentenza d'appello che, nonostante la prescrizione del reato, confermava la condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile. La Suprema Corte ha chiarito che, in caso di estinzione del reato per decorso del tempo, il giudice penale deve comunque valutare la responsabilità civile. Per farlo, si applica la regola del "più probabile che non", tipica del diritto civile, e non quella penale dell'oltre ogni ragionevole dubbio. Di conseguenza, la prescrizione del reato e risarcimento danni camminano su binari diversi: l'estinzione del reato non cancella l'obbligo di risarcire la vittima se la responsabilità civile risulta probabile.
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Remissione di querela in Cassazione cancella la condanna del debitore
Una debitrice era stata condannata in appello a due mesi di reclusione per non aver risposto alle richieste informative ricevute durante una procedura di recupero crediti intrapresa dal creditore. Contro la condanna, l'imputata ha proposto ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, il creditore ha deciso di revocare la propria denuncia, formalizzando la remissione di querela, prontamente accettata dall'imputata. La Suprema Corte ha stabilito che la remissione di querela in Cassazione determina l'estinzione del reato e cancella ogni decisione sul risarcimento civile, anche qualora il ricorso principale presentasse profili di inammissibilità. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la condanna precedente, ponendo a carico dell'imputata solo le spese del procedimento.
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Appello contro sentenza del Giudice di Pace: sì della Cassazione
Il Tribunale di Siena aveva dichiarato inammissibile l'appello proposto da un'imputata condannata dal Giudice di Pace per il reato di minaccia a una multa di 300 euro e al risarcimento dei danni. Secondo il Tribunale, l'imputata non aveva contestato specificamente le decisioni civili. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'imputata, stabilendo che l'appello contro sentenza del Giudice di Pace che condanna a una pena pecuniaria è sempre ammissibile. Infatti, contestare la responsabilità penale estende automaticamente gli effetti anche alle decisioni sul risarcimento del danno, che dipendono proprio dall'accertamento del reato. Inoltre, l'imputata aveva espressamente contestato anche i danni. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza e ordinato al Tribunale di Siena di celebrare il processo d'appello.
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Prescrizione del reato: niente risarcimento se il tempo scade
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della parte civile contro la sentenza d'appello che aveva dichiarato estinto per prescrizione del reato l'illecito di lesioni personali colpose. La Suprema Corte ha confermato che i rinvii d'udienza disposti per esigenze istruttorie, come l'audizione di un consulente tecnico, non sospendono il termine di prescrizione. Di conseguenza, poiché la prescrizione è maturata prima della sentenza di primo grado, i giudici d'appello hanno correttamente revocato le statuizioni civili di risarcimento del danno. La parte civile è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di minaccia: condannata la frase te la faccio pagare
Una donna è stata accusata del reato di minaccia nei confronti del vicino di casa per aver pronunciato frasi intimidatorie come "te la faccio pagare" e "ti mando a vivere nelle campagne" durante un acceso litigio. Il Tribunale ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, ma ha confermato la condanna al risarcimento dei danni in favore della vittima. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna. I giudici hanno chiarito che, per configurare il reato di minaccia, non serve che la vittima si sia effettivamente spaventata, ma basta che l'espressione usata sia potenzialmente idonea a incutere timore, valutando il contesto conflittuale tra le parti. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali.
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Appello della parte civile: risarcimento sì, condanna penale no
Un uomo, inizialmente assolto dal Giudice di pace dai reati di lesioni personali e minaccia, veniva condannato in appello dal Tribunale sia al risarcimento dei danni sia alla pena pecuniaria di 1.500 euro. L'appello era stato proposto esclusivamente dalle persone offese costituite parti civili. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, stabilendo che l'appello della parte civile non può portare a una condanna penale se non sono rispettate le specifiche condizioni di legge. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alle statuizioni penali, eliminando la multa ma lasciando ferme le statuizioni civili.
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Prescrizione del reato di falso: reato estinto ma resta il danno
Il caso riguarda un soggetto condannato nei gradi precedenti per concorso in truffa e false dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà, reato commesso presentando un documento non veritiero alla Pubblica Amministrazione nel 2012. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando, tra i vari motivi, la mancata rilevazione della prescrizione per il reato di falso. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, dichiarando l'annullamento senza rinvio della sentenza limitatamente al reato di falso, poiché si è verificata la prescrizione del reato di falso prima della sentenza d'appello. Tuttavia, la Cassazione ha rigettato i restanti motivi di ricorso, confermando la responsabilità per il tentativo di truffa e le relative statuizioni civili, obbligando l'imputato al risarcimento del danno patrimoniale causato.
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Appropriazione indebita: dipendenti assolti grazie al dubbio
Tre dipendenti di un'azienda di raccolta scommesse erano stati condannati per peculato in concorso con il datore di lavoro, accusati di essersi appropriati di incassi destinati a un concessionario pubblico. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei lavoratori: non potevano conoscere la qualifica pubblica del datore di lavoro, definita solo da una successiva sentenza. Di conseguenza, il fatto è stato riqualificato nel reato comune di appropriazione indebita. Poiché tale reato era già estinto per prescrizione prima della sentenza di primo grado, la Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio e ha revocato tutti i risarcimenti civili precedentemente disposti.
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Costituzione di parte civile valida: l’imputato deve risarcire
L'Imputato, accusato di danneggiamento, minaccia e lesioni personali, ha ottenuto in appello la dichiarazione di prescrizione dei reati, ma è stato condannato al risarcimento dei danni in favore della vittima. Ha proposto ricorso in Cassazione eccependo l'invalidità della costituzione di parte civile per mancanza della firma del difensore sull'atto, chiedendo la revoca dei risarcimenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la questione era già stata correttamente risolta nei gradi precedenti secondo la giurisprudenza consolidata. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende, mentre la vittima conserva il diritto al risarcimento.
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Turbativa d’asta: la prescrizione non salva dal risarcimento
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità civile di tre soggetti coinvolti in un sistema di accordi collusivi per l'affidamento dei servizi di igiene urbana in due Comuni. Tra i ricorrenti figurano il Presidente e un membro della commissione giudicatrice, accusati di aver favorito una specifica ditta, e il legale rappresentante di un'altra società che aveva fornito i requisiti tramite avvalimento. Nonostante la dichiarazione di prescrizione per i reati penali di turbativa d'asta, la Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando le statuizioni civili e la condanna al risarcimento dei danni in favore delle amministrazioni comunali. La decisione ribadisce che la turbativa d'asta è un reato di pericolo, per il quale non occorre la prova di un danno economico effettivo, ma basta l'alterazione della regolarità della gara.
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Revoca delle statuizioni civili: il reato scompare ma il danno resta
Il Condannato chiedeva la revoca delle statuizioni civili stabilite in una sentenza definitiva, poiché il reato per cui era stato condannato era stato successivamente abolito dalla legge. Il Tribunale di Potenza respingeva la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che la revoca delle statuizioni civili non può essere concessa se l'abolizione del reato avviene dopo che la condanna è diventata definitiva. In questo caso, infatti, il fatto storico perde la sua rilevanza penale ma conserva la sua natura di illecito civile, mantenendo intatto l'obbligo di risarcire la parte danneggiata. Il ricorso del Condannato è stato quindi rigettato.
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Molestie sul lavoro: reato prescritto ma risarcimento confermato
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una Direttrice di un consultorio accusata di molestie sul lavoro ai danni di un'Ostetrica sua sottoposta. La condotta, qualificata come mobbing, consisteva in comportamenti ostili e ostruzionistici. La Cassazione ha ritenuto infondati i motivi di ricorso della Direttrice relativi alla valutazione delle prove. Tuttavia, poiché il reato è andato prescritto prima della decisione definitiva, la Corte ha annullato senza rinvio la condanna penale per intervenuta prescrizione. Nonostante l'estinzione del reato, la Corte ha rigettato il ricorso agli effetti civili, confermando l'obbligo della Direttrice di risarcire i danni alla vittima e di pagare le spese processuali del grado di legittimità.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: sanzione da 3000 euro
Due imputati, condannati in primo grado per truffa, ottengono in appello la dichiarazione di prescrizione del reato, ma restano obbligati al risarcimento dei danni civili. Gli stessi propongono ricorso dinanzi alla Suprema Corte contestando nuovamente la qualificazione giuridica del fatto. La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché i motivi presentati sono meramente ripetitivi di questioni già ampiamente e correttamente risolte dai giudici d'appello. Di conseguenza, i ricorrenti perdono definitivamente la causa e vengono condannati al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende per aver presentato un ricorso palesemente infondato.
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Prescrizione del reato di lesioni: niente pena ma resta il danno
L'Imputato era accusato di lesioni personali dolose commesse nel maggio 2012 ai danni della Persona Offesa. La Corte di Appello, nel giudizio di rinvio del 2021, aveva omesso di dichiarare l'estinzione del reato, nonostante il termine di sette anni e sei mesi fosse ampiamente decorso nel novembre 2019. L'Imputato ha quindi proposto ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando che la prescrizione del reato si era già perfezionata prima della sentenza d'appello impugnata. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna penale per intervenuta prescrizione del reato, disponendo però il rinvio al giudice civile competente per valutare le domande di risarcimento del danno avanzate dalla parte civile.
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Prescrizione del reato: via la condanna ma resta il risarcimento
L'Imputato era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di appropriazione indebita commesso nel maggio 2011. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la prescrizione del reato, maturata nel novembre 2018, prima della sentenza d'appello del 2021. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, dichiarando l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per intervenuta prescrizione del reato. Tuttavia, i giudici hanno confermato le statuizioni civili, lasciando fermo l'obbligo di risarcire i danni alla parte civile, poiché tali disposizioni non erano state specificamente contestate nel ricorso.
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Induzione indebita a dare o promettere utilità: sì al danno
Un funzionario di un ente pubblico ha indotto un imprenditore a consegnargli somme di denaro e a eseguire lavori gratuiti per ottenere pagamenti rapidi. La Corte di Appello ha riqualificato il fatto come induzione indebita a dare o promettere utilità, dichiarando il reato prescritto ma confermando il risarcimento dei danni. Il funzionario ha fatto ricorso in Cassazione chiedendo l'assoluzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la prescrizione impedisce l'assoluzione se l'innocenza non è evidente a prima vista. Inoltre, la riqualificazione del reato non cancella il diritto della vittima al risarcimento del danno. Vince l'imprenditore, mentre il funzionario deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: errore del PM salva gli imputati
Due imputati erano stati condannati per lesioni personali lievi commesse nel 2014. La difesa ha impugnato la condanna eccependo la prescrizione del reato, maturata prima della sentenza di primo grado. Il Tribunale aveva erroneamente ritenuto che la richiesta di riunione di due procedimenti duplicati avesse sospeso il decorso del tempo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'errore del pubblico ministero nella duplicazione dei fascicoli non può penalizzare gli imputati. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione del reato e revocando anche i risarcimenti civili.
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Spinta al cliente ubriaco: condanna annullata per mancanza di querela
Un addetto alla sicurezza di un locale spinge un cliente in stato di ebbrezza per impedirgli l'ingresso. A causa dello scarso equilibrio, il cliente cade a terra battendo la testa e riportando lesioni personali. I giudici di merito riqualificano il fatto come lesioni colpose come conseguenza del reato di percosse. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'imputato: il reato di lesioni come conseguenza di altro delitto richiede la querela della persona offesa per poter essere perseguito. La totale mancanza di querela rende l'azione penale improcedibile fin dall'inizio. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio la sentenza di condanna e revoca i risarcimenti civili stabiliti in precedenza.
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Remissione di querela: condanna annullata ma spese a carico
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza di condanna emessa dalla Corte d'Appello. Nel corso del giudizio, la difesa ha depositato il verbale di remissione di querela, formalmente accettata dalla persona offesa. La Suprema Corte ha rilevato l'assenza di elementi per un'assoluzione nel merito e ha dichiarato l'estinzione del reato per remissione di querela. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza impugnata, travolgendo anche le eventuali statuizioni civili di risarcimento. Le spese del procedimento penale sono state poste a carico dell'Imputato, in qualità di querelato, come previsto dalla legge.
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