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Spendita Del Nome

17 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'atto con cui una persona (rappresentante) dichiara di agire non per sé stessa, ma in nome e per conto di un'altra persona (rappresentato), facendo ricadere gli effetti giuridici dell'atto direttamente su quest'ultima.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

ma è sufficiente quella di un delegato. L’incarico al delegato può essere conferito anche oralmente, senza particolari requisiti di forma. Questo principio si applica alle società di capitali, distinguendosi da specifiche ipotesi che richiedono la presenza del titolare dello studio o di un suo delegato. ## Le motivazioni della Corte sulla Residenza Fiscale Società Estera La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Contribuente, confermando le decisioni dei giudici di merito. La Corte ha ritenuto che la vera parte in causa fosse la società estera, rappresentata dal Contribuente che aveva agito in suo nome e per suo conto. La Corte ha sottolineato che la **residenza fiscale società estera** si determina in base alla sede effettiva di amministrazione, non solo alla sede legale. Nel caso specifico, le attività di amministrazione e direzione della società erano svolte in Italia, rendendola fiscalmente residente nel nostro Paese. La cessazione della carica di rappresentante del Contribuente non era stata iscritta nel registro delle imprese, rendendola inopponibile all’Amministrazione Finanziaria. La Corte ha anche confermato la validità della notifica, poiché eventuali vizi sono stati sanati dalla costituzione in giudizio della parte. Infine, la verifica fiscale è stata ritenuta legittima, in quanto la presenza di un delegato era sufficiente. ## Le conclusioni: L’accertamento Fiscale è Legittimo La sentenza della Corte di Cassazione ha stabilito che l’accertamento fiscale emesso dall’Amministrazione Finanziaria era pienamente legittimo. Il ricorso del Contribuente è stato rigettato in ogni sua parte. Questo significa che la società estera è considerata residente fiscalmente in Italia e deve pagare le imposte accertate. La decisione rafforza il principio secondo cui la sostanza prevale sulla forma nella determinazione della residenza fiscale delle società, specialmente quando le attività di gestione e direzione sono concentrate in un paese diverso da quello della sede legale. La sentenza impone al Contribuente il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, come previsto dalla legge in caso di rigetto del ricorso.
La Corte di Cassazione ha confermato la validità di un accertamento fiscale emesso dall'Amministrazione Finanziaria nei confronti di una società estera. Il Contribuente, che aveva agito come rappresentante della società, contestava l'accertamento, sostenendo che la società avesse sede legale all'estero e che la notifica fosse irregolare. La Corte ha stabilito che la residenza fiscale società estera si determina in base alla sede effettiva di amministrazione, che nel caso specifico era in Italia. Ha inoltre chiarito che la cessazione della carica di rappresentante non era opponibile all'Amministrazione Finanziaria se non registrata. Eventuali vizi di notifica sono stati sanati dalla costituzione in giudizio del Contribuente. Il ricorso è stato rigettato, confermando l'obbligo di pagare le imposte.
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Residenza fiscale società estera: la Cassazione conferma l’accertamento
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un accertamento fiscale per IRPEG e IRAP nei confronti di una società estera con sede legale alle Bahamas. L'Amministrazione Fiscale ha recuperato redditi non dichiarati in Italia, sostenendo che la società avesse la sua effettiva residenza fiscale in Roma. Il Contribuente ha contestato la validità delle notifiche e la sua legittimazione ad agire. La Corte ha stabilito che la residenza fiscale della società era in Italia, rendendo applicabile la legge italiana. Ha inoltre chiarito che la cessazione della rappresentanza legale non è opponibile se non iscritta e che i vizi di notifica si sanano con la costituzione in giudizio. La sentenza ribadisce l'importanza della residenza fiscale effettiva.
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Procura a vendere immobile: la vendita in contanti resta valida
Una proprietaria conferisce una procura a vendere immobile con ampi poteri a un intermediario di fiducia. Il delegato stipula il rogito con gli acquirenti e incassa l'intero importo in denaro contante, trattenendo la somma per sé e rendendosi irreperibile. La venditrice cita in giudizio i compratori e il procuratore, chiedendo di dichiarare nullo l'atto per violazione delle norme antiriciclaggio e per mancato incasso del corrispettivo. La Suprema Corte respinge le domande contro gli acquirenti: la violazione sul tetto del contante genera sanzioni amministrative ma non invalida la compravendita, e i poteri concessi al rappresentante rendono il pagamento efficace per i terzi in buona fede.
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Riscossione spese processuali: l’Avvocatura vince in Cassazione
Un cittadino ha impugnato una cartella di pagamento emessa dall'Agente della Riscossione per crediti derivanti da spese di giudizio liquidate a favore di un'amministrazione statale. Il cittadino sosteneva l'illegittimità della cartella poiché l'Avvocatura dello Stato non aveva esplicitato il nome dell'ente patrocinato nel ruolo esecutivo. Inoltre, contestava la mancata compensazione delle spese di lite. La Corte di Cassazione ha confermato la piena legittimità della riscossione spese processuali da parte dell'Avvocatura dello Stato. I giudici hanno chiarito che l'Avvocatura ha la facoltà di agire per il recupero dei crediti legali delle amministrazioni statali senza dover indicare espressamente il loro nominativo. La decisione del giudice di merito sulla gestione dei costi giudiziali rimane discrezionale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso e ha condannato il cittadino al pagamento delle spese legali e del doppio contributo unificato.
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Contratto preliminare di locazione: vincolo valido per l’azienda
Una ex socia e amministratrice ha ceduto gratuitamente le proprie quote societarie al figlio, con l'accordo che la società avrebbe stipulato un contratto di locazione commerciale per un immobile di sua proprietà. In seguito, la società ha rifiutato la firma, sostenendo che l'impegno vincolasse solo il singolo firmatario come promessa del terzo e non l'ente. La proprietaria ha chiesto al giudice l'attuazione del contratto preliminare di locazione ai sensi dell'articolo 2932 del codice civile. La Corte di Cassazione ha confermato la validità dell'intesa, rigettando il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che la spendita del nome della società si può desumere per presunzioni dal contesto complessivo dell'accordo familiare. La società deve rispettare l'affitto e pagare le spese legali.
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Spendita del nome: paga il padre anche senza firma scritta
Un padre si oppone al decreto ingiuntivo per il pagamento di mobili ordinati dalla figlia per la propria abitazione, sostenendo di non aver mai autorizzato l'acquisto. La Corte d'Appello conferma l'obbligo di pagamento, ritenendo che la figlia abbia agito come rappresentante del padre. La Cassazione rigetta il ricorso del genitore, stabilendo che la spendita del nome del rappresentato può avvenire anche in modo tacito, attraverso un comportamento concludente e univoco idoneo a generare affidamento nel venditore. La valutazione di tale comportamento spetta esclusivamente al giudice di merito. Di conseguenza, il padre è tenuto a saldare il debito.
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Mancanza del certificato di abitabilità: la caparra raddoppia
Una promissaria acquirente ha firmato un contratto preliminare per l'acquisto di un locale commerciale. L'immobile era privo del certificato di abitabilità. Dopo oltre un anno di attesa e solleciti rimasti senza risposta, l'acquirente ha esercitato il recesso per la mancanza del certificato di abitabilità, chiedendo il doppio della caparra. Il promittente venditore si è opposto, sostenendo di aver poi ottenuto il certificato e che il ritardo dipendeva dal Comune. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'acquirente. I giudici hanno stabilito che l'inerzia prolungata del venditore per oltre un anno costituisce un grave inadempimento. Questo ritardo supera il limite di tolleranza e fa venir meno l'interesse all'acquisto, legittimando il recesso e il diritto a ricevere il doppio della caparra versata.
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Segnalazione alla centrale rischi: errore vero ma nessun danno
L'Amministratore di una società ha fatto causa a una banca chiedendo il risarcimento dei danni causati da un'erronea segnalazione alla centrale rischi, che aveva bloccato l'accesso al credito. Il Tribunale ha dichiarato nulla la procura alle liti della società perché l'amministratore non aveva specificato di firmare per conto di essa. La Corte d'Appello e la Cassazione hanno confermato il rigetto della domanda. La Suprema Corte ha chiarito che la nullità della procura, non impugnata tempestivamente, è diventata definitiva. Inoltre, i giudici hanno ribadito che il danno all'immagine e alla reputazione derivante da una segnalazione alla centrale rischi non è automatico (in re ipsa), ma deve essere espressamente allegato e provato dal danneggiato. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Compenso professionale fallimento: prova del mandato
Un professionista ha richiesto l'ammissione al passivo di un fallimento per un credito relativo a compensi per attività legale. La sua richiesta è stata respinta perché non ha fornito la prova di aver ricevuto l'incarico dalla società fallita, ma piuttosto dalla socia in proprio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del professionista, confermando che senza la prova del mandato societario, il compenso professionale fallimento non può essere riconosciuto. La Corte ha sottolineato la cruciale importanza di dimostrare la "spendita del nome" della società cliente.
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Promessa di pagamento: assegno e firma amministratore
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 12697/2024, ha stabilito che la firma apposta da un amministratore su un assegno bancario, senza la specifica indicazione che agisce in nome e per conto della società, configura una promessa di pagamento personale. Tale atto fa scattare una presunzione legale dell'esistenza del debito, invertendo l'onere della prova a carico del firmatario. Nel caso di specie, l'amministratore non è riuscito a dimostrare l'inesistenza del rapporto sottostante, venendo così condannato personalmente al pagamento della somma indicata sull'assegno.
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Ammissione al passivo: incarico senza spendita nome
La Corte di Cassazione ha negato l'ammissione al passivo del credito di un professionista per un'attività svolta a favore di una società fallita. La decisione si fonda sulla mancata prova che l'incarico fosse stato conferito dalla società, e non personalmente dalla socia. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché non ha contestato questa specifica e autonoma motivazione della sentenza di merito.
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Promessa di mutuo: la consegna del terzo è valida?
La Cassazione conferma che una promessa di mutuo è valida e si perfeziona con la consegna della somma, anche se effettuata dal coniuge del mutuante. Il comportamento concludente e una successiva scrittura di riconoscimento del debito costituiscono prova sufficiente del rapporto di rappresentanza e dell'avvenuto finanziamento, obbligando il mutuatario alla restituzione.
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Provvigione mediatore: quando è dovuta?
La Corte di Cassazione chiarisce quando sorge il diritto alla provvigione del mediatore. Analizzando un caso di preliminare di vendita firmato da un solo comproprietario, la Corte stabilisce che la conclusione di un 'affare', inteso come qualsiasi atto che crei un vincolo giuridico tra le parti, è sufficiente a far maturare il diritto alla provvigione. L'ordinanza sottolinea inoltre un importante principio processuale: se la decisione di merito si fonda su due autonome ragioni, l'appellante deve contestarle entrambe, pena l'inammissibilità del ricorso.
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Firma assegno aziendale: chi paga il debito?
La Corte di Cassazione chiarisce che la firma su un assegno aziendale, se apposta senza specificare di agire in nome e per conto della società, comporta la responsabilità personale del firmatario. In un caso di assegni emessi da un delegato su un conto di una cooperativa, i giudici hanno stabilito che l'obbligazione cartolare sorge in capo a chi firma, basandosi sul principio di letteralità del titolo. La conoscenza da parte del creditore del rapporto di delega è irrilevante se non risulta dal documento stesso.
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Rappresentanza società: prova del contratto con socio
Un committente cita in giudizio un'impresa di costruzioni per lavori edili difettosi. L'impresa nega di essere la controparte contrattuale, sostenendo che l'accordo fosse stato preso personalmente da un suo socio. La Corte di Cassazione, confermando le sentenze precedenti, rigetta il ricorso del committente. Si sottolinea che spetta a chi agisce in giudizio l'onere di provare la cosiddetta "spendita del nome", ovvero dimostrare che il socio agiva in nome e per conto della società. In assenza di una prova chiara sulla rappresentanza società, la domanda viene respinta.
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Spendita del nome: quando il contratto vincola l’azienda
Una ditta di arredamento si vede negare il pagamento da una società cliente poiché il contratto era stato firmato dal legale rappresentante a titolo personale. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che in assenza di obblighi di forma, la spendita del nome può essere desunta dal comportamento complessivo delle parti, come i pagamenti effettuati dalla società e la destinazione dei beni alla sua sede, vincolando così l'azienda al contratto.
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Firma assegno societario: chi paga il debito?
La Corte di Cassazione ha stabilito che chi appone la propria firma su un assegno tratto da un conto societario, senza specificare di agire in nome e per conto della società, risponde personalmente del pagamento. In base al principio di letteralità dei titoli di credito, la responsabilità personale del firmatario è presunta a meno che non vi sia una chiara indicazione della rappresentanza (come un timbro o una dicitura specifica). La Corte ha inoltre ritenuto inammissibile l'eccezione di aver firmato sotto minaccia, in quanto non formulata come specifica domanda di annullamento nei precedenti gradi di giudizio.
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