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Riduzione In Pristino

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178 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Distanze tra costruzioni: quando il muro di cinta non è un abuso
Il Proprietario Ricorrente ha citato in giudizio Il Proprietario Vicino lamentando la violazione delle distanze tra costruzioni per un ampliamento edilizio a soli 1,05 metri dal confine, oltre alla violazione di una presunta servitù di veduta esercitata da una ringhiera sopra un muro di contenimento. La Corte d'Appello ha respinto le domande, ritenendo che il muro avesse solo funzione di recinzione e non fosse una vera costruzione, escludendo anche il diritto di veduta. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso del Proprietario Ricorrente, confermando che un muro divisorio non costituisce una costruzione rilevante per le distanze legali e non può far nascere una servitù di veduta, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Usucapione negata sul terrazzo: vince chi contesta i lavori
I Vicini hanno chiesto l'accertamento dell'acquisto per usucapione di un terrazzino confinante con la loro abitazione, oltre alla costituzione di servitù di veduta e alla riduzione in pristino delle opere realizzate dalle Proprietarie. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda, rilevando che il possesso non era durato per il ventennio necessario e che l'uso era stato contestato dalle Proprietarie con l'esecuzione di lavori regolari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei Vicini. La Suprema Corte ha confermato che, in presenza di una "doppia conforme" sui fatti, non è possibile contestare la ricostruzione dei giudici di merito in sede di legittimità. Di conseguenza, i Vicini perdono definitivamente la causa e non ottengono l'usucapione del terrazzino.
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Fascia di rispetto autostradale: il privato deve provare l’epoca
La Società Concessionaria ha chiesto la demolizione di una tettoia e di un fabbricato realizzati dal Proprietario a distanza inferiore ai 60 metri dall'autostrada. I giudici di merito hanno rigettato la domanda, ritenendo che spettasse alla Società dimostrare che le opere fossero successive al vincolo del 1961. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la presenza di un'opera all'interno della fascia di rispetto autostradale fa presumere la sua illegittimità. Spetta quindi al privato dimostrare che la costruzione è anteriore alla nascita del vincolo di inedificabilità assoluta. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'appello.
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Distanze legali tra costruzioni: demolizione sì, risarcimento no
Il Proprietario di un fondo ha citato in giudizio La Confinante per aver costruito un garage e una scala esterna senza rispettare le distanze legali tra costruzioni. La Corte d'Appello ha ordinato l'arretramento delle opere a dieci metri dal fabbricato e a cinque dal confine, oltre a un risarcimento di cinquemila euro. La Cassazione ha confermato l'obbligo di arretramento, ma ha accolto il ricorso della Confinante sul risarcimento. I giudici hanno stabilito che il danno da violazione delle distanze legali tra costruzioni non è automatico (in re ipsa), ma deve essere concretamente allegato e provato dal danneggiato. La causa è stata rinviata per rideterminare il risarcimento.
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Proprietà condominiale: risponde del muro solo chi ne trae vantaggio
Un condomino ha citato in giudizio due comproprietari per l'abbattimento di un muro che occupava la proprietà condominiale, riducendo lo spazio di manovra dei box auto. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno condannato entrambi i convenuti alla demolizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di uno dei due convenuti, evidenziando la sua totale estraneità all'appartamento ampliato e la conseguente carenza di legittimazione passiva. La Suprema Corte ha invece confermato che ogni singolo condomino ha il diritto di agire a tutela della proprietà condominiale, anche se non possiede un box nell'area interessata. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello di Genova per una nuova decisione.
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Distanze legali tra costruzioni: i balconi non si escludono
I proprietari di un immobile hanno citato in giudizio un'impresa costruttrice confinante, lamentando la violazione delle distanze legali tra costruzioni. La Corte d'Appello aveva dato ragione all'impresa, ritenendo applicabile il vecchio piano regolatore e non computabili i balconi nel calcolo delle distanze. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che le nuove costruzioni devono rispettare le norme vigenti al momento dell'effettiva edificazione e che i balconi sporgenti (corpi aggettanti) rientrano nel calcolo delle distanze. Inoltre, ha chiarito che i limiti minimi di dieci metri previsti dal d.m. 1444/1968 si applicano direttamente anche nei rapporti tra privati. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio, accogliendo il ricorso dei vicini.
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Distanze legali tra costruzioni: scale e ballatoio da arretrare
Un proprietario ha citato in giudizio il vicino chiedendo l'arretramento di due rampe di scale e di un ballatoio costruiti a ridosso del confine, in violazione delle distanze legali tra costruzioni. Il vicino si è difeso sostenendo di aver acquistato il diritto per usucapione e che il ballatoio non era stato contestato fin dall'inizio. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del proprietario, ordinando l'arretramento delle opere. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del vicino. I giudici hanno chiarito che la richiesta iniziale di demolire tutte le opere comprendeva anche il ballatoio e che le prove sull'usucapione erano del tutto insufficienti e non rivalutabili in sede di legittimità. Di conseguenza, il vicino deve arretrare le strutture e pagare le spese processuali.
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Nuova costruzione sul confine: quando la demolizione è totale
Una proprietaria viene condannata a demolire un fabbricato perché edificato a meno di cinque metri dal confine, violando i regolamenti locali. I giudici qualificano l'opera come nuova costruzione perché molto più grande rispetto ai vani preesistenti. La proprietaria chiede a sua volta la demolizione di un manufatto delle vicine, che era stato sopraelevato di cinquanta centimetri. La Corte d'appello ordina solo la demolizione della parte sopraelevata. La Cassazione accoglie il ricorso della proprietaria su questo punto: la sopraelevazione configura una nuova costruzione e, pertanto, l'ordine di demolizione per violazione delle distanze deve riguardare l'intero manufatto modificato e non solo la parte sopraelevata. La causa viene rinviata per una nuova decisione.
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Distanze legali tra costruzioni: accordo nullo e demolizione
Due vicini stipulano nel 1982 un accordo privato per derogare alle distanze di confine. Tuttavia, la firma viene apposta dal figlio del proprietario senza una delega scritta. La Corte di Cassazione conferma la nullità dell'accordo per difetto di procura. Di conseguenza, trovano applicazione le regole ordinarie sulle distanze legali tra costruzioni. I proprietari confinanti che hanno realizzato una terrazza in cemento armato e sopraelevato un locale forno a meno di tre metri dal confine sono condannati alla demolizione o all'arretramento delle opere. La Suprema Corte rigetta il ricorso dei costruttori abusivi, confermando l'obbligo di ripristino dello stato dei luoghi e il risarcimento del danno in favore del vicino.
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Sequestro preventivo: da fondo agricolo a parcheggio a Capri
Il caso riguarda il sequestro preventivo di alcune aree all'interno di una tenuta a Capri, dove erano stati realizzati abusi edilizi. In particolare, un'area agricola era stata trasformata in un parcheggio di 165 metri quadrati con transito di veicoli. Il Tribunale, in sede di rinvio, ha confermato il sequestro preventivo limitatamente all'area adibita a parcheggio, ritenendo che l'uso quotidiano della superficie potesse compromettere il futuro ripristino della destinazione agricola e dei terrazzamenti originari. Il Proprietario ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'autonomia dell'area e l'avvenuto ripristino. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura cautelare poiché l'attività di parcheggio e il transito dei veicoli costituiscono un pericolo concreto per la tutela del paesaggio e la restituzione del fondo allo stato originario.
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Distanze tra costruzioni: la veranda va arretrata dal confine
I comproprietari di un immobile hanno impugnato la decisione che li obbligava ad arretrare una veranda a cinque metri dal confine. Essi contestavano anche la legittimità di una barriera metallica eretta dai vicini sul muro di confine. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei proprietari della veranda. I giudici hanno chiarito che la barriera dei vicini costituisce una semplice prosecuzione del muro di confine preesistente e non viola le norme sulle distanze tra costruzioni. Al contrario, la veranda dei ricorrenti viola le distanze legali e deve essere arretrata. Con questa decisione, i vicini ottengono la conferma dell'ordine di arretramento della veranda abusiva, mentre i ricorrenti perdono definitivamente la causa e devono farsi carico delle spese del doppio contributo unificato.
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Distanze tra costruzioni: centro storico batte limite dei 10 metri
I proprietari confinanti hanno citato in giudizio l'impresa costruttrice e gli acquirenti di un appartamento, lamentando la violazione delle distanze tra costruzioni rispetto al proprio confine. I giudici di merito avevano ordinato la demolizione parziale dell'edificio applicando il limite dei 10 metri previsto dal D.M. 1444/1968. La Corte di Cassazione ha invece accolto i ricorsi dell'impresa e degli acquirenti, stabilendo che la distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate non si applica agli edifici situati in Zona A (centro storico). Per i centri storici valgono infatti regole speciali legate ai volumi preesistenti. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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Distanze legali tra costruzioni: ricorso vago, l’opera resta
I Vicini hanno citato in giudizio Il Proprietario per violazione delle distanze legali tra costruzioni, chiedendo la demolizione di alcune coperture realizzate sul suo immobile. Dopo alterne decisioni nei primi gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei Vicini. La Suprema Corte ha chiarito che chi contesta la violazione delle distanze edilizie non può limitarsi a richiamare genericamente l'intero regolamento comunale, ma deve indicare con precisione la norma violata e spiegare come i giudici abbiano errato. Inoltre, eventuali irregolarità amministrative o la non conformità ai permessi di costruire rilevano solo nei rapporti con il Comune, non tra privati. Di conseguenza, Il Proprietario vince la causa e mantiene le opere, mentre I Vicini sono condannati a pagare le spese legali.
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Distanze legali tra costruzioni: demolito l’edificio fuori norma
Il Proprietario Confinante ha citato in giudizio I Vicini, contestando la violazione delle distanze legali tra costruzioni. I Vicini avevano infatti edificato alcuni fabbricati a meno di dieci metri dal confine, distanza minima prescritta dal piano regolatore comunale per le zone agricole. I Vicini si difendevano invocando il principio di prevenzione, poiché la norma locale consentiva comunque la costruzione in aderenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei Vicini, confermando l'ordine di demolizione. I giudici hanno chiarito che, se il regolamento comunale impone una distanza minima dal confine pur consentendo l'aderenza, il primo costruttore può scegliere solo tra il rispetto della distanza regolamentare o la costruzione sul confine stesso. Non è invece permesso costruire a una distanza intermedia inferiore a quella prescritta.
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Distanze tra costruzioni: quando la nuova legge salva la casa
Due proprietari confinanti hanno fatto causa alle vicine lamentando il mancato rispetto delle distanze tra costruzioni. La Corte d'Appello, applicando un regolamento comunale sopravvenuto, ha ordinato l'arretramento dell'edificio a cinque metri dal confine, ritenendo inammissibile la richiesta di risarcimento del danno perché presentata in ritardo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dei proprietari. La Corte ha chiarito che le nuove norme sulle distanze tra costruzioni, se più favorevoli, si applicano subito ed evitano la demolizione se l'edificio risulta conforme. Inoltre, la richiesta di risarcimento del danno non può essere formulata per la prima volta in appello se prima si era chiesta solo la demolizione, trattandosi di una domanda nuova e tardiva.
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Distanze legali: il vicino perde la causa contro i balconi
Un proprietario ha fatto causa all'impresa costruttrice confinante, sostenendo che il nuovo edificio violasse le distanze legali. Secondo il proprietario, la distanza di 5 metri dal confine doveva essere calcolata dalla punta dei balconi sporgenti e non dal muro della casa. I giudici hanno respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha chiarito che il regolamento edilizio comunale può stabilire regole specifiche per i balconi. Nel caso in questione, il regolamento locale prevedeva una doppia misura: 5 metri per le pareti e 1,50 metri per i balconi. Poiché la costruzione rispettava entrambe le misure, l'edificio è stato dichiarato perfettamente in regola. Di conseguenza, il proprietario che ha avviato la causa ha perso definitivamente e non ha diritto ad alcuna demolizione o risarcimento.
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Distanze legali: l’accordo violato costa la demolizione
Un venditore cede un terreno a un'impresa costruttrice, pattuendo nel contratto la possibilità di edificare a una distanza minima di quattro metri dal confine, in deroga ai cinque metri previsti dal regolamento comunale. L'impresa edifica però a una distanza inferiore a quella concordata. Il venditore agisce in giudizio chiedendo l'arretramento dell'edificio. Gli acquirenti degli immobili impugnano la decisione favorevole al venditore. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, confermando che l'accordo ha costituito una servitù a tutela delle distanze legali. La violazione di tale diritto reale comporta l'obbligo di riduzione in pristino tramite arretramento della costruzione, escludendo la possibilità di sostituire la demolizione con il solo risarcimento del danno, in quanto la tutela dei diritti reali non incontra il limite dell'eccessiva onerosità.
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Ristrutturazione edilizia e distanze legali: tetto da demolire
Una proprietaria ha fatto causa a una società costruttrice lamentando che il rifacimento del tetto di un edificio vicino violasse le distanze dal confine. La società sosteneva si trattasse di una semplice ristrutturazione. La Corte d'Appello ha invece accertato che l'intervento, avendo aumentato l'altezza di novanta centimetri e modificato la forma del tetto creando un sottotetto potenzialmente abitabile, costituiva una nuova costruzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che ogni modifica che aumenta altezza o volume si qualifica come nuova costruzione. Di conseguenza, l'opera rientra nella disciplina della ristrutturazione edilizia e distanze legali, obbligando il costruttore alla riduzione in pristino (demolizione) e al risarcimento dei danni, oltre a dover tenere indenni gli acquirenti degli appartamenti.
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Distanze legali tra costruzioni: tettoia demolita sul confine.
Il proprietario di un muro di sostegno ha citato in giudizio la vicina per aver costruito una tettoia a ridosso del confine senza rispettare le distanze legali tra costruzioni. La vicina sosteneva di aver usucapito il diritto di mantenere la tettoia e che la norma provinciale sulle distanze fosse stata abrogata. I giudici di merito hanno ordinato l'arretramento della tettoia, accertando che era stata edificata di recente (2005-2006) e che la normativa locale prevedeva comunque una distanza minima di 1,5 metri. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della vicina. La Suprema Corte ha confermato che la disciplina transitoria manteneva in vigore la regola della distanza minima e che, essendoci una doppia decisione conforme nei gradi precedenti, non era possibile ridiscutere i fatti di causa. La vicina perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Verificazione di scrittura privata: firma vera ma confini da rifare
Il Primo Proprietario contesta i confini con I Vicini, lamentando l'abusiva costruzione di un ampliamento edilizio a distanza illegittima. I Vicini oppongono una scrittura privata che stabilisce i confini, la cui firma viene accertata come autentica in un separato giudizio. La Corte d'Appello ritiene che tale accertamento vincoli la determinazione dei confini. La Cassazione accoglie il ricorso del Primo Proprietario, chiarendo che la verificazione di scrittura privata accerta solo la paternità della firma, ma non la verità del contenuto del documento o la validità dell'accordo sui confini. La sentenza viene cassata con rinvio.
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