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Requisitoria — Anno 2022

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109 provvedimenti applicano questo termine

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Provvedimenti

Giudizio cartolare in appello: annullata la condanna per minacce
Un uomo, condannato per tentata violenza privata per aver minacciato la persona offesa affinché ritirasse una denuncia, propone ricorso in Cassazione. Il ricorrente lamenta che, durante il giudizio cartolare in appello svoltosi in periodo di emergenza pandemica, la cancelleria non ha comunicato alla difesa le conclusioni scritte del Pubblico Ministero. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che l'omessa trasmissione telematica della requisitoria del PM alla difesa configura una nullità generale a regime intermedio. Tale vizio lede il diritto di partecipazione attiva dell'imputato e non viene sanato dal deposito preventivo di note difensive. La Cassazione annulla la sentenza impugnata e dispone un nuovo giudizio davanti alla Corte d'Appello.
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Aggravante delle più persone riunite: basta la presenza fisica
L'Imputato ha sferrato una testata al volto della Vittima nei pressi di un locale, provocandogli lesioni fisiche. L'aggressione si è svolta in due fasi strettamente collegate: dapprima un gruppo di giovani ha aggredito La Vittima, poi L'Imputato ha colpito nuovamente l'aggredito mentre gli altri membri del gruppo si trovavano ancora sul posto. L'Imputato ha impugnato la condanna sostenendo che le due fasi fossero del tutto autonome e che non sussistesse l'aggravante delle più persone riunite. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Suprema Corte ha confermato che l'aggravante delle più persone riunite richiede soltanto la presenza simultanea di almeno due persone nel luogo e al momento della condotta violenta, anche se l'atto lesivo viene eseguito da un singolo soggetto all'interno dello stesso contesto.
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Furto di energia elettrica: la data errata salva l’imputato
L'Imputato era stato condannato per il reato di furto di energia elettrica. Il giudice di primo grado aveva modificato la data del reato rispetto a quella contestata inizialmente dall'accusa. La difesa aveva contestato questa modifica temporale, evidenziando che il corretto calcolo del tempo avrebbe portato alla prescrizione del reato. La Corte d'Appello ha però ignorato il merito di questa contestazione, limitandosi a valutare solo l'aspetto formale della decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, annullando la sentenza. I giudici di secondo grado dovranno ora riesaminare il caso e verificare la reale datazione del furto.
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Compensi amministratore giudiziario: la Cassazione sceglie il civile
Tre amministratori giudiziari hanno impugnato il decreto di liquidazione dei propri compensi emesso dal Tribunale di Palermo nell'ambito di un procedimento di prevenzione. La Corte di Appello ha confermato il decreto e i professionisti hanno proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione Penale. La Suprema Corte, rilevando che la materia concerne la determinazione delle spettanze economiche di custodi e amministratori, ha stabilito che la competenza spetta alle Sezioni Civili. Di conseguenza, ha disposto la trasmissione degli atti alla Cancelleria centrale civile per l'assegnazione alla sezione civile competente. Questa decisione riafferma il principio per cui le controversie sulla liquidazione compensi amministratore giudiziario appartengono alla giurisdizione civile.
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Lavoro finto: salta l’affidamento in prova al servizio sociale
Il Tribunale di sorveglianza ha revocato con effetto retroattivo la misura dell'affidamento in prova al servizio sociale concessa a un condannato. La decisione è scaturita dalla scoperta che il lavoro dichiarato dal soggetto era fittizio. Inoltre, l'uomo aveva nascosto di aver perso l'impiego, di aver subito una perquisizione e di essere indagato per frode fiscale e riciclaggio. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione del diritto di difesa a causa dello svolgimento dell'udienza tramite collegamento telematico. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità della revoca. I giudici hanno chiarito che il collegamento a distanza garantisce pienamente il diritto di difesa e che il comportamento del condannato, caratterizzato da gravi omissioni e nuove indagini penali, era del tutto incompatibile con le finalità rieducative della misura alternativa.
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Trattazione scritta in appello: il silenzio del PM non salva
Il caso nasce dalla condanna di un cittadino per porto abusivo di un coltello a serramanico. Il difensore ha impugnato la sentenza di secondo grado, sostenendo che la mancata presentazione delle conclusioni scritte da parte del Pubblico Ministero avesse causato una nullità generale del processo. Nel giudizio di secondo grado si era infatti applicata la disciplina emergenziale della trattazione scritta in appello. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che non vi è alcuna nullità se la pubblica accusa, regolarmente avvisata, decide autonomamente di non presentare le proprie conclusioni. La nullità scatta solo se al Pubblico Ministero viene materialmente impedito di partecipare per via di una violazione delle regole di notifica. Di conseguenza, la condanna del ricorrente è stata confermata.
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Incauto acquisto: la spesa facile che costa una condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di incauto acquisto per aver comprato biciclette rubate senza verificarne l'origine né richiedere la documentazione di pagamento. La difesa sosteneva che la mancata richiesta di documenti non provasse la colpa e che la domanda di oblazione fosse tempestiva. La Suprema Corte ha invece confermato che l'istanza di oblazione è tardiva se presentata dopo l'inizio della discussione finale, ossia dopo che il pubblico ministero ha preso la parola per la sua requisitoria. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Colloqui in videochiamata per detenuti: sicurezza contro affetti
Un detenuto sottoposto al regime differenziato del 41-bis ha richiesto di svolgere i colloqui mensili con i familiari tramite videochiamata a causa delle restrizioni agli spostamenti imposte dalla pandemia da Covid-19. Il Magistrato di sorveglianza ha respinto la richiesta, ma il Tribunale di sorveglianza ha accolto il successivo reclamo. L'Amministrazione penitenziaria ha quindi proposto ricorso in Cassazione, lamentando rischi per la sicurezza e l'inapplicabilità di tale modalità ai detenuti in regime speciale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che i colloqui in videochiamata per detenuti costituiscono uno strumento necessario per garantire il diritto fondamentale al mantenimento dei legami familiari quando i colloqui in presenza sono impossibili. La sicurezza è garantita dall'uso di reti interne protette e dal controllo visivo e acustico da remoto da parte degli operatori penitenziari.
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Ricorso per cassazione via PEC: errore Procura salva la patente
Un conducente, accusato di lesioni stradali gravi, ha concordato un patteggiamento con il Tribunale. La sentenza ha però omesso di disporre la revoca o la sospensione della patente di guida. La Procura Generale ha proposto ricorso per cassazione per contestare questa omissione, inviando l'atto tramite posta elettronica certificata (PEC). La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione via PEC, nel processo penale ordinario, non è consentito. Le forme di presentazione delle impugnazioni sono tassative e inderogabili, e valgono allo stesso modo sia per i privati sia per la parte pubblica. Di conseguenza, la decisione originaria resta valida e l'impugnazione della Procura è stata respinta.
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