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Reiterazione

176 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il rischio concreto e attuale che un soggetto possa commettere nuovamente reati della stessa specie di quello per cui si procede.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Reiterazione illecito amministrativo: Pagamento ridotto salva il Commerciante
Un Commerciante di tabacchi ha venduto sigarette a un minorenne, venendo sanzionato dall'Agenzia delle Dogane. L'Agenzia aveva applicato una maggiorazione per la **reiterazione dell'illecito amministrativo**, a causa di un precedente episodio. La Corte d'Appello ha eliminato questa maggiorazione, poiché il Commerciante aveva pagato la prima sanzione in misura ridotta. L'Agenzia ha ricorso in Cassazione, sostenendo che la norma specifica sulla vendita di tabacchi a minori dovesse prevalere sulla legge generale che esclude la reiterazione in caso di pagamento ridotto. La Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha affermato che il pagamento in misura ridotta del primo illecito neutralizza sempre gli effetti della **reiterazione dell'illecito amministrativo**, anche per le violazioni specifiche, se la legge speciale non prevede espressamente il contrario. Il Commerciante ha quindi evitato la sanzione aggravata.
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Abuso Contratti a Termine: Stabilizzazione vs. Risarcimento in Cassazione
Una lavoratrice, impiegata con una serie di contratti a termine nel settore pubblico, ha chiesto in tribunale il riconoscimento dell'abuso dei contratti a termine, la conversione del rapporto a tempo indeterminato e il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello ha rigettato le sue domande, ritenendo che la successiva stabilizzazione della lavoratrice (il passaggio a tempo indeterminato) avesse già sanato l'abuso. La lavoratrice ha poi presentato ricorso in Cassazione, ma ha rinunciato all'impugnazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, compensando le spese legali tra le parti.
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Contratto a Tempo Determinato Pubblico: No Conversione, Sì Danni?
Un Lavoratore, assunto con una serie di contratti a tempo determinato dall'Ente Regionale, ha chiesto la conversione del suo rapporto in un contratto a tempo indeterminato, il risarcimento per dequalificazione professionale e i danni per l'illegittima reiterazione dei contratti. La Corte d'Appello ha respinto le sue richieste, confermando che nel pubblico impiego la conversione automatica non è possibile, anche in caso di contratti a tempo determinato illegittimamente reiterati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Lavoratore, ribadendo il principio secondo cui l'articolo 36 del D.Lgs. n. 165/2001 impedisce la stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione, anche se i contratti a termine sono stati usati in modo improprio.
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Fatture False: Concorso dell’Utilizzatore e Rischio di Reiterazione
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due soggetti coinvolti in un sistema di frode fiscale incentrato sul **concorso in emissione di fatture false** per operazioni inesistenti. Un Amministratore di una società cliente, destinatario delle fatture, contestava la sua partecipazione al reato e il pericolo di reiterazione. L'altro Indagato ricorreva contro l'accusa di reati associativi e tributari. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Amministratore, confermando la gravità indiziaria e il rischio di ripetere condotte illecite, sottolineando come l'utilizzatore possa concorrere con l'emittente. Il ricorso dell'Indagato è stato dichiarato inammissibile per genericità.
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Guida senza patente: ricorso generico e sanzione da tremila euro
L'Automobilista ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per il reato di guida senza patente con reiterazione nel biennio. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione poiché le contestazioni formulate erano del tutto generiche e privi di reale confronto con la motivazione della decisione impugnata. La sentenza di secondo grado conteneva infatti una motivazione solida, coerente e basata su idonee acquisizioni di prova. L'Automobilista ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Guida senza patente: la recidiva esclude la lieve entità
Un automobilista è stato condannato alla pena di quattro mesi di arresto per il reato di guida senza patente, commesso senza aver mai conseguito la licenza di guida. Il difensore dell'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la condotta non può essere considerata tenue quando il conducente reitera la violazione a pochi mesi di distanza, mostrando totale indifferenza verso le sanzioni precedenti. I motivi personali invocati, quali la giovane età o le modeste condizioni economiche, non annullano la gravità del comportamento. L'automobilista deve quindi pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Guida senza patente: la reiterazione illecito amministrativo diventa reato
Un Lavoratore è stato condannato per guida senza patente, reato scattato per la reiterazione di un illecito amministrativo. La difesa ha contestato che la precedente violazione non fosse stata definitivamente accertata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che per la reiterazione dell'illecito amministrativo, che trasforma la condotta in reato di guida senza patente, è necessario che l'illecito precedente sia stato accertato in via definitiva, ovvero non più annullabile. Nel caso specifico, i termini per impugnare il verbale precedente erano scaduti, rendendo l'accertamento definitivo.
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Costringere a commettere un reato: no al riesame in Cassazione
Due imputati sono stati condannati per il tentativo di costringere a commettere un reato. Gli accusati hanno presentato ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove, la mancata declassazione del fatto a minaccia semplice, il diniego di una ricognizione personale e l'applicazione della recidiva. La Corte Suprema ha dichiarato inammissibili i ricorsi proposti. I giudici di legittimità hanno chiarito l'impossibilità di richiedere un nuovo esame delle testimonianze o di riproporre le medesime difese già disattese in appello. La motivazione della sentenza impugnata è risultata priva di difetti logici sia sulla ricostruzione dei fatti sia sulla pericolosità sociale dei soggetti. La condanna è divenuta definitiva con il pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Ricettazione e riciclaggio: il ricorso ripetitivo costa caro
Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello, chiedendo di derubricare l'accusa contestata. La difesa sosteneva che il fatto rientrasse nell'ipotesi di ricettazione anziché in quella di riciclaggio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorrente si è limitato a ripetere le stesse argomentazioni già esaminate e respinte in appello, senza proporre critiche specifiche alla decisione impugnata. In tema di Ricettazione e riciclaggio, la Corte ha confermato la decisione di merito. Il condannato dovrà pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto negata per falsa denuncia
L'Automobilista viene condannata per guida senza patente e per falso ideologico, avendo dichiarato falsamente ai Carabinieri lo smarrimento della carta di circolazione, in realtà già ritirata durante un precedente controllo stradale. La difesa propone ricorso per Cassazione contestando la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto per il reato di falso ideologico. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso e conferma la condanna. I giudici stabiliscono che la ripetizione della guida senza patente nel biennio e la falsa denuncia dimostrano una spiccata pericolosità sociale. Tali elementi impediscono di concedere la particolare tenuità del fatto. L'Automobilista deve inoltre pagare le spese processuali.
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Parcheggiatore abusivo: reato senza compenso ma Daspo annullato
Un uomo ha subito una condanna per aver svolto l'attività di parcheggiatore abusivo dopo una precedente sanzione e per aver violato il divieto di accesso alle aree urbane imposto dal Questore. L'imputato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo di non aver ricevuto compensi in denaro e contestando la legittimità del divieto questorile. La Suprema Corte ha confermato la condanna per la condotta di parcheggiatore abusivo, stabilendo che il reato sussiste anche senza incasso materiale di denaro. Al contempo, i giudici hanno annullato la condanna relativa al divieto di accesso urbano: la misura del Questore richiede un pericolo concreto di commissione di reati e non una generica accusa di intralcio al traffico.
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Parcheggiatore abusivo con ricevuta: la Cassazione conferma condanna
Un uomo gestiva la consegna dei veicoli rilasciando ricevute a nome del garage autorizzato della moglie. Invece di custodire i veicoli all'interno della struttura, l'uomo posteggiava le auto direttamente sulla strada pubblica. Essendo già stato sanzionato in passato per la medesima violazione, la Procura gli ha contestato il reato penale previsto per chi esercita l'attività senza autorizzazione in modo reiterato. L'imputato ha sostenuto di essere un dipendente del parcheggio privato e di aver lasciato i mezzi in strada solo momentaneamente. I giudici hanno respinto questa tesi difensiva. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per la condotta di parcheggiatore abusivo, dichiarando inammissibile il ricorso e condannando il ricorrente alle spese processuali.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: ripetere i motivi costa caro
L'Imputata, condannata per il reato di rapina, ha proposto ricorso contestando la propria responsabilità e l'applicazione di una circostanza aggravante. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati costituivano una semplice e identica ripetizione delle lamentele già sollevate e respinte in secondo grado. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso non può limitarsi a riproporre le medesime tesi di merito senza muovere una critica specifica e argomentata alla sentenza d'appello. Di conseguenza, l'Imputata ha perso il ricorso ed è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Reato di ricettazione: la ripetizione dei motivi d’appello costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di ricettazione. L'imputato aveva contestato la propria responsabilità penale riproponendo in modo identico le stesse argomentazioni già presentate e respinte in secondo grado. I giudici di legittimità hanno rilevato che la semplice ripetizione dei motivi d'appello, senza una critica specifica e mirata alla sentenza impugnata, rende il ricorso non specifico e puramente apparente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Reiterazione contratti a termine: scontro sulla prescrizione
Un docente ha agito in giudizio contro il Ministero dell'Istruzione contestando l'illegittima reiterazione contratti a termine e richiedendo il risarcimento dei danni e l'adeguamento dello stipendio in base all'anzianità di servizio. La Corte d'Appello ha riconosciuto solo in parte le differenze retributive, applicando la prescrizione quinquennale su alcuni crediti. Il docente ha proposto ricorso in Cassazione per ottenere l'applicazione della prescrizione decennale. La Suprema Corte, rilevando un contrasto interpretativo cruciale sulla decorrenza della prescrizione dei crediti di lavoro nei rapporti a tempo determinato con la Pubblica Amministrazione, ha sospeso la decisione. Con l'ordinanza interlocutoria, la causa è stata rinviata a nuovo ruolo in attesa della pronuncia chiarificatrice delle Sezioni Unite.
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Vincolo espropriativo: quando il Comune vince sul proprietario
Il caso riguarda la richiesta di indennizzo avanzata da un cittadino contro un Comune per la presunta reiterazione di un vincolo espropriativo sui suoi terreni destinati a verde e viabilità. Il Tribunale aveva inizialmente accolto la domanda, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, escludendo la natura espropriativa dei vincoli e rilevando che erano scaduti da oltre vent'anni prima del nuovo piano regolatore. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, rigettando il ricorso del proprietario. I giudici hanno chiarito che le destinazioni a verde pubblico e viabilità costituiscono vincoli conformativi e non espropriativi, in quanto riguardano la pianificazione generale del territorio e non singoli beni specifici. Di conseguenza, non spetta alcun indennizzo al proprietario, che è stato condannato anche al pagamento delle spese di giudizio.
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Guida senza patente: la recidiva trasforma la multa in reato
Il Conducente è stato condannato per due violazioni del Codice della Strada relative alla guida senza patente commesse nel 2016. La condanna penale è scattata a causa della reiterazione del comportamento, essendoci un precedente definitivo risalente al 2015. Il Conducente ha proposto ricorso in Cassazione contestando la prova della recidiva e chiedendo la riduzione della pena, le attenuanti generiche e l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi di impugnazione erano del tutto generici e privi di argomentazioni giuridiche concrete. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa ripetuta: niente particolare tenuità del fatto
Due soggetti vengono condannati per truffa in concorso. Entrambi propongono ricorso in Cassazione. Il primo presenta motivi del tutto generici, senza confrontarsi con la sentenza d'appello. Il secondo contesta il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte dichiara inammissibili entrambi i ricorsi. Per il primo imputato rileva la totale genericità delle censure. Per il secondo, conferma che la reiterazione delle condotte truffaldine impedisce l'applicazione dell'esimente e della sospensione condizionale. La Corte ribadisce che i criteri per valutare la particolare tenuità del fatto sono cumulativi per la concessione del beneficio, ma alternativi per il suo diniego: basta la valutazione negativa di un solo elemento per escluderlo. I ricorrenti sono condannati alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna e multa
L'Imputato, condannato nei precedenti gradi di giudizio per i reati di minaccia e lesioni personali, ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione. La difesa ha contestato la valutazione delle prove e ha lamentato presunti difetti nella motivazione della sentenza di condanna. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. I giudici hanno rilevato che i motivi presentati erano una semplice ripetizione di quelli già respinti in appello e miravano a ottenere un nuovo esame dei fatti, attività vietata in sede di legittimità. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Abuso di contratti a termine: ruolo ottenuto, niente risarcimento
Un gruppo di docenti e personale ATA ha chiesto il risarcimento dei danni per l'illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato. I lavoratori sostenevano che la successiva immissione in ruolo non cancellasse il danno subito, da considerarsi automatico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la stabilizzazione cancella le conseguenze dell'abuso di contratti a termine. Eventuali danni ulteriori non sono automatici, ma devono essere specificamente allegati e provati dal lavoratore. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese di giudizio.
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