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Spaccio Di Sostanze Stupefacenti

29 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il reato che consiste nel vendere, offrire, distribuire o cedere a qualsiasi titolo sostanze stupefacenti, ma anche nel detenerle con questo scopo.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Spaccio di sostanze stupefacenti e vincolo di continuazione
Tre imputati hanno impugnato la condanna per spaccio di sostanze stupefacenti e reati connessi. I ricorrenti lamentavano vizi di motivazione sulla responsabilità concorsuale, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, l'applicazione della recidiva e l'eccessività della pena inflitta a titolo di continuazione con una precedente condanna irrevocabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno confermato la solidità delle prove e la legittimità della recidiva per la spiccata pericolosità sociale dimostrata. Inoltre, la Suprema Corte ha ribadito che il riconoscimento del vincolo della continuazione con un precedente giudicato non consente di ricalcolare o scalfire le pene ormai definitive, ma impone soltanto di applicare il corretto aumento sulla sanzione principale.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: ricorso respinto
La Corte d'Appello confermava la condanna nei confronti di un individuo per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. La pronuncia di secondo grado confermava l'entità della pena inflitta, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e la misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato. L'imputato proponeva quindi ricorso davanti alla Corte di Cassazione, contestando la valutazione delle prove e la congruità del trattamento sanzionatorio. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. L'imputato ha infatti proposto censure di fatto non consentite nel giudizio di Cassazione, senza evidenziare vizi logici o violazioni di legge nella sentenza impugnata. La Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di Sostanze Stupefacenti: Ricorso Inammissibile in Cassazione
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un Lavoratore condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. La Corte d'Appello aveva parzialmente riformato la sentenza di primo grado, assolvendo l'Imputato per alcuni episodi ma confermando la condanna per altri. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando illogicità della motivazione e travisamento della prova, sostenendo l'inattendibilità dei testimoni e la mancanza di prove concrete per alcune cessioni. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo le doglianze basate su questioni di fatto già valutate e disattese dai giudici precedenti con argomenti validi. La Cassazione ha così confermato la responsabilità del Lavoratore per lo spaccio di sostanze stupefacenti.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: la fuga non salva dalla pena
Un uomo tenta la fuga durante un controllo delle forze dell'ordine, gettando a terra una busta con dodici involucri di cocaina e portando con sé oltre cinquecento euro in contanti. L'imputato giustifica la fuga adducendo la paura per le restrizioni pandemiche e l'assenza di permesso di soggiorno. Tuttavia, la Corte di Cassazione conferma la responsabilità per lo spaccio di sostanze stupefacenti. I giudici evidenziano che il frazionamento della droga in dosi, il possesso di contanti senza un lavoro lecito e i precedenti penali dimostrano la destinazione alla vendita. Inoltre, la Suprema Corte considera corretto il calcolo della pena e il giudizio di equivalenza tra le attenuanti e la recidiva. Il ricorso viene dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: no alla lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per concorso in spaccio di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano individuato l'uomo mentre fuggiva da un vigneto insieme a un complice in possesso di bilancino e materiale per confezionare dosi. Nel terreno i militari avevano sequestrato 117 grammi di cocaina con purezza del 69,9%. I giudici di merito hanno escluso l'ipotesi di lieve entità in base alla quantità, alla qualità della droga e alle modalità di occultamento. La Suprema Corte ha confermato la condanna, ribadendo che le ricostruzioni alternative ipotetiche non superano la motivazione logica dei giudici di secondo grado e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: contanti e quantità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. L'indagato contestava la destinazione della droga alla vendita e chiedeva la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità. I giudici hanno invece confermato la piena responsabilità penale. A carico dell'uomo pesavano elementi inequivocabili: l'ingente peso della droga, il mancato reddito personale a supporto dell'acquisto, il possesso di denaro contante in banconote di piccolo taglio e la totale assenza di prove sull'uso personale. La Suprema Corte ha escluso la lieve entità poiché la considerevole quantità di stupefacente neutralizza ogni altro elemento difensivo, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese di giudizio e a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: ricorso respinto
Due imputati hanno proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello di Torino, la quale confermava la loro condanna per spaccio di sostanze stupefacenti in concorso. I ricorrenti contestavano la ricostruzione della loro responsabilità, il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e il diniego delle circostanze attenuanti generiche, oltre a vizi di motivazione sulle pene inflitte. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I motivi presentati risultavano generici, privi di reale confronto critico con la sentenza d'appello e orientati a richiedere un nuovo giudizio sul merito dei fatti, non consentito in sede di legittimità. I ricorrenti hanno subito la condanna definitiva e il pagamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: la Cassazione conferma la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da una persona condannata per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputata contestava la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito e chiedeva una rivalutazione delle prove raccolte. La difesa censurava inoltre il trattamento sanzionatorio, lamentando la severità della pena, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'applicazione dell'aumento per recidiva. I giudici di legittimità hanno ribadito l'impossibilità di richiedere una diversa lettura delle prove in sede di Cassazione. I magistrati hanno ritenuto congrua e motivata la decisione dei gradi precedenti, la quale ha valorizzato i precedenti specifici dell'imputata e l'elevata purezza della droga ceduta. L'imputata ha perso il ricorso ed è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio e a tremila euro alla cassa delle ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: ricorso respinto in Cassazione
La vicenda riguarda un individuo condannato per spaccio di sostanze stupefacenti a seguito di indagini complete. Le forze dell'ordine hanno raccolto prove schiaccianti tramite riprese fotografiche, perquisizioni, sequestri e testimonianze dirette. Nonostante la doppia pronuncia di colpevolezza nei primi due gradi di giudizio, il condannato ha presentato ricorso per Cassazione contestando la natura della droga e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti già congruamente motivati in appello. La scelta del rito abbreviato e una confessione solo parziale non giustificano alcuno sconto di pena. L'imputato ha subito la condanna definitiva al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: ricorsi bocciati e sanzione
Due imputati hanno presentato ricorso contro la condanna per concorso nel reato di spaccio di sostanze stupefacenti. I soggetti contestavano la ricostruzione probatoria della loro responsabilità, la mancata concessione della lieve entità del fatto, il diniego delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva. I giudici supremi hanno rilevato la palese genericità delle doglianze difensive, le quali non si confrontavano in modo puntuale con la motivazione logica e coerente dei giudici di secondo grado. L'organo di vertice ha ribadito che la rivalutazione del merito istruttorio resta preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato inammissibili le impugnazioni proposte dai due ricorrenti, confermando la piena validità delle condanne e imponendo il pagamento delle spese processuali insieme al versamento di una sanzione di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: ricorso respinto e sanzione
Due soggetti condannati per spaccio di sostanze stupefacenti hanno impugnato la sentenza d'appello dinanzi alla Corte di Cassazione. I ricorrenti contestavano la valutazione delle prove, il riconoscimento dell'aggravante del concorso con terzi, l'applicazione della recidiva pluriqualificata e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I Supremi Giudici hanno dichiarato i ricorsi inammissibili. Le censure riproducevano argomenti di merito già analizzati dai giudici territoriali. L'attività illecita risultava inserita in una rete organizzata e continuativa, produttiva di profitti non modesti. I precedenti specifici dimostravano una spiccata pericolosità sociale. La Suprema Corte ha confermato la condanna e ha imposto ai ricorrenti le spese processuali e la sanzione pecuniaria.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: tra lieve entità e condanna
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per lo spaccio di sostanze stupefacenti a carico di quattro imputati coinvolti in un traffico continuato di droga. I giudici hanno respinto la richiesta di applicare l'attenuante della lieve entità del fatto, evidenziando il valore economico delle trattative, i crediti accumulati e lo sfruttamento del flusso turistico per lo smercio. La Suprema Corte ha chiarito che il supporto di intermediazione organizzativa integra la responsabilità penale per concorso nel reato. L'assenza di elementi positivi specifici ha inoltre impedito la concessione delle attenuanti generiche, per le quali non basta lo stato di incensuratezza. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso dell'intermediaria e dichiarato inammissibili gli altri tre ricorsi, condannando questi ultimi anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: no alla lieve entità
Due imputati sono stati condannati in appello per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti, in particolare per la cessione di cocaina da cui erano ricavabili circa 280 dosi. Gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove, chiedendo di derubricare il fatto a ipotesi di lieve entità e contestando la misura della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere alla Cassazione un nuovo esame delle prove e delle intercettazioni. Inoltre, la presenza di circa 280 dosi destinate a un numero elevato di consumatori esclude la lieve entità del fatto. La condanna è diventata definitiva con obbligo di pagare le spese e tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: no all’estraneità della moglie
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputata sosteneva la propria estraneità ai fatti, affermando che la droga e gli strumenti trovati nella casa coniugale appartenessero solo al marito. I giudici hanno confermato la responsabilità della donna sulla base di intercettazioni telefoniche, dell'uso di una linea telefonica dedicata e della sua partecipazione a plurime spedizioni di sostanze illecite. La Suprema Corte ha respinto le richieste di considerare il fatto di lieve entità o la partecipazione di minima importanza. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e la ricorsista deve pagare le spese processuali oltre a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: condanna finale in Cassazione
L'Imputato viene condannato a quattro anni di reclusione e ventimila euro di multa per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine trovano l'uomo in possesso di 147 involucri di cocaina, pari a 263 dosi medie singole, e di materiale per il confezionamento della droga. L'Imputato presenta ricorso in Cassazione lamentando l'assenza delle attenuanti generiche, il vizio di motivazione e la mancata qualificazione del fatto come illecito di lieve entità. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici sottolineano che l'elevato numero di dosi ricavabili e gli strumenti per l'imballaggio dimostrano un'attività di spaccio ben organizzata. La sanzione applicata corrispondeva peraltro già al minimo edittale. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali, oltre a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: ricorsi inammissibili
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da tre soggetti condannati per spaccio di sostanze stupefacenti. La vicenda trae origine da un'articolata rete di distribuzione di cocaina, con sequestro di quantitativi rilevanti, bilancini e somme contanti. Gli imputati avevano contestato vari aspetti del processo: la presunta confusione nel concordato in appello, la competenza del tribunale procedente, la mancata qualificazione del fatto come fatto di lieve entità e la misura dell'espulsione dallo Stato. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'eccezione sulla competenza era tardiva, che il concordato non presentava illegalità e che l'organizzazione dello spaccio impediva di applicare benefici legati alle ridotte quantità. Di conseguenza, la Corte ha confermato le sanzioni e la confisca del denaro, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e delle sanzioni pecuniarie.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: l’aiuto autonomo non ha sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per spaccio di sostanze stupefacenti in concorso. I militari avevano notato L'Imputato fuggire dopo il segnale di allarme lanciato dal complice con una parola convenzionale. Durante la fuga, l'uomo aveva gettato una bustina con varie dosi di droga, confezionate come quelle sequestrate agli acquirenti. La difesa contestava l'attendibilità dei testimoni e chiedeva l'attenuante della minima partecipazione al reato. La Suprema Corte ha ritenuto il ruolo del soggetto paritario ed essenziale: egli gestiva lo smercio con modalità collaudate senza bisogno di direttive. Il ricorso inammissibile ha comportato la conferma della pena, il pagamento delle spese legali e la condanna al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: condanna e ricorso inammissibile
La polizia giudiziaria ha sorpreso l'imputato durante la cessione di una dose di droga a un acquirente. La perquisizione domiciliare ha consentito di sequestrare 360 grammi lordi di marijuana e materiale per il confezionamento delle dosi. I giudici di merito hanno condannato l'accusato per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti, concedendo la sospensione condizionale della pena ma negando le attenuanti generiche. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione chiedendo un riesame delle prove e la riduzione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità e che il diniego delle attenuanti generiche è pienamente valido quando mancano elementi positivi a favore del condannato. L'imputato deve pagare le spese legali e una sanzione.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: ricorso respinto
Due imputati hanno proposto ricorso per Cassazione contro la condanna d'appello per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. I giudici di merito avevano inflitto a entrambi la pena di quattro anni e quattro mesi di reclusione e ventimila euro di multa. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto in lieve entità e, per uno dei soggetti, il proscioglimento per uso personale oltre alla cancellazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I motivi presentati riproducevano pedissequamente doglianze già respinte dai giudici territoriali con motivazioni complete. Inoltre, la contestazione sulla recidiva risultava inedita, poiché mai formulata nell'atto di appello originario. I ricorrenti hanno subito la condanna alle spese e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: no alla lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro la condanna per spaccio di sostanze stupefacenti a un anno e quattro mesi di reclusione e quattromila euro di multa. La difesa contestava la ricostruzione delle prove, lamentando il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. I Supremi Giudici hanno ribadito che la valutazione degli elementi di fatto compete esclusivamente ai giudici di merito. L'organizzazione professionale della cessione e le concrete modalità della condotta escludono la minore offensività dell'illecito, rendendo definitive le sanzioni e condannando il ricorrente alle spese.
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