Il caso riguarda la responsabilità disciplinare del notaio, accusato dal Consiglio Notarile di aver violato i doveri di imparzialità, decoro e concorrenza leale. Il professionista aveva stipulato oltre cento atti presso una società di servizi esterna, pagando cifre esorbitanti a un'altra impresa collegata per visure catastali, operazione considerata uno schermo per remunerare il procacciamento di clienti. La Corte d'Appello aveva inflitto un mese di sospensione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando la sanzione. I giudici hanno chiarito che la presenza costante del notaio presso terzi lede l'imparzialità e che, nei procedimenti disciplinari, la prova può fondarsi su indizi gravi, precisi e concordanti, applicando la regola del "più probabile che non".
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