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Riparazione Per Ingiusta Detenzione — Anno 2023

345 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Riparazione Per Ingiusta Detenzione

Provvedimenti

Assolto ma senza riparazione per ingiusta detenzione
Il Ricorrente, dopo essere stato assolto con formula piena dall'accusa di traffico di stupefacenti, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ravvisando una colpa grave nel comportamento dell'uomo. Durante un controllo, infatti, era stato trovato in auto con un complice con 800.000 euro in contanti non giustificati e numerosi contatti telefonici sospetti. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che tali condotte ambigue e non chiarite escludono il diritto all'indennizzo, poiché hanno creato una falsa apparenza di colpevolezza che ha giustificato l'arresto. Il Ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: negata anche se assolti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino che chiedeva la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa. I giudici hanno stabilito che l'assoluzione nel processo penale non garantisce automaticamente l'indennizzo dello Stato. Se l'indagato adotta comportamenti ambigui, come frequentare esponenti della criminalità organizzata e utilizzare un linguaggio criptico, crea una falsa apparenza di colpevolezza. Questo comportamento costituisce una colpa grave che esclude il diritto al risarcimento, poiché ha tratto in inganno i magistrati durante le indagini preliminari.
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Riparazione per ingiusta detenzione: sì alla pena, no a cautela
Il caso riguarda la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione presentata da un ex funzionario di polizia, la cui condanna per concorso esterno in associazione mafiosa era stata dichiarata ineseguibile a seguito di una sentenza della Corte EDU. La Corte d'Appello aveva riconosciuto l'indennizzo solo per il periodo di espiazione della pena (dal 2007), escludendo la custodia cautelare (1992-1995) a causa della condotta gravemente colposa del richiedente. La Corte di Cassazione rigetta tutti i ricorsi, confermando la decisione. La riparazione per ingiusta detenzione spetta per la fase esecutiva poiché l'ordine di carcerazione è divenuto retroattivamente illegittimo dopo la pronuncia europea, mentre resta esclusa per la fase cautelare a causa del comportamento del soggetto che aveva generato il sospetto di favoreggiamento.
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Riparazione per ingiusta detenzione: negata anche se assolti
Il Ricorrente ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo aver subito 449 giorni di custodia cautelare per reati di rapina e sequestro di persona, dai quali è stato poi assolto. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ravvisando una colpa grave nel comportamento dell'uomo, che frequentava abitualmente esponenti della criminalità organizzata e aveva partecipato alle fasi preparatorie dei reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del cittadino. I giudici hanno confermato che la frequentazione consapevole di soggetti criminali e la presenza a incontri preparatori, pur non bastando per una condanna penale, costituiscono una condotta gravemente colposa che esclude il diritto all'indennizzo.
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Riparazione per ingiusta detenzione: un litigio non cancella il diritto
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza che negava la riparazione per ingiusta detenzione a un uomo assolto dall'accusa di omicidio. Il giudice di merito aveva escluso l'indennizzo ritenendo che il richiedente avesse causato la propria custodia cautelare a causa di un comportamento gravemente colposo, consistente nell'aver schiaffeggiato pubblicamente un rivale mesi prima del delitto, in un contesto di criminalità organizzata. La Suprema Corte ha invece evidenziato che quel diverbio costituiva un banale litigio per motivi familiari del tutto estraneo all'omicidio. I giudici hanno chiarito che la colpa grave ostativa all'indennizzo richiede un nesso causale concreto e non può fondarsi su semplici sospetti o remoti antecedenti di fatto. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Riparazione per ingiusta detenzione: sì se la fungibilità è parziale
Il Cittadino ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per aver subito un anno di custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che l'intero periodo fosse stato già recuperato tramite la fungibilità delle pene per un'altra condanna. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Cittadino. I giudici di legittimità hanno rilevato che solo sei mesi e cinque giorni erano stati effettivamente computati nel cumulo delle pene, lasciando la restante parte della detenzione priva di qualsiasi compensazione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione precedente e ha rinviato il caso alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Assolto ma bugiardo: niente riparazione per ingiusta detenzione
Il Ricorrente, assolto dall'accusa di associazione mafiosa, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'Appello ha respinto la domanda a causa dei suoi stretti legami con un clan criminale e delle bugie dette durante l'interrogatorio. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego. I giudici hanno stabilito che la frequentazione assidua di soggetti malavitosi e il mendacio in sede di indagine costituiscono colpa grave. Questo comportamento ha creato una falsa apparenza di colpevolezza, ingannando l'autorità giudiziaria e giustificando la custodia cautelare iniziale. Di conseguenza, il cittadino perde il diritto all'indennizzo.
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Riparazione per ingiusta detenzione: l’assoluzione non basta
Un cittadino, dopo essere stato assolto dalle accuse di falso e falsa testimonianza, ottiene dalla Corte d'Appello il riconoscimento della riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ricorre in Cassazione, contestando la mancata valutazione del comportamento del richiedente, il quale avrebbe potuto concorrere a causare la misura cautelare con dolo o colpa grave. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Ministero, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità chiariscono che il giudice della riparazione deve svolgere un'indagine autonoma e con valutazione ex ante sulla condotta del richiedente, per verificare se questa abbia colposamente indotto l'autorità all'arresto, indipendentemente dall'esito assolutorio del processo penale di merito.
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Riparazione per ingiusta detenzione: no a indennizzi per colpa
Un cittadino, assolto dall'accusa di traffico di stupefacenti perché non identificato con certezza nelle intercettazioni, chiede la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in carcere e ai domiciliari. La Corte d'Appello liquida oltre 113.000 euro, ma l'interessato ricorre in Cassazione chiedendo una somma maggiore. Lamenta il mancato riconoscimento come carcere del periodo di aggravamento della misura, dovuto alla violazione delle prescrizioni, e il mancato indennizzo per danni alla salute e familiari. La Cassazione rigetta il ricorso: l'aggravamento causato da colpa del detenuto non dà diritto a maggiorazioni, e i danni ulteriori non sono stati provati con un chiaro nesso causale. La riparazione per ingiusta detenzione resta un indennizzo di solidarietà e non un risarcimento del danno.
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Assolto ma imprudente: niente riparazione per ingiusta detenzione
Il Cittadino ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stato assolto dall'accusa di spaccio di stupefacenti, avendo subito mesi di custodia cautelare in carcere e ai domiciliari. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda ravvisando una colpa grave nel suo comportamento. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che il giudizio di riparazione è autonomo rispetto a quello penale. Le frequentazioni assidue con spacciatori e le dichiarazioni rese durante l'interrogatorio hanno creato una falsa apparenza di colpevolezza. Di conseguenza, la condotta macroscopicamente imprudente del Cittadino esclude il diritto all'indennizzo, poiché egli stesso ha concorso a causare la misura cautelare.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Un imprenditore, assolto con formula ampia dai reati di associazione a delinquere e corruzione, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ravvisando nella sua condotta una colpa grave ostativa all'indennizzo. L'indagato aveva infatti concordato il ritardo nel deposito di una perizia fallimentare e tenuto condotte ambigue emerse dalle intercettazioni. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che il giudizio sulla riparazione per ingiusta detenzione è autonomo rispetto a quello penale. Anche in caso di assoluzione, comportamenti gravemente negligenti o ambigui che creano una falsa apparenza di colpevolezza escludono il diritto al risarcimento.
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Riparazione per ingiusta detenzione: stop se c’è la prescrizione
La ricorrente ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stata assolta per alcuni reati e prosciolta per prescrizione per il reato di maltrattamenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione della Corte di Appello. I giudici hanno stabilito che, in caso di custodia cautelare basata su più accuse, il proscioglimento per prescrizione anche di una sola di esse (se idonea a giustificare la misura) preclude il diritto all'indennizzo. Inoltre, la condotta della ricorrente è stata ritenuta gravemente colposa, avendo generato la falsa apparenza di un reato. L'imputata avrebbe potuto rinunciare alla prescrizione per dimostrare la propria totale innocenza nel merito, ma non lo ha fatto.
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Riparazione per ingiusta detenzione negata all’assolto negligente
Un cittadino straniero, dopo essere stato assolto con formula piena dall'accusa di rapina, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in carcere. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta confermando la decisione della Corte d'Appello. I giudici hanno stabilito che l'uomo ha concorso a causare la propria detenzione con colpa grave. Da un lato, era presente sul luogo del delitto tenendo un comportamento ambiguo che ha ostacolato la vittima. Dall'altro, ha violato l'obbligo di comunicare i cambi di domicilio alla Questura, rendendosi irreperibile e impedendo la corretta notifica degli atti giudiziari. Di conseguenza, la Cassazione ha negato l'indennizzo e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Assolta dal clan ma senza riparazione per ingiusta detenzione
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di riparazione per ingiusta detenzione presentata da una cittadina, precedentemente assolta dall'accusa di associazione mafiosa dopo oltre quattro anni di custodia cautelare. Nonostante l'assoluzione nel processo penale, i giudici hanno stabilito che la donna ha dato causa alla propria carcerazione con colpa grave. Le sue condotte, emerse dalle indagini, includevano l'intestazione fittizia di attività commerciali per conto di un esponente di spicco di un clan e il maneggio consapevole di armi. La Cassazione ha ribadito l'autonomia tra il giudizio penale di assoluzione e quello sull'indennizzo: le frequentazioni ambigue e i comportamenti imprudenti creano una falsa apparenza di colpevolezza che esclude il diritto al risarcimento. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese.
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Riparazione per ingiusta detenzione negata anche se assolti
Il Cittadino, dopo essere stato assolto dall'accusa di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che la condotta del Cittadino avesse concorso a causare la detenzione. L'uomo aveva infatti intrattenuto frequenti contatti e incontri ambigui con soggetti legati al traffico di droga e ordinato sostanze chimiche sospette. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che le frequentazioni ambigue e non giustificate con esponenti della criminalità integrano una colpa grave. Tale comportamento esclude il diritto all'indennizzo, poiché crea una falsa apparenza di colpevolezza che giustifica l'intervento cautelare dello Stato. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: negata all’affiliato assolto
Il Cittadino, dopo essere stato assolto in via definitiva dai reati di associazione mafiosa e omicidio, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, rilevando che l'accertata affiliazione rituale del Cittadino alla consorteria criminale con la dote di "picciotto" costituisse una condotta gravemente colposa, idonea a escludere l'indennizzo. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, stabilendo che la partecipazione attiva a un rito di affiliazione mafiosa rappresenta un comportamento gravemente colposo che giustifica il diniego della riparazione per ingiusta detenzione, anche in caso di successiva assoluzione per mancanza di prove sul ruolo dinamico svolto all'interno del clan.
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Riparazione per ingiusta detenzione: negata anche all’assolto
Un uomo, assolto con formula piena dall'accusa di tentata estorsione dopo aver subito oltre due anni di custodia cautelare in carcere, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'appello ha rigettato la domanda, ravvisando una colpa grave nella condotta del richiedente. Nello specifico, l'uomo aveva effettuato una telefonata alla presunta vittima urlando con tono minaccioso, salvo poi cambiare atteggiamento una volta accortosi del viva voce. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il comportamento del richiedente ha creato una falsa apparenza di colpevolezza, giustificando l'applicazione della misura cautelare. Di conseguenza, l'assolto perde il diritto all'indennizzo e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: errore nel cumulo pene
Il Condannato ha proposto un incidente di esecuzione contro il provvedimento di cumulo delle pene. Nelle more del giudizio, il Pubblico Ministero ha emesso un nuovo ordine di carcerazione. Il Giudice dell'esecuzione ha quindi dichiarato il non luogo a procedere, ritenendo superata la questione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che l'interesse a decidere persiste. Anche se la pena è stata espiata o modificata, permane l'interesse del soggetto a far accertare l'illegittimità del precedente ordine di esecuzione, in particolare per poter richiedere la riparazione per ingiusta detenzione dovuta a un errore nel calcolo della pena. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio.
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Riparazione per ingiusta detenzione: sì al mediatore del debito
Il Ricorrente, dopo aver subito oltre un anno di custodia cautelare per concorso in omicidio, viene assolto con formula piena. La Corte d'Appello nega la riparazione per ingiusta detenzione, ritenendo che la sua attività di mediatore in un debito di droga e la sua presenza sul luogo del delitto costituissero colpa grave. La Cassazione accoglie il ricorso del Ricorrente, chiarendo che la semplice presenza o la mediazione di un debito non bastano a dimostrare una colpa grave causale rispetto all'arresto per omicidio, se non vi era la prevedibilità di un esito violento. La Suprema Corte annulla il provvedimento e rinvia per un nuovo esame.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Il caso riguarda la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione presentata da un uomo rimasto in custodia cautelare in carcere per oltre quattro anni con l'accusa di omicidio, reato da cui è stato infine assolto con formula piena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del richiedente, confermando il diniego dell'indennizzo. I giudici hanno stabilito che l'uomo ha concorso a causare la propria carcerazione per colpa grave extraprocessuale. Egli aveva infatti preso in affitto un appartamento vicino alla vittima usando un documento falso per nascondere l'identità della sua accompagnatrice, mentendo sull'uso dell'immobile e mostrando un atteggiamento sfuggente. Tali condotte sospette hanno indotto il proprietario a chiamare la polizia, creando una falsa apparenza di colpevolezza che ha tratto in errore l'autorità giudiziaria.
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