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Recidiva Reiterata

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1008 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Ricettazione di assegni bancari: condanna per il possesso illecito
I giudici hanno confermato la condanna di un soggetto per il reato di ricettazione di assegni bancari intestati a terzi. L'imputato conservava i titoli senza giustificazione plausibile, accettando il rischio della loro provenienza illecita. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato poiché riproponeva censure di fatto già smentite, condannandolo alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto e Recidiva: il Diniego Prevalenza Attenuanti è Legittimo
Un Lavoratore è stato condannato per furto con giudizio abbreviato. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando il `diniego prevalenza attenuanti` generiche sulla recidiva reiterata. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'Art. 69, comma 4, del Codice Penale vieta di far prevalere le attenuanti sulla recidiva reiterata. Il ricorso è stato ritenuto privo di interesse, poiché la doglianza era manifestamente infondata. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione e motivi generici
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna emessa dalla Corte di Appello. Il soggetto sosteneva che la propria sottoposizione agli arresti domiciliari rendeva impossibile la sua qualificazione come istigatore o concorrente morale nel reato. Inoltre, il ricorso contestava la misura della pena e l'applicazione della recidiva reiterata. La Corte Suprema ha evidenziato come le contestazioni avanzate fossero del tutto generiche e prive di un reale confronto con le spiegazioni fornite dai giudici di merito. Tali carenze hanno determinato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. L'Imputato ha perso definitivamente il giudizio ed è stato condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato e recidiva: i tempi non si azzerano
Due imputati hanno presentato ricorso per Cassazione chiedendo l'annullamento della sentenza di condanna per reati legati a sostanze stupefacenti commessi nel 2009. I ricorrenti sostenevano che fosse già maturata l'estinzione dei reati per decorso del tempo. La Suprema Corte ha respinto le tesi difensive, chiarendo il meccanismo che regola la prescrizione del reato e recidiva. La presenza della recidiva reiterata e infraquinquennale (reiterata entro cinque anni) comporta un aumento del termine massimo di prescrizione pari a due terzi anziché al consueto quarto. Al computo totale si aggiungono inoltre i periodi di sospensione determinati dalle astensioni e dagli impedimenti dei difensori. A fronte di tali regole, il reato non era affatto estinto. I giudici hanno dichiarato inammissibili i ricorsi e hanno condannato gli imputati al pagamento delle spese legali e di una somma a favore della Cassa delle Ammende.
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Reato continuato e recidiva: limiti al calcolo della pena
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato rideterminando i criteri di calcolo della pena per reato continuato e recidiva reiterata. I giudici di secondo grado avevano applicato l'aumento minimo obbligatorio di un terzo (previsto per i recidivi) direttamente sulla pena già complessivamente determinata per altri fatti, anziché calcolarlo sull'incremento totale della continuazione. La Suprema Corte ha chiarito che il limite minimo di aumento pari a un terzo della pena del reato più grave si riferisce all'aumento complessivo per tutti i reati satellite uniti dal medesimo disegno criminoso e non al singolo reato aggiunto. La sentenza impugnata è stata quindi annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: niente prescrizione con recidiva
Un detenuto offende l'onore e il prestigio di un agente penitenziario all'interno del carcere, integrando il delitto di oltraggio a pubblico ufficiale. La Corte di appello conferma la condanna a dieci mesi di reclusione, negando le attenuanti generiche per via dei numerosi precedenti penali. L'imputato propone ricorso per Cassazione sostenendo l'intervenuta prescrizione del reato e lamentando l'eccessività della pena. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. La presenza dell'aggravante della recidiva reiterata prolunga il termine di prescrizione fino a dieci anni, a cui si sommano i periodi di sospensione per i rinvii delle udienze. La condanna resta definitiva e l'imputato deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato in sede esecutiva: tre evasioni e pena ridotta
Il Tribunale, operando come giudice dell'esecuzione, ha unificato tre condanne per evasione inflitte a un condannato, riconoscendo il medesimo disegno criminoso. Tuttavia, inserendo il terzo reato nel calcolo, il giudice ha fissato una pena finale di due anni di reclusione, inferiore ai due anni, due mesi e venti giorni stabiliti in precedenza per i soli primi due reati. Il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, denunciando la violazione dei criteri di calcolo della pena e l'omessa applicazione degli aumenti minimi di legge per la recidiva reiterata. La Suprema Corte ha accolto il ricorso: l'aggiunta di un ulteriore fatto illecito mediante l'istituto del reato continuato in sede esecutiva non può mai produrre una riduzione della sanzione precedentemente determinata. La decisione è stata annullata con rinvio limitatamente al conteggio della pena.
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Contenimento della pena: ricorso respinto al minimo edittale
L'Imputato subisce una condanna a un anno di reclusione per aver violato le prescrizioni delle misure di prevenzione previste dal codice antimafia. La sentenza di merito riconosce le circostanze attenuanti generiche equivalenti alla recidiva reiterata ed infraquinquennale. L'Imputato propone ricorso per cassazione lamentando il mancato contenimento della pena da parte della Corte territoriale. La Suprema Corte dichiara l'impugnazione inammissibile per genericità e carenza di interesse. La pena inflitta corrisponde già al minimo edittale previsto dalla legge e la recidiva qualificata impedisce la prevalenza delle attenuanti. Il ricorrente perde il giudizio, deve pagare le spese del procedimento e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso penale inammissibile: condanna confermata per false dichiarazioni
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso penale inammissibile, confermando la condanna di un imputato per false dichiarazioni a pubblico ufficiale (Art. 495 c.p.). L'imputato aveva impugnato la sentenza d'appello lamentando la mancanza di motivazione sulla responsabilità penale, la recidiva e il calcolo della pena. Tuttavia, i motivi del ricorso sono stati ritenuti manifestamente infondati o generici. La Corte ha ribadito che l'inammissibilità del ricorso penale comporta il pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende, fissata in 3.000 euro. La decisione sottolinea l'importanza di presentare ricorsi specifici e motivati.
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Ricettazione e Prescrizione: la Recidiva Reiterata Blocca l’Estinzione del Reato
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato per ricettazione. L'imputato sosteneva che il reato fosse prescritto. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la recidiva reiterata, riconosciuta all'imputato, estende significativamente i termini di prescrizione del reato di ricettazione. Questo aumento si applica sia al termine base che al termine massimo, includendo le interruzioni. Di conseguenza, il reato non era ancora estinto per prescrizione.
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Recidiva reiterata: le attenuanti non possono prevalere
L'Imputato è stato condannato per molteplici reati contro la fede pubblica. Il giudice di merito ha ritenuto le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti e alla recidiva reiterata. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della prevalenza delle attenuanti generiche rispetto alle circostanze aggravanti. I Giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile, ricordando il divieto di legge che impedisce alle attenuanti di prevalere sulla recidiva reiterata. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e ha disposto il versamento di 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Furto e recidiva: esclusa la particolare tenuità del fatto
Un soggetto ha sottratto merce varia all'interno di un supermercato, rimediando una condanna per furto aggravato. L'imputato ha presentato ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che il furto non presentava una lieve entità sul piano oggettivo e che l'uomo risultava gravato da numerosi precedenti specifici per reati contro il patrimonio. La recidiva e la presenza di molteplici condanne pregresse integrano l'abitualità del comportamento criminale, condizione ostativa all'applicazione della particolare tenuità del fatto. Il ricorrente ha subito la condanna definitiva e l'obbligo di versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa dichiarazione sostitutiva: il carcere e la Cassazione
Una donna ha presentato una falsa dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà, attestando di convivere con un uomo detenuto per ottenere il permesso di svolgere colloqui in carcere. I giudici di merito l'hanno condannata per il reato di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, riconoscendo la recidiva reiterata. La donna ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'elemento soggettivo del reato e il trattamento sanzionatorio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La consapevolezza di dichiarare una situazione personale non vera per ottenere un beneficio configura pienamente il reato. La condannata deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto di palmare: ricorso inammissibile, la Cassazione conferma la condanna
Un lavoratore è stato condannato per il furto di un palmare, sottratto da un'autovettura di servizio dell'Azienda. La Corte d'Appello ha confermato la sua responsabilità per il furto, escludendo alcune aggravanti e rideterminando la pena. Il lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'insufficienza della motivazione e la sussistenza della recidiva reiterata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il lavoratore ha perso la causa e deve pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Spedizione punitiva: tutti colpevoli anche senza colpire
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per una violenta aggressione di gruppo ai danni di una giovane vittima e dei suoi familiari. Gli imputati avevano organizzato una vera e propria spedizione punitiva, presentandosi sul luogo armati di bastoni e mazze da baseball per percuotere l'offeso e tentare di caricarlo a forza su un'automobile. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibili i ricorsi dei colpevoli. La Corte ha chiarito che risponde di concorso nel reato anche chi non impugna materialmente gli oggetti contundenti o chi presenta limitazioni fisiche, purché abbia condiviso il piano criminale e garantito supporto operativo. È stata respinta anche la tesi del divieto di doppio giudizio avanzata da uno dei partecipanti.
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Violazione Misure Prevenzione: Inammissibilità Ricorso Penale Confermata
Un soggetto, sottoposto a una misura di prevenzione con obbligo di soggiorno e di presentazione periodica alla polizia, ha violato tale prescrizione in quattro occasioni. Ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione di attenuanti e l'eccessiva pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale, ritenendo le doglianze manifestamente infondate. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: ricorso inammissibile, confermata la condanna
Un imputato, già condannato in rito abbreviato per reati di falsità, ha presentato ricorso in Cassazione. Ha contestato l'applicazione della "recidiva reiterata", sostenendo che fosse stata contestata tardivamente, e ha lamentato una motivazione insufficiente sulla stessa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha chiarito che la "recidiva reiterata" era già inclusa nelle accuse iniziali e che la seconda contestazione era nuova e non poteva essere sollevata per la prima volta in Cassazione. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Amministratore condannato per bancarotta: la tenuità del fatto non basta
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un amministratore condannato per bancarotta preferenziale. L'amministratore contestava il mancato riconoscimento della circostanza attenuante speciale della particolare tenuità del fatto, sostenendo che dovesse prevalere sulla recidiva reiterata. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. Ha chiarito che la tenuità del fatto, in caso di bancarotta, si valuta in base alla diminuzione effettiva del patrimonio aziendale causata dalla condotta illecita, non dall'ammontare complessivo dei debiti. Nel caso specifico, i beni sottratti, seppur non ingenti in assoluto, erano significativi rispetto all'attivo disponibile per i creditori. Pertanto, la condotta non era considerata di lieve entità. L'amministratore ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Spaccio di droga e recidiva reiterata: la Cassazione conferma la condanna
Un Lavoratore è stato condannato per spaccio di cocaina ed eroina. Ha presentato ricorso in Cassazione contestando il riconoscimento della recidiva reiterata, che aveva aumentato la sua pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I suoi argomenti erano generici e non affrontavano le motivazioni della Corte d'Appello. Quest'ultima aveva correttamente evidenziato la serialità della condotta e la maggiore pericolosità del Lavoratore, giustificando l'applicazione della recidiva reiterata. La condanna originaria è stata quindi confermata, e il Lavoratore dovrà pagare le spese processuali e una sanzione.
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Sorveglianza speciale e incontri vietati: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e otto mesi di reclusione inflitta a un imputato sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'uomo aveva violato la prescrizione che vietava di associarsi abitualmente a soggetti pregiudicati. La difesa sosteneva la nullità del giudizio direttissimo per la contestazione di fatti pregressi e qualificava l'ultimo incontro come un evento fortuito e occasionale. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che l'eventuale vizio del rito direttissimo costituisce una nullità relativa, sanata dalla mancata eccezione preliminare nei termini di legge. Inoltre, la violazione del divieto di frequentazione integra un reato abituale: i plurimi contatti avvenuti nei mesi precedenti dimostrano la serialità della condotta illecita e la piena consapevolezza dell'imputato, smentendo la tesi del contatto casuale.
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