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Riesame — Anno 2023

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722 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Riesame

Provvedimenti

Esigenze cautelari: annullato il carcere per l’indagato
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per l'Indagato, accusato di associazione mafiosa e tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso per aver preteso subappalti da un'impresa edile. L'Indagato proponeva ricorso in Cassazione contestando la gravità degli indizi e l'attualità delle esigenze cautelari, evidenziando la revoca di precedenti misure di prevenzione. La Suprema Corte ha rigettato i motivi relativi alla colpevolezza, ritenendo solidi gli indizi di reato e l'uso del metodo mafioso. Ha invece accolto il ricorso sulle esigenze cautelari, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che il decorso del tempo e i provvedimenti favorevoli successivi richiedono una motivazione concreta e individualizzata sull'effettivo pericolo di recidiva, non bastando il mero richiamo alla presunzione di legge.
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Droga in borsa ma negato il diritto di partecipazione all’udienza
Il Tribunale del Riesame aveva confermato gli arresti domiciliari per una donna, accusata in concorso con il marito di detenzione di stupefacenti. La donna aveva chiesto tempestivamente di partecipare all'udienza di riesame, ma il Tribunale non l'aveva autorizzata a presentarsi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'omessa autorizzazione viola il diritto di partecipazione all'udienza, determinando una nullità assoluta e insanabile del provvedimento. Inoltre, i giudici di legittimità hanno accolto il motivo relativo al mancato riconoscimento della lieve entità del reato, poiché i giudici di merito si erano basati solo sul dato quantitativo della droga senza valutare il contesto complessivo e l'incensuratezza della donna. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Custodia in carcere e contestazione a catena: la Cassazione annulla
Il Tribunale del Riesame di Catania aveva negato la retrodatazione dei termini di custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'esistenza di una contestazione a catena, poiché i fatti erano connessi a un precedente provvedimento cautelare emesso a Reggio Calabria e gli elementi indiziari erano già noti agli inquirenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che il giudice del riesame ha errato nell'escludere il vincolo di connessione tra gli episodi di spaccio. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza impugnata, rinviando il caso al Tribunale di Catania per una nuova valutazione sulla decorrenza dei termini di custodia.
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Custodia in carcere: confermato l’arresto per il custode
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto a custodia in carcere. L'indagato era accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, avendo custodito stabilmente circa 32 kg di marijuana nel proprio garage per conto di un gruppo criminale. La difesa sosteneva che tale attività, svolta in cambio di denaro, non dimostrasse l'inserimento organico nel sodalizio. La Suprema Corte ha invece confermato la decisione del Tribunale del Riesame, ritenendo la motivazione logica e coerente. I giudici hanno chiarito che il ruolo stabile di custode, unito ai frequenti contatti con i vertici del gruppo emersi dalle intercettazioni, costituisce un grave indizio di colpevolezza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: no ai file audio senza richiesta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la custodia cautelare in carcere per traffico di stupefacenti. La difesa contestava la gravita degli indizi, l'interpretazione delle intercettazioni e l'utilizzabilita dei file audio non messi a disposizione. La Suprema Corte ha chiarito che il controllo di legittimita non consente una rielaborazione dei fatti. Inoltre, l'eccezione di inutilizzabilita delle intercettazioni e infondata poiche la difesa non aveva preventivamente richiesto copia dei file audio al Pubblico Ministero. La sussistenza di gravi indizi e il concreto pericolo di reiterazione del reato giustificano pienamente il mantenimento della misura restrittiva.
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Traffico di stupefacenti: da fornitore a socio di fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di far parte di un'organizzazione dedita al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che l'indagato avesse solo venduto droga in pochi episodi isolati e senza consapevolezza del gruppo criminale. I giudici hanno invece stabilito che un rapporto di fornitura stabile e continuativo, unito a contatti diretti con i vertici del sodalizio e all'uso della forza del gruppo per riscuotere crediti, dimostra la piena partecipazione all'organizzazione. Anche la commissione di singoli reati può provare l'inserimento nel gruppo se l'agente ne sfrutta la struttura. L'appello è stato rigettato con condanna alle spese.
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Sequestro preventivo: la Cassazione respinge il ricorso sui cani
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata contro il provvedimento del Tribunale di Latina, che confermava il sequestro preventivo di sessantadue cani. L'imputata, accusata di associazione a delinquere, frode in commercio e traffico illecito di animali da compagnia, lamentava un vizio di motivazione del giudice del riesame. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione contro il sequestro preventivo è ammesso solo per violazione di legge, categoria che include solo vizi motivazionali talmente radicali da rendere la motivazione del tutto inesistente o illogica. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano adeguatamente motivato la decisione sia sul piano del fumus del reato sia sul pericolo nel ritardo. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Induzione indebita a dare o promettere utilità: accuse smentite
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro il rifiuto di applicare una misura cautelare nei confronti di un funzionario pubblico. L'indagato era accusato del reato di induzione indebita a dare o promettere utilità per aver asseritamente convinto un imprenditore a fornirgli arredi gratuiti per la propria abitazione. I giudici di merito hanno ritenuto insussistenti i gravi indizi di colpevolezza a causa della totale inattendibilità e delle contraddizioni nelle dichiarazioni dell'imprenditore, giudicato reticente e non credibile. La Suprema Corte ha confermato che non è possibile richiedere in sede di legittimità una nuova valutazione dei fatti se la motivazione del provvedimento impugnato è logica, coerente e priva di vizi giuridici.
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Sequestro probatorio del cellulare: chat di spaccio e privacy
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il provvedimento del Tribunale del Riesame che confermava il sequestro probatorio del cellulare. L'indagine riguardava il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. La polizia aveva rinvenuto nella memoria del dispositivo alcune chat di rilevante interesse investigativo. La difesa contestava la mancanza di proporzionalità del sequestro e un errore materiale sull'indicazione della forza di polizia operante. I giudici hanno stabilito che l'errore formale non invalida l'esito dell'ispezione e che il sequestro probatorio del cellulare è proporzionato e necessario per analizzare e raccordare i messaggi con altri elementi di indagine, non potendosi limitare la prova alla sola visione superficiale di foto o video. L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sequestro preventivo: stop ai ricorsi senza violazione di legge
Il Tribunale del riesame annullava il sequestro preventivo di alcune società riconducibili a un indagato per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il Procuratore della Repubblica proponeva ricorso per cassazione, lamentando la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore. La Corte ha chiarito che il ricorso contro i provvedimenti di sequestro preventivo è ammesso solo per violazione di legge e non per vizi di motivazione, a meno che la motivazione non sia del tutto assente o meramente apparente. Nel caso specifico, il Tribunale aveva ampiamente motivato la decisione analizzando le dichiarazioni della vittima e le intercettazioni, escludendo così ogni violazione di legge. Di conseguenza, l'annullamento del sequestro preventivo è stato confermato a favore dell'indagato.
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Misure cautelari personali: arresti confermati tra droga e mafia
Il Tribunale del Riesame ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali degli arresti domiciliari nei confronti di un soggetto accusato di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di gravi indizi e una presunta duplicazione degli elementi d'accusa tra i diversi reati associativi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il reato di associazione mafiosa e quello di narcotraffico possono coesistere e concorrere. I giudici hanno chiarito che la valutazione degli indizi è stata corretta e distinta per ciascun reato, confermando la stabilità del ruolo dell'indagato come addetto alle consegne e alla riscossione dei crediti con metodi intimidatori. Di conseguenza, le misure cautelari personali sono state legittimamente mantenute.
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Sequestro probatorio del cellulare: il TAR non salva l’indagato
Il Tribunale del Riesame ha confermato il sequestro probatorio del cellulare di un professionista, indagato per indebita percezione di erogazioni pubbliche legate a fittizi lavori di ristrutturazione edilizia tramite Superbonus. Il professionista ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la legittimità del sequestro, l'incompetenza territoriale del pubblico ministero e l'irrilevanza penale dei fatti alla luce di una favorevole decisione del TAR sulla regolarità edilizia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il sequestro probatorio del cellulare è pienamente legittimo se lo strumento può contenere dati utili alle indagini. Inoltre, in questa fase, il giudice deve solo verificare l'astratta configurabilità del reato e non il merito dell'accusa, rendendo irrilevanti le pronunce del giudice amministrativo. Il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese.
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Sequestro probatorio: il tecnico del Superbonus perde i supporti
Un tecnico progettista, accusato di truffa per fittizi lavori edilizi legati al Superbonus, ha impugnato il provvedimento di sequestro probatorio di una pen drive e di un telefono cellulare. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità del sequestro. I giudici hanno chiarito che, in sede di riesame del sequestro probatorio, il tribunale deve solo verificare l'astratta configurabilità del reato e l'utilità dei beni sequestrati per le indagini, senza entrare nel merito dell'accusa. Inoltre, l'eventuale incompetenza territoriale del pubblico ministero non annulla la validità del sequestro, trattandosi di un mero criterio organizzativo interno. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Arresti domiciliari ed evasione: la fuga conferma la custodia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la conferma della misura cautelare degli arresti domiciliari. L'indagato, accusato di associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti, sosteneva che il tempo trascorso dai fatti avesse affievolito le esigenze cautelari. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato la sistematica attività di spaccio su strada e, soprattutto, un recente episodio di fuga. Questo comportamento configura pienamente il binomio tra arresti domiciliari ed evasione, dimostrando l'inidoneità di misure meno afflittive e la sussistenza di un concreto pericolo di reiterazione del reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il lavoro non cancella lo spaccio
Il Tribunale di Torino ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di spaccio sistematico di cocaina e ricettazione. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza del pericolo di recidiva poiché aveva cessato l'attività illecita per avviare un'attività artigianale regolare. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo logica la valutazione dei giudici di merito. Il Tribunale aveva infatti ipotizzato che la nuova attività lavorativa servisse unicamente come copertura per i proventi illeciti, considerando anche il rinvenimento di materiale da confezionamento e la mancanza di altri redditi familiari. La Cassazione ha ribadito che la valutazione sulla custodia cautelare in carcere e sulla prognosi di recidiva spetta ai giudici di merito, purché motivata in modo non contraddittorio.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: carcere sì, clan no
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare per un uomo accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un'impresa olearia. Il Tribunale del Riesame aveva precedentemente escluso l'accusa di associazione mafiosa, ritenendo i singoli episodi estorsivi, avvenuti a distanza di dieci anni (nel 2010 e nel 2020), insufficienti a dimostrare una stabile appartenenza al clan. Sia il Pubblico Ministero, che chiedeva il ripristino dell'accusa associativa, sia l'indagato, che contestava la custodia cautelare per le estorsioni, hanno presentato ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi, confermando che la valutazione del giudice di merito era logica e insindacabile. L'indagato resta quindi in custodia per le sole estorsioni.
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Gravi indizi di colpevolezza: da commercio autonomo a cartello
Un indagato ha impugnato l'ordinanza cautelare di divieto di dimora, contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per il reato di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di pezzi di ricambio auto. La difesa sosteneva che i soggetti agissero in modo autonomo per profitto individuale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura. La Suprema Corte ha chiarito che i giudici di merito hanno logicamente dimostrato l'esistenza di un vero e proprio cartello criminale basato su una collaborazione sistematica. Il controllo di legittimita non puo tradursi in una nuova valutazione dei fatti, ma deve solo verificare la coerenza logica della motivazione che sorregge i gravi indizi di colpevolezza. L'indagato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Indebita compensazione: sequestro confermato per l’ex amministratore
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo nei confronti dell'ex amministratore di una società, accusato del reato di indebita compensazione in concorso. L'indagato aveva firmato una dichiarazione IVA contenente un credito fittizio di circa due milioni di euro, nonostante avesse già ceduto le proprie quote societarie. La cessione era avvenuta in modo anomalo, riguardando una società di fatto inattiva e priva di dipendenti. I giudici hanno ritenuto sussistente il dolo eventuale, poiché l'ex amministratore era consapevole che la firma della falsa dichiarazione e la cessione della società vuota avrebbero agevolato la realizzazione di un disegno illecito. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare reale e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Retrodatazione custodia cautelare: negata se i reati sono nuovi
Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta di scarcerazione avanzata da un indagato, il quale sosteneva che la seconda misura cautelare applicata nei suoi confronti fosse ormai inefficace. Secondo la difesa, infatti, doveva operare la retrodatazione custodia cautelare in base al legame con un precedente provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la retrodatazione non si applica se la seconda ordinanza riguarda fatti commessi in un arco temporale successivo rispetto alla prima misura, anche se si tratta dello stesso titolo di reato. Di conseguenza, l'indagato resta in custodia e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il legame familiare non salva
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente contestava l'identificazione personale e la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, sostenendo che la sua partecipazione fosse limitata nel tempo e priva di attualità cautelare. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e che, per i reati associativi di droga, opera la doppia presunzione di adeguatezza della misura carceraria. Non essendo stata fornita la prova della rescissione dei legami con il sodalizio criminale, la misura restrittiva resta legittima anche a distanza di tempo dai fatti.
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