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Rideterminazione Della Pena

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278 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Obbligo di presentazione DASPO: nullo se l’amichevole non è nota
Il caso riguarda un tifoso condannato per aver violato l'obbligo di presentazione DASPO in occasione di alcune partite, comprese amichevoli e incontri all'estero. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'obbligo di firma si applica anche alle partite amichevoli solo se queste sono preventivamente programmate e pubblicizzate in modo da essere conoscibili dal destinatario. Poiché i giudici d'appello non avevano verificato questa concreta conoscibilità per gli incontri contestati, il ricorso è stato ritenuto fondato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato prescritti i reati relativi a tre delle date contestate, annullando senza rinvio la condanna per quegli episodi e riducendo la pena residua per il solo episodio non impugnato a otto mesi di reclusione e 6.666,00 euro di multa.
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Rideterminazione della pena: negato lo sconto sull’ergastolo
Il Condannato, condannato all'ergastolo con isolamento diurno nel 1999 (sentenza definitiva nel 2000), ha richiesto la rideterminazione della pena a trent'anni di reclusione. Ha invocato l'applicazione di una legge più favorevole del 2000 sul rito abbreviato. La Corte d'Assise ha respinto la richiesta poiché l'uomo non era stato ammesso al rito speciale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le norme transitorie escludevano l'applicazione del beneficio ai processi già pendenti in Cassazione al momento dell'entrata in vigore della nuova legge. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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Rideterminazione della pena: no al ricalcolo dopo il giudicato
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione la rideterminazione della pena inflitta nel 2018, sostenendo che fosse stata calcolata in base a una legge successiva e più sfavorevole rispetto all'epoca del reato commesso fino al 2007. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta e la Corte di Cassazione ha confermato tale decisione. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sulla misura della pena stabilita nella sentenza definitiva riguardano il giudizio di cognizione e non possono essere riproposte davanti al Giudice dell'esecuzione, specialmente se già esaminate nel merito. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Rideterminazione della pena: stop ai ricalcoli arbitrari
Il Condannato ha richiesto la rideterminazione della pena a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale favorevole in materia di stupefacenti. Il Giudice dell'esecuzione ha ricalcolato la sanzione, ma ha aumentato la pena per l'aggravante della ingente quantità in misura proporzionalmente maggiore rispetto a quanto stabilito nel processo originario. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice della fase esecutiva non può alterare la proporzione dell'aumento per l'aggravante fissata dal giudice del processo di merito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha ridotto direttamente la pena finale da otto anni e otto mesi a otto anni di reclusione.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la sentenza della Corte di Appello. Quest'ultima aveva rideterminato la pena per un reato di droga a seguito di un concordato in appello ai sensi dell'articolo 599-bis del codice di procedura penale. L'imputato aveva contestato la motivazione della decisione, ma i giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso per cassazione non è ammesso contro le sentenze pronunciate a seguito di accordo tra le parti sulla pena, quando vi sia stata rinuncia ai motivi di appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Rideterminazione della pena: assoluzione parziale ma niente sconti
Un funzionario pubblico, condannato per corruzione e falso, ha ottenuto l'assoluzione per i reati di falso materiale. La Corte di Cassazione ha quindi disposto il rinvio alla Corte di appello per la rideterminazione della pena. Il giudice del rinvio ha ridotto la sanzione complessiva, ma l'imputato ha presentato un nuovo ricorso. Egli ha lamentato la violazione del divieto di peggioramento della pena, sostenendo che il calcolo della riduzione dovesse riguardare tutti i reati contestati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la rideterminazione della pena è stata corretta. La Corte di appello ha mantenuto ferma la sanzione base per la corruzione, già confermata in precedenza, e ha ridotto unicamente gli aumenti legati ai reati per cui è intervenuta l'assoluzione. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Rideterminazione della pena: sconti negati e condanna più dura
Il Condannato, accumulando diverse condanne definitive per rapine aggravate e porto d'armi, ha richiesto l'unificazione delle pene sotto il vincolo del reato continuato. La Corte d'Appello ha rideterminato la sanzione complessiva a oltre ventidue anni di reclusione. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un aumento di pena illegittimo e la violazione del divieto di peggioramento della condanna. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la rideterminazione della pena in senso più sfavorevole è pienamente legittima se l'annullamento precedente era derivato da un ricorso del Pubblico Ministero. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Rideterminazione della pena: niente sconti senza variazioni
Il Condannato, punito per reati di droga legati alla cocaina con sentenza definitiva del 2010, ha richiesto la rideterminazione della pena. La richiesta si basava sulla dichiarazione di incostituzionalità della legge del 2006 operata dalla Corte Costituzionale nel 2014. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la pena originaria era stata calcolata su parametri identici a quelli tornati in vigore dopo la pronuncia di incostituzionalità. Di conseguenza, non si è verificata alcuna variazione favorevole della forbice edittale per il reato contestato. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rideterminazione della pena: niente sconti per i vecchi reati
Il Condannato ha richiesto la rideterminazione della pena per reati di droga commessi tra il 2010 e il 2011, invocando una nota sentenza della Corte Costituzionale del 2019 che ha ridotto il minimo edittale per gli stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sentenza costituzionale si applica solo ai reati commessi dopo il 2014. Per i fatti commessi nel periodo precedente, come nel caso del Condannato, si applicava già la sanzione minima più favorevole di sei anni. Di conseguenza, la pronuncia costituzionale non ha alcuna influenza sulla sua condanna, che rimane valida e non modificabile.
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Rideterminazione della pena: no alle istanze fotocopia
Il Condannato ha richiesto la rideterminazione della pena per reati legati agli stupefacenti, basandosi su una sentenza della Corte Costituzionale. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'istanza poiché un'analoga richiesta era già stata respinta da un altro giudice e il ricorrente non ha presentato elementi di novità. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità, stabilendo che eventuali errori del primo provvedimento andavano impugnati direttamente o corretti tramite apposita procedura, e non riproponendo la stessa domanda a un giudice diverso. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rideterminazione della pena: da dodici a dieci anni per errori
La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso dell'Imputato, accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. I giudici di secondo grado avevano calcolato erroneamente la pena, applicando un aumento eccessivo per le circostanze aggravanti e omettendo lo sconto di un terzo previsto per il rito abbreviato sull'aumento per la continuazione con un precedente reato. La Suprema Corte ha proceduto direttamente alla rideterminazione della pena, riducendola da dodici a dieci anni di reclusione complessivi, oltre a una multa di 8.333 euro, correggendo gli errori di calcolo matematico dei giudici di merito.
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Prescrizione del reato: condanna annullata per marchi falsi
Il caso riguarda un commerciante accusato di ricettazione e commercio di prodotti con marchi contraffatti. I fatti risalivano al 2013. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, rilevando che per il reato di vendita di merci falsificate era già maturata la prescrizione del reato prima della sentenza d'appello del 2021. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno annullato senza rinvio la condanna per questo specifico reato. La Suprema Corte ha poi rideterminato direttamente la pena per il solo reato residuo di ricettazione, eliminando l'aumento precedentemente stabilito per la continuazione dei reati e riducendo la sanzione finale a un anno e sei mesi di reclusione e 600 euro di multa.
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Rideterminazione della pena: tra sconti e aggravanti residue
Il caso riguarda la rideterminazione della pena per un soggetto condannato per associazione finalizzata al narcotraffico. A seguito di molteplici annullamenti con rinvio da parte della Cassazione, la Corte di appello ha ridotto la sanzione a otto anni e sei mesi di reclusione. La difesa ha contestato il calcolo, sostenendo che l'esclusione dell'aggravante mafiosa, dovuta alla dissociazione attuosa del reo, dovesse comportare una riduzione maggiore e che le altre aggravanti fossero irrilevanti. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i giudici di merito hanno correttamente applicato i principi di diritto, riducendo proporzionalmente l'aumento di pena per le residue aggravanti e mantenendo fermo il beneficio per la collaborazione.
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Sospensione condizionale della pena: valida anche senza menzione
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza di appello lamentando la mancata menzione della sospensione condizionale della pena nel dispositivo che rideterminava la sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la sospensione condizionale della pena, già concessa in primo grado e non modificata in appello, si intende automaticamente confermata anche in caso di ricalcolo della pena senza ulteriori specificazioni. Di conseguenza, il Ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rideterminazione della pena: patto violato o legittimo potere
Il Tribunale di Catania, come giudice dell'esecuzione, ha ridotto la sanzione a carico de Il Condannato per spaccio di sostanze stupefacenti pesanti. Questa decisione è avvenuta a seguito della dichiarazione di incostituzionalità del minimo edittale di otto anni di reclusione. Il Condannato ha proposto ricorso per Cassazione, contestando il fatto che il giudice non avesse applicato il minimo edittale di sei anni come base per il ricalcolo, ma avesse invece fissato autonomamente una pena base di sette anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che la rideterminazione della pena in fase esecutiva, anche in caso di precedente patteggiamento, non è un calcolo matematico automatico. Il giudice dell'esecuzione conserva il potere discrezionale di valutare la congruità della sanzione in base alla gravità del fatto concreto.
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Ricorso per Cassazione personale: il rischio del fai da te
Il ricorrente ha presentato personalmente un ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di appello che aveva rideterminato la sua pena per i reati di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso personale, ribadendo che l'imputato non può redigere e presentare autonomamente l'atto di impugnazione davanti alla Cassazione. Per questa ragione, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: la rinuncia ai motivi blocca la Cassazione
L'Imputata, accusata di ricettazione e violazioni tributarie sulle accise, ha concordato in secondo grado una pena di un anno e sei mesi di reclusione, rinunciando agli altri motivi di appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione delle cause di proscioglimento da parte dei giudici di secondo grado. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che chi accede al concordato in appello non può contestare la mancata applicazione del proscioglimento d'ufficio, salvo vizi sulla formazione della volontà o illegalità della pena. L'Imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rideterminazione della pena: sconto sì, ma nessun automatismo
L'Imputato, condannato per appropriazione indebita, ha proposto ricorso lamentando la violazione del divieto di peggioramento della sanzione. A seguito di una pronuncia della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il minimo edittale del reato, la Corte d'Appello ha ridotto la sanzione, ma senza attestarsi sul nuovo minimo assoluto di quindici giorni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la rideterminazione della pena non impone un calcolo matematico proporzionale. Il giudice d'appello conserva una discrezionalità vincolata nel valutare la gravità del fatto e la personalità del reo, purché la nuova sanzione risulti congrua e rispettosa dei parametri di legge. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Rideterminazione della pena: sanzione confermata senza sconti
Il Ricorrente ha richiesto la rideterminazione della pena sostenendo che la sanzione inflittagli in primo grado includesse erroneamente un reato mai contestatogli, ma addebitato solo al Coimputato. Secondo il Ricorrente, la differenza di pena tra i due era dovuta all'aggravante della recidiva applicata al Coimputato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Giudice dell'esecuzione. I giudici hanno chiarito che la recidiva, sebbene contestata al Coimputato, non era stata concretamente applicata nella quantificazione della pena. Di conseguenza, la pena del Ricorrente è stata correttamente calcolata per il solo reato a lui contestato, mentre quella del Coimputato comprendeva entrambi i reati. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Rideterminazione della pena: nessun ricalcolo senza errore
Due condannati per spaccio di stupefacenti chiedevano la rideterminazione della pena dopo che la Corte Costituzionale (sentenza n. 40/2019) aveva dichiarato illegittimo il minimo edittale di otto anni di reclusione per i reati di droga, ripristinando quello di sei anni. Il Giudice dell'esecuzione accoglieva la richiesta riducendo la sanzione. La Corte di Cassazione ha però annullato questa decisione, accogliendo il ricorso del Procuratore. I giudici hanno chiarito che la rideterminazione della pena è possibile solo se la condanna originaria si era basata sulla norma incostituzionale. Nel caso specifico, la sentenza di patteggiamento del 2012 era stata emessa applicando una legge che già prevedeva il minimo di sei anni. Di conseguenza, non vi era alcun errore da correggere e la riduzione della pena è stata revocata.
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