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Reiterazione

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176 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Contratti a termine: quando spetta il risarcimento
Un lavoratore del settore scolastico ha impugnato la decisione che negava il risarcimento per l'uso di contratti a termine. La Cassazione ha confermato che nel pubblico impiego non è ammessa la conversione del rapporto in tempo indeterminato e che il risarcimento scatta solo superando i 36 mesi su posti vacanti.
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Stabilizzazione: niente danni se c’è l’assunzione
Una dipendente del settore scolastico ha contestato l'abusiva reiterazione di contratti a termine da parte del Ministero. Nonostante l'accertamento dell'abuso, la Corte d'Appello ha negato il risarcimento del danno poiché l'intervenuta stabilizzazione è stata ritenuta una misura riparatoria sufficiente. La Cassazione ha confermato tale orientamento, stabilendo che l'immissione in ruolo compensa adeguatamente la violazione del diritto dell'Unione Europea, escludendo ulteriori indennizzi monetari, rendendo la stabilizzazione la sanzione principale e assorbente.
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Custodia cautelare: i limiti degli arresti domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di spaccio professionale di stupefacenti. Il ricorrente contestava l'adeguatezza della misura, richiedendo gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando che il decorso del tempo ha valenza neutra sulla pericolosità sociale se non accompagnato da nuovi elementi positivi. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è stata ritenuta l'unica misura idonea poiché l'attività illecita veniva svolta proprio nel contesto domestico dell'indagato.
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Stabilizzazione precari: quando spetta il risarcimento
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di alcuni dipendenti scolastici che chiedevano il risarcimento del danno per l'abusiva reiterazione di contratti a termine. La Corte ha stabilito che la stabilizzazione precari, avvenuta tramite immissione in ruolo, costituisce una misura riparatoria adeguata e proporzionata, tale da escludere ulteriori indennizzi monetari. È stato tuttavia confermato il diritto dei lavoratori alla progressione stipendiale basata sull'anzianità maturata durante i periodi di precariato, nei limiti della prescrizione.
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Coltivazione illecita: negata la resa dei semi
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso presentato da un soggetto condannato per coltivazione illecita. Il ricorrente contestava il mancato dissequestro e la mancata restituzione di semi di canapa. La Suprema Corte ha stabilito che tali semi, essendo identici a quelli utilizzati per la piantagione illegale, costituiscono un pericolo concreto di reiterazione del reato. La decisione ribadisce che in sede di legittimità non è possibile richiedere un nuovo esame dei fatti già valutati dai giudici di merito.
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Ricettazione: inammissibile il ricorso reiterativo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di ricettazione a carico di un commerciante, dichiarando il ricorso inammissibile. La decisione si fonda sulla natura meramente reiterativa dei motivi di doglianza, i quali non hanno offerto un confronto critico con la sentenza d'appello. I giudici hanno escluso l'applicabilità della particolare tenuità del fatto ex art. 131-bis c.p. e dell'ipotesi attenuata di cui all'art. 648 comma 4 c.p., evidenziando come l'attività commerciale professionale e l'ingente quantità di beni sequestrati dimostrino una gravità della condotta incompatibile con benefici di legge basati sulla lieve entità del fatto.
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Magistratura onoraria: abuso contratti a termine
Alcuni esponenti della magistratura onoraria hanno citato in giudizio il Ministero della Giustizia per ottenere il risarcimento del danno derivante dall'abusiva reiterazione di contratti a termine. La Corte d'Appello aveva rigettato la domanda, sostenendo che la mancata partecipazione alla procedura di stabilizzazione prevista dal D.lgs. 116/2017 escludesse il diritto al ristoro. La Corte di Cassazione, rilevando una questione pregiudiziale sulla giurisdizione, ha disposto il rinvio a nuovo ruolo in attesa della pronuncia delle Sezioni Unite, che dovranno chiarire se la competenza appartenga al giudice ordinario o a quello amministrativo.
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Peculato e sospensione dal servizio: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la misura interdittiva della sospensione dal pubblico servizio per dieci mesi nei confronti di una dipendente di un ente postale accusata di peculato. L'indagata avrebbe effettuato operazioni illecite sui libretti di risparmio di clienti vulnerabili. La difesa sosteneva che il trasferimento interno a mansioni diverse avesse annullato il rischio di reiterazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che il mutamento di ufficio non neutralizza la pericolosità sociale e l'attitudine delinquenziale, rendendo necessaria la misura cautelare giudiziaria.
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Minaccia aggravata: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per il reato di minaccia aggravata e porto abusivo di armi. Il ricorrente era stato sorpreso nell'atto di estrarre un coltello con atteggiamento intimidatorio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati costituivano una mera reiterazione di quanto già discusso e respinto in appello. Inoltre, la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto è stata rigettata in quanto richiedeva una rivalutazione dei fatti non consentita in sede di legittimità.
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Guida senza patente: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di guida senza patente reiterata nel biennio a carico di un automobilista. Il ricorrente aveva impugnato la sentenza d'appello lamentando la violazione del principio dell'oltre ragionevole dubbio e invocando la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando come la difesa avesse già ammesso i fatti in secondo grado per ottenere le attenuanti generiche, rendendo logicamente incompatibile la successiva pretesa di innocenza. Inoltre, l'applicazione della Riforma Orlando ha impedito la maturazione della prescrizione grazie ai periodi di sospensione previsti durante i gradi di giudizio.
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Occupazione abusiva: ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso relativo a una condanna per occupazione abusiva di un appartamento. La decisione si fonda sulla constatazione che i motivi presentati erano una semplice ripetizione di quanto già discusso e respinto in appello. La responsabilità era stata accertata tramite relazioni della polizia giudiziaria, e la mancanza di una critica specifica alla sentenza ha portato alla condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Invasione di edifici: quando il ricorso è inutile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di invasione di edifici a carico di due soggetti che avevano occupato arbitrariamente un immobile. I giudici hanno dichiarato inammissibili i ricorsi poiché si limitavano a riproporre le medesime difese già respinte in appello, senza contestare validamente la sentenza. La Corte ha ribadito che il reato previsto dall'art. 633 c.p. sussiste anche se l'occupazione avviene senza l'uso della violenza fisica, essendo sufficiente l'ingresso non autorizzato nel bene altrui.
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Abbandono di animali: condanna per mancato ritiro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di abbandono di animali a carico di un proprietario che non ha ritirato il proprio cane dal canile. Nonostante l'animale fosse dotato di microchip e fosse stato recuperato dalle autorità, l'imputato ha ignorato ripetuti appuntamenti per il ritiro, rendendosi infine irreperibile. La Suprema Corte ha chiarito che l'inerzia e il disinteresse verso l'animale integrano la fattispecie penale, negando inoltre l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della condotta reiterata.
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Particolare tenuità del fatto: i limiti del ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che contestava la propria responsabilità penale e il diniego della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso erano una mera ripetizione di quanto già discusso in appello e che la richiesta di una diversa valutazione delle prove non è ammessa in sede di legittimità. La Corte ha confermato che il numero e la tipologia dei beni acquistati impediscono il riconoscimento della particolare tenuità del fatto, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso: i rischi della genericità
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato da un imputato contro una sentenza di condanna. La decisione si fonda sul fatto che i motivi di impugnazione costituivano una pedissequa reiterazione di quanto già discusso in appello, senza offrire una critica specifica alla sentenza impugnata. Di conseguenza, è stata confermata l'inammissibilità del ricorso con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso: stop alla reiterazione
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso presentato da due soggetti condannati per rapina. I ricorrenti avevano contestato l'applicazione di una circostanza aggravante e lamentato vizi di motivazione, ma i motivi sono stati giudicati come una mera reiterazione di quanto già dedotto e respinto in appello. La mancanza di una critica specifica e argomentata verso la sentenza di secondo grado ha reso i ricorsi non idonei al vaglio di legittimità, portando alla condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per motivi generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato da un imputato che contestava la responsabilità penale e la congruità della pena. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di doglianza erano una mera ripetizione di quanto già dedotto in appello, senza una reale critica alla sentenza impugnata. L'inammissibilità del ricorso è scaturita dalla mancanza di specificità delle censure relative al travisamento della prova e alla mancata concessione delle attenuanti generiche ex art. 62 bis c.p., portando alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità ricorso per motivi generici
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della inammissibilità ricorso presentato da un imputato che lamentava la violazione di legge in merito alla comprensione della lingua italiana. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi proposti erano una pedissequa ripetizione di quanto già dedotto e respinto in appello. Poiché il ricorrente non ha fornito una critica specifica e argomentata contro la sentenza di secondo grado, limitandosi a riproporre censure già esaminate, il ricorso è stato dichiarato inammissibile con conseguente condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Contratti a termine: risarcimento e offerta tardiva
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un'insegnante che ha subito l'abuso di contratti a termine reiterati per oltre dieci anni da parte di un ente locale. Nonostante l'ente avesse offerto la stabilizzazione durante il giudizio, la lavoratrice aveva già ottenuto un impiego stabile presso un'altra amministrazione. La Suprema Corte ha stabilito che un'offerta di assunzione tardiva, intervenuta quando il lavoratore ha già risolto autonomamente la propria precarietà, non cancella il diritto al risarcimento del danno, poiché manca il nesso causale diretto tra l'offerta dell'ente e la cessazione dell'abuso.
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Custodia cautelare: conferma per rivolta in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di devastazione e resistenza a pubblico ufficiale durante una rivolta carceraria. Nonostante la difesa sostenesse che i fatti fossero legati all'eccezionalità della pandemia, i giudici hanno ritenuto che l'emergenza sanitaria fosse solo un pretesto per manifestare una spiccata pericolosità sociale. La decisione sottolinea che il pericolo di recidiva è attuale e concreto, data la violenza delle condotte e i precedenti penali del soggetto, rendendo inadeguate misure meno afflittive.
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