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Società In House

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170 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Errore di fatto: quando la revocazione è inammissibile
Un gruppo di lavoratori ha chiesto la revocazione di un'ordinanza della Corte di Cassazione, sostenendo un errore di fatto nell'identificazione di chi avesse condotto le selezioni del personale. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La motivazione risiede nel fatto che il presunto errore di fatto non era decisivo per l'esito del giudizio. La questione centrale, infatti, non era chi avesse materialmente svolto la selezione, ma la mancata prova da parte dei lavoratori che tale selezione rispettasse i principi di imparzialità, pubblicità e trasparenza richiesti per l'assunzione in una società a partecipazione pubblica. Di conseguenza, anche correggendo l'errore, la decisione finale non sarebbe cambiata.
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Società in house: legittima la detrazione della ritenuta
La Corte di Cassazione ha stabilito che una società in house, pur essendo controllata da un ente pubblico, possiede un'autonoma soggettività tributaria. Di conseguenza, ha il diritto di considerare la ritenuta subita sugli interessi bancari, maturati su fondi pubblici gestiti, come un acconto d'imposta (IRES) e non come un'imposta definitiva. La Corte ha chiarito che il 'possesso del reddito', ai fini fiscali, consiste nella disponibilità giuridica e materiale delle somme, e la natura di 'in house providing' non annulla la distinzione soggettiva tra la società e l'ente controllante.
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Società in house: autonomia fiscale e ritenute
La Corte di Cassazione ha confermato che una società in house è un soggetto fiscale autonomo, distinto dall'ente pubblico che la controlla. Di conseguenza, la ritenuta fiscale sugli interessi bancari maturati dalla gestione di fondi pubblici è da considerarsi un acconto (ritenuta d'acconto) e non un'imposta definitiva. La società ha quindi legittimamente detratto tali ritenute dall'IRES dovuta, in quanto titolare del 'possesso del reddito', avendo la piena disponibilità e autonomia nella gestione dei fondi e degli interessi generati.
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Incaricato di pubblico servizio: no a mansioni materiali
Un dipendente di una società a partecipazione pubblica, accusato di peculato per essersi appropriato di denaro destinato al pagamento di multe, viene prosciolto in Cassazione. La Corte Suprema ha riqualificato il reato in appropriazione indebita, escludendo la qualifica di incaricato di pubblico servizio per chi svolge compiti puramente materiali ed esecutivi. Di conseguenza, il reato è stato dichiarato improcedibile per mancanza della necessaria querela di parte.
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Società partecipate: limiti all’assunzione diretta
Un lavoratore ha dimostrato l'esistenza di un'interposizione fittizia di manodopera a suo danno, ma la Cassazione ha annullato la sentenza di merito. La Corte ha stabilito che per le società partecipate "in house", che gestiscono servizi pubblici, vige il divieto di costituzione di rapporti di lavoro per ordine del giudice, a causa dell'obbligo di reclutamento tramite concorso pubblico.
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Società partecipate: no al blocco stipendi unilaterale
Una lavoratrice di una società partecipata ha rivendicato il diritto agli aumenti salariali previsti dal rinnovo del CCNL. L'azienda si opponeva, richiamando le norme sul contenimento dei costi del settore pubblico. La Corte di Cassazione ha stabilito che le società partecipate sono soggette al diritto privato e non possono disapplicare unilateralmente il CCNL. Qualsiasi deroga ai trattamenti economici deve passare obbligatoriamente attraverso una contrattazione di secondo livello, respingendo l'idea che il blocco stipendi del pubblico impiego si estenda a queste realtà.
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Società Partecipate: No al blocco stipendi unilaterale
La Corte di Cassazione, con la sentenza 25707/2025, ha stabilito un principio fondamentale per i dipendenti delle società partecipate. Un'azienda a controllo pubblico non può rifiutarsi unilateralmente di applicare gli aumenti retributivi previsti dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL), anche se deve rispettare vincoli di spesa. La Corte ha chiarito che il rapporto di lavoro in queste società è di natura privatistica e qualsiasi modifica ai diritti economici dei lavoratori deve passare obbligatoriamente attraverso una contrattazione di secondo livello con i sindacati, non potendo essere imposta da un atto unilaterale dell'azienda o dell'ente pubblico controllante.
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Blocco retributivo società partecipate: no all’estensione
La Corte di Cassazione ha stabilito che il blocco retributivo previsto per i dipendenti pubblici non si applica automaticamente ai lavoratori delle società partecipate, anche se a totale controllo pubblico. Tali società, soggette al diritto privato, possono contenere i costi del personale solo attraverso la contrattazione collettiva di secondo livello e non con un'imposizione unilaterale. Pertanto, i dipendenti hanno diritto agli aumenti previsti dal loro Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) privatistico, fin dalla loro maturazione.
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Permessi retribuiti: il Comune rimborsa il datore?
Una società di servizi ha richiesto e ottenuto da un Comune il rimborso dei costi per i permessi retribuiti concessi a un proprio dipendente, eletto Sindaco dello stesso Comune. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che la società, pur essendo a partecipazione pubblica, deve essere considerata un 'datore di lavoro privato' ai fini della normativa sui permessi retribuiti per amministratori locali. Di conseguenza, l'onere finanziario di tali permessi spetta all'ente locale che beneficia della funzione pubblica e non all'azienda. La qualifica di 'organismo di diritto pubblico' non modifica la natura privatistica del rapporto di lavoro.
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Lavoratore socialmente utile: no assunzione automatica
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'impiego come lavoratore socialmente utile non conferisce il diritto a un'assunzione a tempo indeterminato presso la Pubblica Amministrazione. Il caso riguardava una lavoratrice che, dopo un periodo come LSU e un'assunzione in una società partecipata poi disciolta, chiedeva la stabilizzazione presso il Comune. La Corte ha ribadito che l'accesso al pubblico impiego richiede un concorso, escludendo qualsiasi automatismo e confermando la natura assistenziale, e non di lavoro subordinato, dell'impiego come lavoratore socialmente utile.
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Assunzione pubblica: no conversione senza concorso
La Corte di Cassazione ha analizzato il caso di una lavoratrice con contratti a termine illegittimi presso una società a totale partecipazione pubblica. La Corte ha negato la conversione del rapporto in un contratto a tempo indeterminato, ribadendo il principio secondo cui l'assunzione pubblica deve avvenire tramite concorso. Tuttavia, ha riconosciuto il diritto della lavoratrice ad agire per ottenere il risarcimento del danno derivante dall'omissione dei contributi previdenziali da parte del datore di lavoro.
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Responsabilità società in house e affidamento
Un'impresa avvia un progetto basandosi sulle rassicurazioni di una società portuale, ente 'in house' del Comune. Quando il progetto si rivela irrealizzabile per vincoli urbanistici, la Corte di Cassazione interviene. Con l'ordinanza n. 13003/2025, stabilisce che la responsabilità della società in house è aggravata. Essendo 'longa manus' della P.A., non può scaricare sul privato l'onere di una diligenza che essa stessa non ha avuto, tutelando così l'affidamento del cittadino.
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Giurisdizione Corte dei Conti: società in house
Una società di trasporto pubblico, qualificata come "società in house", ha citato in giudizio l'agente della riscossione per i danni derivanti dalla prescrizione di alcuni crediti non riscossi. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno affermato la giurisdizione della Corte dei Conti, poiché il caso riguarda un "agente contabile" che gestisce denaro pubblico, configurando una questione di contabilità pubblica e non una semplice controversia contrattuale.
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Giurisdizione Corte dei Conti: il caso società in house
La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha stabilito la giurisdizione della Corte dei Conti in una controversia tra una società di trasporti pubblici 'in house' e un'agenzia di riscossione. La causa, intentata per il mancato recupero di crediti, è stata ritenuta di natura contabile e non civile, poiché riguarda la gestione di denaro pubblico da parte di un agente contabile. La decisione sottolinea che la natura pubblica della società creditrice e dei fondi gestiti è determinante per radicare la giurisdizione contabile.
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Assunzione società in house: no a chiamata diretta
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'assunzione presso una società in house, anche per le categorie protette come gli orfani di caduti sul lavoro, non può avvenire tramite chiamata diretta nominativa. Tale procedura è riservata esclusivamente alle Pubbliche Amministrazioni. Le società a partecipazione pubblica, pur essendo tenute al rispetto del collocamento obbligatorio, devono seguire le procedure di reclutamento che garantiscano trasparenza e selezione, come previsto da normative specifiche. La richiesta di assunzione diretta è stata quindi respinta.
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Obbligo Contributivo Società in House: la Cassazione
Una società di servizi pubblici locali, operante come entità "in house", ha contestato l'obbligo di versare specifici contributi previdenziali, sostenendo che la sua natura pubblica la esonerasse. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'obbligo contributivo per le società in house sussiste. La Corte ha chiarito che l'adozione di una forma societaria di diritto privato (S.p.A.) per operare in un mercato concorrenziale comporta l'accettazione di tutte le relative regole, inclusi gli oneri previdenziali, al fine di garantire una concorrenza leale e non falsata.
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Obbligo contributivo società in house: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'obbligo contributivo sussiste anche per le società in house, a totale partecipazione pubblica. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso di una società municipale del gas, confermando che la sua natura formalmente privatistica la assoggetta alle stesse regole contributive delle aziende private, al fine di non alterare la concorrenza nel mercato. La proprietà pubblica e l'affidamento diretto del servizio non costituiscono motivo di esonero.
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Obbligo contributivo società in house: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5229/2025, ha stabilito che una società 'in house', interamente partecipata da un ente pubblico e operante nel settore della distribuzione del gas, non è esonerata dall'obbligo contributivo verso un fondo integrativo gestito dall'Istituto Previdenziale. La Corte ha rigettato il ricorso della società, affermando che la sua natura giuridica di società per azioni e l'operare in un regime di concorrenza la equiparano a un'azienda privata ai fini degli obblighi previdenziali, indipendentemente dalla proprietà pubblica del capitale. La scelta di operare tramite uno strumento di diritto privato comporta l'accettazione di tutte le regole relative, inclusi gli oneri contributivi, per non alterare la concorrenza sul mercato.
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Responsabilità solidale appalti: le società in house
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 23450/2025, ha stabilito che una società in house, interamente partecipata da enti pubblici, è soggetta alla responsabilità solidale appalti per i crediti dei lavoratori dell'appaltatore. La Corte ha chiarito che tali società, pur essendo soggette al Codice degli appalti, mantengono la loro natura di soggetto di diritto privato e non possono beneficiare dell'esclusione prevista per le Pubbliche Amministrazioni.
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Ferie non godute: obbligo di pagamento per il datore
Una società di trasporti, qualificata come entità "in house" di un comune, è stata condannata a versare l'indennità per ferie non godute a un ex dipendente. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, chiarendo che il divieto di monetizzazione delle ferie, previsto per le pubbliche amministrazioni, non si estende alle società partecipate che operano in regime di diritto privato nei rapporti di lavoro. La Corte ha ribadito che l'onere della prova grava sul datore di lavoro, il quale deve dimostrare di aver formalmente e tempestivamente invitato il lavoratore a fruire delle ferie, avvisandolo della loro possibile perdita. In assenza di tale prova, l'indennità per le ferie non godute è sempre dovuta.
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