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Responsabilità Da Cose In Custodia (Art. 2051 C.C.)

16 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

È l'obbligo del soggetto che ha il controllo su una cosa (come il condominio per le parti comuni) di risarcire i danni che questa provoca, a meno che non dimostri che il danno è stato causato da un evento imprevedibile e inevitabile (il caso fortuito).

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Risarcimento danni per infiltrazioni d’acqua: ricorso respinto
Un proprietario ha richiesto il risarcimento danni per infiltrazioni d'acqua e modifiche strutturali asseritamente provocate dai lavori edili eseguiti dal vicino di casa. La perizia tecnica ha tuttavia dimostrato che le umidità riscontrate derivavano da uno stato di degrado preesistente e dalla presenza di un corso d'acqua sotterraneo, escludendo danni reali alle gronde o alla muratura. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda, precisando che l'attore non può modificare la richiesta in corso di causa passando dalla responsabilità per colpa generica a quella per cose in custodia. Il proprietario danneggiato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Modifica il tombino e allaga il vicino: la responsabilità da cose in custodia
Un commerciante subisce l'allagamento del suo locale a causa di un nubifragio. La colpa viene attribuita al proprietario di un immobile vicino che, con lavori edilizi, ha drasticamente ridotto la capacità di una caditoia di raccogliere l'acqua piovana. La Corte di Cassazione conferma la condanna del proprietario per responsabilità da cose in custodia (art. 2051 c.c.). I giudici stabiliscono che la modifica apportata alla caditoia è la causa diretta del danno. La presunta eccezionalità della pioggia non è sufficiente a escludere la colpa, poiché non è stata provata la sua reale imprevedibilità con dati oggettivi. La potenziale responsabilità del Comune non elimina quella, certa, del proprietario.
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Danno da infiltrazioni condominiali: il mancato affitto è danno diretto
Il proprietario di due locali commerciali ha citato in giudizio il Condominio per ottenere un risarcimento a causa di un grave danno da infiltrazioni condominiali che rendeva gli immobili inutilizzabili e non affittabili. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla prova del danno: la perdita della possibilità di godere dell'immobile è un 'danno emergente' (una perdita diretta) che si presume esistente. Il proprietario non deve quindi provare di aver cercato attivamente dei potenziali inquilini. Il risarcimento si calcola sul valore locativo di mercato. La Corte ha annullato la precedente decisione, rinviando il caso a un nuovo giudice per ricalcolare il danno secondo questo principio, dando così ragione al proprietario.
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Lavori del vicino: la responsabilità del committente non è esclusa
La Corte di Cassazione affronta il tema della responsabilità del committente per i danni causati a un immobile vicino durante lavori edili appaltati a un'impresa. Dei proprietari avevano subito gravi dissesti strutturali al loro edificio, poi demolito, a causa di scavi nel fondo adiacente. La Corte ha stabilito che la responsabilità del proprietario-custode (ex art. 2051 c.c.) non può essere esclusa semplicemente perché i lavori sono stati affidati a terzi. L'operato dell'appaltatore non costituisce automaticamente un 'caso fortuito' idoneo a liberare il committente. La sentenza di merito è stata annullata per aver applicato in modo contraddittorio questo principio, imponendo una nuova valutazione del caso.
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Tetto fragile e caduta: la condotta del danneggiato annulla il risarcimento
Un artigiano cade dal tetto di un capannone mentre esegue lavori di impermeabilizzazione e cita in giudizio la società proprietaria. La Cassazione ha respinto la sua richiesta di risarcimento, stabilendo un principio chiave sulla responsabilità. La Corte ha ritenuto che la **condotta del danneggiato** fosse stata talmente imprudente e imprevedibile da integrare un 'caso fortuito'. L'artigiano, in quanto professionista, avrebbe dovuto conoscere la fragilità della copertura e non camminarci sopra con una pesante bombola del gas. Questo suo comportamento ha interrotto il nesso causale tra lo stato del tetto e l'incidente, diventando l'unica causa del danno e liberando così il proprietario da ogni responsabilità.
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Marciapiede rotto: risarcimento escluso per condotta del danneggiato
Una passante cade a causa di lievi sconnessioni su un marciapiede di proprietà di un'azienda e chiede il risarcimento. La Corte di Cassazione ha respinto la domanda, stabilendo un principio chiave sulla condotta del danneggiato. Poiché il difetto del marciapiede era pienamente visibile ed evitabile con l'ordinaria diligenza, la caduta, avvenuta in pieno giorno, è stata attribuita esclusivamente alla disattenzione della vittima. Tale comportamento ha interrotto il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno, integrando un 'caso fortuito' che esonera il custode da ogni responsabilità. Di conseguenza, nessun risarcimento è dovuto.
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Allarme antincendio spento: esclusa responsabilità del locatore
Un'azienda subisce danni a causa di un incendio divampato in un capannone vicino, locato a una cereria. L'azienda danneggiata accusa il proprietario dell'intero complesso industriale per non aver garantito il funzionamento dell'impianto antincendio. La Corte di Cassazione ha escluso la responsabilità del locatore per incendio. La decisione si basa sul fatto che il contratto di locazione addossava al conduttore (l'inquilino) l'onere di attivare e mantenere i sistemi di sicurezza. Il proprietario, quindi, non aveva un obbligo di vigilanza. Il ricorso dell'azienda danneggiata è stato dichiarato inammissibile, confermando l'assoluzione del proprietario.
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Allagamento: Comune paga più del perito per la responsabilità
Un'azienda subisce un allagamento a causa della cattiva manutenzione della rete fognaria comunale e fa causa al Comune. La Corte d'Appello, discostandosi dalla perizia tecnica che stimava un danno minore, riconosce all'azienda un risarcimento più elevato. Il Comune ricorre in Cassazione, ma il suo ricorso viene dichiarato inammissibile. La Suprema Corte stabilisce un principio fondamentale: il giudice ha il potere di non seguire le conclusioni del perito (CTU), a patto di motivare adeguatamente la sua decisione. Viene così confermata la condanna del Comune per responsabilità da cose in custodia e il maggior risarcimento per l'azienda danneggiata.
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Corvo incendiario: nessuna responsabilità da cose in custodia
Un proprietario terriero chiede il risarcimento a una società elettrica per un incendio scoppiato nel suo fondo. La causa è una cornacchia, folgorata da un palo dell'alta tensione e caduta in fiamme sulla sterpaglia. La Corte di Cassazione ha escluso la responsabilità da cose in custodia della società. L'evento è stato qualificato come 'caso fortuito': un fatto eccezionale, imprevedibile e inevitabile. La società aveva adottato tutte le misure di sicurezza necessarie (manutenzione, dispositivi di protezione) e non poteva prevedere né impedire il comportamento specifico del volatile. Di conseguenza, la richiesta di risarcimento del proprietario è stata definitivamente respinta.
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Caditoia mortale: Comune condannato per responsabilità da custodia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un Comune al risarcimento dei danni in favore dei familiari di un ciclista, deceduto dopo che la ruota della sua bici si era incastrata in una caditoia stradale. Secondo i giudici, il posizionamento longitudinale della grata, parallelo al senso di marcia, costituiva un pericolo intrinseco. La Corte ha pienamente applicato il principio della Responsabilità da cose in custodia (art. 2051 c.c.), affermando che la condotta del ciclista, anche se avesse violato alcune norme stradali, non era sufficiente a interrompere il nesso causale. Il pericolo era inevitabile e la responsabilità ricade interamente sull'ente proprietario della strada, che non ha garantito la sicurezza.
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Buca stradale: nessuna responsabilità da cose in custodia se c’è distrazione
Un cittadino chiede il risarcimento al Comune per una caduta causata da una buca stradale. La Cassazione ha respinto la richiesta, confermando le decisioni precedenti. La Corte ha stabilito che la condotta imprudente e distratta del cittadino ha interrotto il nesso causale con la cosa in custodia. Questo comportamento è stato ritenuto la causa esclusiva dell'incidente, escludendo la responsabilità da cose in custodia del Comune. La mancata prova da parte del danneggiato sulla reale pericolosità e non visibilità della buca è stata decisiva per l'esito negativo della causa. Il Comune vince la causa e non deve pagare alcun risarcimento.
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Buca nascosta dalle foglie: il Comune paga, nessuna colpa al pedone
Una cittadina subisce gravi lesioni cadendo a causa di una buca stradale nascosta da alcune foglie. Il Comune, proprietario della strada, viene citato per danni. La Corte di Cassazione ha confermato la piena responsabilità da cose in custodia dell'ente, escludendo qualsiasi colpa della danneggiata. Secondo i giudici, la presenza di foglie non è sufficiente a qualificare come 'incauta' la condotta del pedone, se la vera causa dell'incidente è il dissesto del manto stradale. Il Comune è stato quindi condannato al risarcimento integrale del danno, stabilendo un importante principio sulla prevalenza della cattiva manutenzione rispetto a una minima disattenzione del cittadino.
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Responsabilità custode strada: quando la colpa è tua
Una cittadina chiedeva il risarcimento dei danni al Comune per una caduta causata da una mattonella divelta e non segnalata, nascosta da foglie. La Cassazione ha negato il risarcimento, confermando le sentenze precedenti. La Corte ha stabilito che la condotta della danneggiata, considerata imprudente e abnorme, è stata la causa esclusiva dell'incidente, interrompendo il nesso causale e liberando il Comune dalla sua responsabilità di custode della strada. La presenza di detriti, secondo i giudici, avrebbe dovuto indurre la passante a una maggiore cautela.
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Danni da infiltrazioni: chi paga? La responsabilità
Un'attività commerciale subisce danni da infiltrazioni provenienti da un terrapieno sovrastante. Il proprietario di quest'ultimo invoca lo scolo naturale delle acque, ma la Cassazione respinge la sua tesi. La Corte Suprema chiarisce che la presenza di opere umane, come un terrapieno, esclude l'applicazione dell'art. 913 c.c. e configura una responsabilità per danni da infiltrazioni a carico del custode ai sensi dell'art. 2051 c.c., data la mancata impermeabilizzazione.
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Responsabilità da cose in custodia: quando è inammissibile
Una donna cade a causa di un gradino scheggiato e cita in giudizio l'ente proprietario dell'immobile. Dopo due sentenze sfavorevoli, ricorre in Cassazione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo che non è sua competenza riesaminare le prove o i fatti già accertati dai giudici di merito. L'analisi si concentra sui limiti del ricorso per cassazione in materia di responsabilità da cose in custodia e sulla condotta del danneggiato.
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Responsabilità SPA: caduta e concorso di colpa al 50%
Un cliente cade nella SPA di un hotel su gradini bagnati e privi di dispositivi di sicurezza. Il Tribunale riconosce la responsabilità oggettiva della struttura ai sensi dell'art. 2051 c.c., ma attribuisce anche un concorso di colpa del 50% al cliente per non aver usato la necessaria prudenza in un ambiente intrinsecamente umido. Di conseguenza, il risarcimento del danno, sia patrimoniale che non patrimoniale, viene dimezzato. La sentenza chiarisce l'equilibrio tra l'obbligo di custodia del gestore e il dovere di autotutela dell'utente.
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