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Recidiva — Anno 2026

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1562 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva

Provvedimenti

Rissa e violenza: negata la particolare tenuità del fatto
L'Imputato è stato condannato per rissa aggravata e resistenza a pubblico ufficiale. Egli ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, sostenendo che i giudici avessero valutato erroneamente la sua condotta successiva e applicato norme incostituzionali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, sebbene la norma ostativa per la resistenza sia stata dichiarata incostituzionale, il diniego della particolare tenuità del fatto è giustificato dalla concreta gravità dell'azione. L'Imputato, infatti, ha mostrato un'elevata aggressività, tentando di colpire i rivali e aggredendo fisicamente le Forze dell'Ordine intervenute per sedare la rissa. Di conseguenza, l'offesa non può considerarsi di lieve entità.
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Prescrizione del reato e recidiva: il bilanciamento non salva
L'Imputato, condannato per ricettazione ed estorsione aggravata, ricorre in Cassazione sostenendo l'avvenuta prescrizione dei reati. Secondo la difesa, poiché la recidiva era stata bilanciata in equivalenza con le attenuanti, essa non avrebbe dovuto allungare i tempi per la prescrizione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, in tema di prescrizione del reato e recidiva, quest'ultima rileva sempre ai fini del calcolo del tempo necessario a prescrivere, anche se ritenuta equivalente o subvalente rispetto alle attenuanti. Il bilanciamento delle circostanze influisce solo sulla determinazione della pena concreta, ma non cancella gli effetti della recidiva sul calcolo dei termini prescrizionali. Di conseguenza, i reati non sono prescritti e l'imputato viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Lieve entità stupefacenti: impronta singola ma condanna intera
L'Imputato è stato condannato per detenzione di marijuana dopo il ritrovamento di quattro buste di droga in un giardino condominiale chiuso. Solo una busta recava le sue impronte digitali, per un peso inferiore a cento grammi. L'Imputato ha richiesto l'applicazione della circostanza della lieve entità stupefacenti, sostenendo che la restante droga appartenesse ad altri. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che il contesto complessivo, caratterizzato da un nascondiglio comune e dall'assenza di segni distintivi sulle confezioni, dimostra un accordo tacito tra i detentori. Di conseguenza, la gravità complessiva dell'azione esclude la lieve entità stupefacenti, confermando la condanna e l'applicazione della recidiva a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo.
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Ricettazione di assegno rubato: il silenzio costa la condanna
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di ricettazione di assegno rubato, originato dal possesso di un titolo di credito proveniente da un furto postale. Il Ricorrente ha impugnato la condanna in Cassazione lamentando la mancata notifica dell'udienza preliminare e l'assenza di prove sulla sua consapevolezza della provenienza illecita dell'assegno. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che la notifica era stata regolarmente consegnata alla moglie convivente. Inoltre, la Corte ha ribadito che il possesso di un bene rubato senza alcuna giustificazione attendibile costituisce prova della consapevolezza della sua origine illecita. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Porto abusivo di armi: ricorso respinto e multa da tremila euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di porto abusivo di armi o oggetti atti ad offendere. L'imputato contestava la severità della pena inflitta (tre mesi di arresto e cinquanta euro di ammenda), ritenendola sproporzionata e lamentando una carenza di motivazione da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice e che le contestazioni sollevate erano generiche e non consentite in sede di legittimità. Inoltre, la Cassazione ha evidenziato l'errore del ricorrente nell'invocare l'istituto della recidiva, inapplicabile alle contravvenzioni. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: droga nei calzini o uso personale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione ai fini di spaccio di cocaina. L'imputato era stato sorpreso in una nota piazza di spaccio con 22 dosi di cocaina nascoste nei calzini e 770 euro in contanti, senza fornire alcuna giustificazione. La difesa sosteneva l'uso personale della sostanza e richiedeva le attenuanti generiche. I giudici hanno respinto la tesi evidenziando che il confezionamento in dosi, il luogo del fermo, il possesso di denaro e i precedenti penali specifici escludono l'uso personale. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e inflitto una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Spioncino smart e droga: niente lieve entità nei reati di droga
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di hashish e cocaina. L'imputato chiedeva il riconoscimento della "lieve entità nei reati di droga" per l'hashish. I giudici hanno respinto la richiesta evidenziando che l'uomo deteneva 11,43 grammi di sostanza (pari a 28 dosi), possedeva diversi tipi di droghe (cocaina, hashish, marijuana) e strumenti di confezionamento. Inoltre, aveva installato uno spioncino elettronico digitale per sorvegliare il pianerottolo da remoto, indice di un'attività organizzata e non occasionale. La Corte ha confermato la pericolosità del soggetto e la legittimità della pena, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sanzione sostitutiva negata se i precedenti penali pesano
L'Imputato, condannato per spaccio di lieve entità di hashish e cocaina, ha proposto ricorso lamentando il diniego della sanzione sostitutiva della pena detentiva breve, negata dai giudici di merito a causa dei suoi precedenti penali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diniego di una sanzione sostitutiva può fondarsi esclusivamente sui precedenti penali del condannato, purché vi sia una motivazione specifica e concreta che evidenzi un elevato rischio di recidiva e l'inadeguatezza del percorso rieducativo. Nel caso di specie, l'uomo aveva già beneficiato della sospensione condizionale per altri reati, continuando comunque a delinquere. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Applicazione della recidiva: quando il furto costa il doppio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per furto aggravato. I giudici hanno ritenuto i primi tre motivi di ricorso del tutto generici, in quanto ripetevano semplicemente le contestazioni gia respinte in appello senza confrontarsi con la decisione dei giudici di secondo grado. Per quanto riguarda il quarto motivo, relativo all'applicazione della recidiva, la Suprema Corte ha confermato la correttezza della decisione della Corte d'Appello. I giudici di merito hanno infatti ampiamente motivato la scelta, dimostrando come il nuovo reato fosse un chiaro segnale di una maggiore pericolosita sociale del soggetto, visti i suoi numerosi precedenti penali. L'imputato e stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rapina impropria: colpevolezza confermata ma la pena si riapre
Due uomini, padre e figlio, sono stati sorpresi a rubare tubi di irrigazione in un'azienda agricola. Per fuggire e assicurarsi la refurtiva, hanno minacciato i proprietari e speronato la loro auto. I giudici di merito li hanno condannati per il reato di rapina impropria. La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la loro colpevolezza, stabilendo che le dichiarazioni delle vittime sono pienamente attendibili. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto parzialmente i ricorsi solo sul calcolo della pena. I giudici di merito non avevano infatti motivato l'aumento facoltativo della sanzione dovuto alla recidiva. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio limitatamente al trattamento sanzionatorio, rendendo invece irrevocabile la condanna per rapina impropria.
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Concordato in appello: l’accordo vincola e vieta il ricorso
L'Imputato, condannato per furto, ha concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una carenza di motivazione sulla misura della pena applicata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello comporta la rinuncia ai motivi di impugnazione, determinando il passaggio in giudicato dei punti accordati. Di conseguenza, non è possibile contestare in Cassazione la misura della pena concordata, poiché l'accordo limita la cognizione del giudice e preclude successive contestazioni. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: se accetti la pena non puoi più ricorrere
Un uomo, condannato per furto, ricettazione e possesso di grimaldelli, ha concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata esclusione della recidiva e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta raggiunto l'accordo sulla pena, non è possibile contestare aspetti estranei al patto stesso, a meno che la sanzione finale non sia palesemente illegale. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Applicazione della recidiva: quando il passato aggrava la condanna
L'Imputato era stato condannato per furto aggravato. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i giudici d'appello hanno correttamente motivato l'applicazione della recidiva. Il nuovo furto è stato infatti ritenuto indicativo di una spiccata pericolosità sociale del soggetto, valutata alla luce dei suoi precedenti penali. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
Il caso riguarda un cittadino condannato a un anno e otto mesi di reclusione per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. L'imputato ha proposto ricorso lamentando la mancanza di motivazione della sentenza di condanna. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati dal difensore erano del tutto generici e astratti. La Suprema Corte ha chiarito che i motivi di ricorso devono contestare in modo specifico le ragioni della decisione impugnata, pena la loro irricevibilità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Ricettazione di lieve entità: no al doppio sconto di pena
Il Ricorrente ha presentato ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'esiguità del danno era già stata utilizzata per qualificare il fatto come ricettazione di lieve entità, impedendo così una doppia riduzione di pena per lo stesso motivo. Inoltre, l'applicazione della recidiva è stata ritenuta corretta, poiché il giudice di merito ha valutato concretamente il legame tra il nuovo reato e le precedenti condanne, evidenziando una persistente inclinazione a delinquere del soggetto. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di incendio: tra vendetta familiare e condanna penale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione e reato di incendio ai danni di due soggetti che avevano appiccato il fuoco a un cantiere nautico. I giudici hanno chiarito la differenza tra il semplice danneggiamento e il vero e proprio reato di incendio, che si configura quando le fiamme sono vaste, incontrollabili e mettono in pericolo l incolumita pubblica. Nel caso specifico, i complici avevano agito su mandato del fratello della vittima, estromesso dalla gestione societaria, con lo scopo di costringerla a farlo rientrare nell attivita. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi dei condannati, confermando le pene detentive e l obbligo di pagare le spese processuali, poiche le intercettazioni e i video di sorveglianza provavano chiaramente la gravita e la finalita estorsiva delle loro condotte distruttive.
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Prescrizione della pena: quando la recidiva non raddoppia i tempi
Il Tribunale revocava a un cittadino il lavoro di pubblica utilità, ripristinando la pena dell'arresto. Il giudice riteneva che la pena non fosse estinta, applicando il termine di prescrizione decennale anziché quinquennale a causa della recidiva per reati successivi. Il Condannato ricorreva in Cassazione, sostenendo che la recidiva non fosse stata dichiarata prima della scadenza del termine ordinario. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la prescrizione della pena si raddoppia solo se la recidiva viene formalmente accertata con sentenza definitiva prima del decorso del termine ordinario di cinque anni. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo calcolo delle date.
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Recidiva reiterata: tra contestazione e calcolo della pena
Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza di condanna a un anno e due mesi di reclusione inflitta a un imputato per introduzione di telefoni in carcere. Il ricorrente lamentava l'errato calcolo dell'aumento di pena, ritenendo che dovesse applicarsi la recidiva reiterata infraquinquennale con aumento minimo di due terzi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la correttezza della decisione del giudice di merito. Quest'ultimo, infatti, pur a fronte di una contestazione formale più grave, ha concretamente ravvisato e applicato solo la recidiva reiterata semplice, mancando elementi su condanne nei cinque anni precedenti. Di conseguenza, l'aumento della pena pari alla metà della sanzione base è stato ritenuto corretto e legittimo.
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Attendibilità della persona offesa: dai dubbi alla condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione per un uomo accusato di lesioni personali e danneggiamento seguito da incendio. L'imputato aveva aggredito una donna e appiccato il fuoco a un'auto a causa di una relazione extraconiugale non gradita. La difesa contestava l'attendibilità della persona offesa, evidenziando presunte contraddizioni nelle sue dichiarazioni. I giudici hanno invece ritenuto pienamente valido il giudizio sull'attendibilità della persona offesa, spiegando che le incertezze iniziali erano dovute alla sua scarsa istruzione e che il racconto era supportato da referti medici e foto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna e respingendo anche le richieste di applicazione della particolare tenuità del fatto, ritenendo l'azione troppo grave e violenta.
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Spaccio di lieve entità: il ricorso costa caro in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un imputato contro la sentenza d'appello che lo aveva condannato a due anni e otto mesi di reclusione per spaccio di lieve entità. La difesa contestava la qualificazione del reato e la mancata esclusione della recidiva. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso tendeva a ottenere una inammissibile rivalutazione delle prove, preclusa in sede di Cassazione. La motivazione della sentenza impugnata è stata ritenuta logica e coerente, sia in merito alla colpevolezza sia per quanto riguarda il trattamento sanzionatorio. Di conseguenza, oltre alla conferma della condanna, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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