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Reato Permanente — Anno 2023

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171 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Reato Permanente

Provvedimenti

Fungibilità della pena: nessun credito per i reati futuri
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che chiedeva il riconoscimento della fungibilità della pena per un periodo di custodia cautelare sofferto tra il 2020 e il 2022. Il condannato voleva scalare tale periodo dalla pena definitiva inflitta per il reato di associazione mafiosa, consumatosi fino al 2010. I giudici hanno chiarito che non è possibile scomputare la carcerazione preventiva subita prima della consumazione di un reato permanente. Ammettere questo principio significherebbe creare una inaccettabile riserva di impunità per reati futuri, contrastando con la funzione rieducativa e retributiva della sanzione penale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Fungibilità della pena: sconti di carcere vietati per nuovi reati
Il Condannato, sanzionato per associazione mafiosa in due diversi procedimenti, ha richiesto la scarcerazione ritenendo interamente espiata la propria sanzione. Il Giudice dell'esecuzione aveva infatti applicato la disciplina del reato continuato, rideterminando la pena complessiva e generando un teorico credito di pena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Condannato, confermando che la fungibilità della pena non opera in modo automatico. Poiché il secondo reato ha natura permanente e si è protratto per oltre dieci anni dopo l'espiazione della prima condanna, non è possibile scomputare il periodo detentivo sofferto in precedenza. La Corte ha chiarito che l'unificazione dei reati cede di fronte alla necessità di evitare che il reo continui a delinquere contando su futuri sconti di pena. Il Condannato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Permesso di costruire: l’opera smontabile va comunque demolita
Il Proprietario è stato condannato per aver realizzato, senza il necessario permesso di costruire, un capannone in cemento armato di 600 mq, una platea di 140 mq e un muro di recinzione alto due metri e mezzo. Il Proprietario ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo la natura precaria delle opere e contestando l'obbligo di demolizione imposto per ottenere la sospensione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la stabilità e le dimensioni delle opere escludono la precarietà, rendendo obbligatorio il permesso di costruire. Inoltre, la sospensione condizionale della pena può essere legittimamente subordinata alla demolizione dell'abuso, poiché il reato edilizio produce effetti dannosi che persistono nel tempo fino al ripristino dello stato dei luoghi. Il Proprietario perde la causa, deve pagare le spese e demolire le opere.
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Discarica non autorizzata: condannato l’erede che usa il fondo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico del titolare di un'officina meccanica per il reato di discarica non autorizzata. L'imputato aveva accumulato in modo ripetuto e definitivo ingenti quantitativi di rifiuti pericolosi e non pericolosi su un terreno ereditato di cui aveva l'uso esclusivo. La difesa sosteneva l'avvenuta prescrizione del reato, considerandolo istantaneo. I giudici hanno invece ribadito che la gestione di una discarica abusiva è un reato permanente, la cui consumazione cessa solo con il sequestro dell'area, la bonifica o la sentenza di primo grado. Di conseguenza, non essendo decorso il termine quinquennale dal sequestro, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la responsabilità penale del gestore.
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Traffico di sostanze stupefacenti: decide dove nasce il piano
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti coinvolti in un vasto traffico di sostanze stupefacenti. Il Primo Imputato rispondeva di associazione a delinquere e spaccio, mentre il Secondo Imputato era accusato della detenzione di 700 kg di cocaina importata dal Sudamerica. La difesa contestava la competenza territoriale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ritenendo che il processo dovesse svolgersi a Livorno, luogo del sequestro della droga. I giudici hanno rigettato i ricorsi, stabilendo che nei reati di importazione e associazione la competenza si radica nel luogo in cui l'attività criminosa viene programmata e organizzata. È stata inoltre confermata la validità delle prove di identificazione e negata l'attenuante della minima partecipazione per chi si occupa dello sdoganamento della merce.
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Invasione di terreni o edifici: occupare non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'inquilina condannata per il reato di invasione di terreni o edifici, avendo occupato abusivamente un alloggio popolare comunale. La difesa sosteneva che il reato fosse prescritto, calcolando il tempo dal primo accertamento del 2013. Tuttavia, i giudici hanno ribadito che l'occupazione abusiva è un reato permanente. La condotta illecita cessa solo con lo sgombero o con la sentenza di condanna di primo grado, emessa nel 2020. Di conseguenza, la prescrizione ha iniziato a decorrere solo da quest'ultima data e non è ancora maturata. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricettazione di armi clandestine: confermata la doppia condanna
Il Condannato è stato ritenuto colpevole di detenzione illegale di armi comuni e clandestine e del reato di ricettazione di armi clandestine. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'impossibilità di applicare contemporaneamente la condanna per detenzione e quella per ricettazione, invocando il principio di specialità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la ricettazione di armi clandestine concorre con il reato di detenzione. Le due condotte sono distinte sul piano materiale, cronologico e psicologico: la ricettazione si consuma istantaneamente con l'acquisizione del possesso, mentre la detenzione è un reato permanente che non richiede il dolo specifico di trarre profitto.
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Occultamento di documenti contabili: condanna anche se temporaneo
L'Amministratore di una società è stato condannato per omessa dichiarazione dei redditi e occultamento di documenti contabili. La Guardia di Finanza ha ricostruito i ricavi tramite accertamenti bancari, considerando sia i versamenti sia i prelevamenti come ricavi imponibili. La difesa sosteneva l'inutilizzabilità delle dichiarazioni confessorie rese durante la verifica fiscale e la mancanza di prove sul dolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'occultamento di documenti contabili è un reato di pericolo concreto e permanente, per il quale basta anche la temporanea indisponibilità delle scritture. Inoltre, la scelta del rito abbreviato sana l'eventuale inutilizzabilità delle dichiarazioni spontanee. L'imputato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Occultamento di documenti contabili: ricorso ripetitivo e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un contribuente condannato per i reati di omessa dichiarazione e occultamento di documenti contabili. L'imputato non aveva consegnato alla polizia giudiziaria la documentazione fiscale obbligatoria per l'anno 2016 e non aveva presentato la dichiarazione dei redditi. I giudici hanno confermato che il reato di occultamento di documenti contabili è un reato permanente, la cui consumazione si è protratta fino al settembre 2020. Di conseguenza, si applica la legge vigente al momento della cessazione della permanenza. Il ricorso è stato ritenuto inammissibile perché riproponeva genericamente le stesse difese già respinte in appello, senza contestare specificamente la sentenza di secondo grado. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Senatore condannato: concorso esterno in associazione mafiosa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei anni di reclusione nei confronti di un esponente politico, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. L'imputato, sfruttando i suoi ruoli istituzionali di senatore e sottosegretario, ha stretto un patto di scambio politico-mafioso con i vertici della criminalità organizzata locale, garantendo loro appoggio economico e amministrativo in cambio di sostegno elettorale. La Suprema Corte ha chiarito che il concorso esterno in associazione mafiosa costituisce un reato permanente, la cui consumazione si protrae finché dura la concreta disponibilità del politico verso la cosca, cessata in questo caso solo nel 2006. Di conseguenza, i giudici hanno respinto il ricorso della difesa, escludendo la prescrizione del reato e confermando in via definitiva la responsabilità penale dell'imputato e la sua condanna al risarcimento dei danni alle parti civili.
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Retrodatazione della custodia cautelare negata per il clan attivo
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso de Il Ricorrente contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa invocava la retrodatazione della custodia cautelare ai sensi dell'articolo 297 del codice di procedura penale, sostenendo che i termini dovessero decorrere da un precedente arresto. I giudici hanno chiarito che, per i reati permanenti come l'associazione mafiosa, la retrodatazione della custodia cautelare non si applica se la condotta criminosa si è protratta anche dopo la prima cattura. La Suprema Corte ha confermato la solidità degli indizi di colpevolezza relativi alle estorsioni e all'affiliazione al clan, basati su intercettazioni e dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Divieto di doppio giudizio: quando la seconda condanna è legittima
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino che chiedeva l'applicazione del divieto di doppio giudizio per due condanne per associazione mafiosa. Il ricorrente sosteneva che i fatti contestati fossero identici. I giudici hanno chiarito che le due condanne riguardavano periodi temporali diversi e ruoli differenti all'interno dell'organizzazione criminale: prima come semplice partecipe e poi come capo. Non essendoci una sovrapposizione temporale e strutturale delle condotte, non si applica il divieto di doppio giudizio. La Cassazione ha inoltre respinto la contestazione sull'incompatibilità del giudice, poiché la difesa non aveva presentato tempestiva istanza di ricusazione. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Invasione di terreni o edifici: muro abusivo costa la condanna
Un cittadino ha realizzato un muro di recinzione per chiudere e occupare una porzione di terreno appartenente al demanio stradale comunale. Condannato in appello a tre mesi di reclusione per il reato di invasione di terreni o edifici, l'imputato ha proposto ricorso in Cassazione. Il ricorrente invocava la particolare tenuità del fatto e contestava l'obbligo di demolizione del muro imposto come condizione per la sospensione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'invasione di terreni o edifici è un reato permanente, impedendo l'applicazione della tenuità finché l'occupazione persiste. Inoltre, subordinare la sospensione condizionale al ripristino dei luoghi è pienamente legittimo per eliminare le conseguenze dannose del reato. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e le sanzioni.
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Competenza per territorio nel reato associativo: decide la base
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un uomo condannato a sedici anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa contestava la competenza territoriale del Tribunale di Bari, ritenendo che il processo si dovesse svolgere a Taranto, luogo di inizio delle indagini e di alcune cessioni. Gli Ermellini hanno chiarito le regole sulla competenza per territorio nel reato associativo, stabilendo che per i reati permanenti la competenza spetta al giudice del luogo in cui ha inizio la consumazione. Questo luogo coincide con la sede operativa in cui si programmano e dirigono le attività illecite (nel caso specifico, Bari, dove la droga veniva custodita e le transazioni pianificate), e non dove sono avvenuti i singoli acquisti o dove sono partite le indagini.
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Prescrizione del reato presupposto: azienda condannata
Un'azienda di demolizioni è stata condannata per responsabilità amministrativa a causa dell'attività non autorizzata di recupero e messa in riserva di rifiuti speciali compiuta dai suoi amministratori. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato presupposto, che avrebbe dovuto far decadere l'azione legale contro l'ente. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che l'attività di messa in riserva di rifiuti non autorizzata costituisce un reato permanente. La consumazione dell'illecito si protrae infatti fino alla cessazione dell'attività abusiva o all'ottenimento dell'autorizzazione. Di conseguenza, poiché la condotta era ancora in corso al momento del controllo, il termine di prescrizione non era decorso, confermando la piena validità della contestazione e la condanna della società.
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Discarica abusiva: sequestro annullato se il reato è prescritto
La Corte di Cassazione ha annullato il sequestro preventivo di un'area inquinata acquistata da una società immobiliare dopo il fallimento della precedente proprietà. Il Tribunale del riesame aveva confermato il blocco del sito ipotizzando il reato di discarica abusiva, ritenendo che la mancata bonifica da parte del nuovo proprietario prolungasse la permanenza del reato. La Suprema Corte ha chiarito che il semplice acquisto di un terreno già contaminato non rende automaticamente il nuovo proprietario responsabile del reato, a meno che non si dimostri una sua partecipazione attiva agli sversamenti o un suo ruolo specifico nella gestione post-operativa del sito. Poiché il reato originario potrebbe essere prescritto, i giudici dovranno riesaminare il caso per verificare se sussistano reali responsabilità penali in capo alla società acquirente.
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Associazione di tipo mafioso: in carcere anche il mediatore
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione di tipo mafioso. La difesa sosteneva che l'indagato avesse solo mediato una lite familiare tra coniugi appartenenti a clan rivali, agendo come privato cittadino. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la mediazione di un conflitto potenzialmente distruttivo per gli equilibri dei clan mafiosi costituisce un contributo concreto all'associazione. Trattandosi di un reato permanente, il vincolo associativo persiste nel tempo senza necessità di commettere specifici reati-fine, a meno che non sia provato un recesso volontario e definitivo dal gruppo criminale. L'indagato rimane quindi in carcere.
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Particolare tenuità del fatto: negata per l’abuso sul demanio
Un privato ha installato un manufatto in legno su una spiaggia libera senza autorizzazione, occupando il demanio marittimo in un'area protetta. La Corte d'appello lo ha condannato a tre mesi di reclusione, quindici giorni di arresto e sedicimila euro di ammenda. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e sostenendo che l'opera fosse di competenza comunale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere concessa a causa della mancata rimozione spontanea dell'opera e dei precedenti penali del ricorrente. Inoltre, l'assenza di una formale autorizzazione comunale esclude qualsiasi esimente per l'occupazione abusiva del suolo pubblico.
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Deposito incontrollato di rifiuti: il sequestro cancella il reato
L'Amministratore di un'azienda veniva condannato per i reati di emissioni tossiche non autorizzate e deposito incontrollato di rifiuti, accumulati nel piazzale aziendale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, rilevando che il sequestro dell'area da parte della polizia giudiziaria ha interrotto la permanenza del reato. Di conseguenza, calcolando il tempo trascorso dal momento del sequestro e tenendo conto dei limitati periodi di sospensione, i reati si erano già estinti per prescrizione prima della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la condanna, sancendo che il sequestro segna la fine della condotta illecita e fa decorrere i termini di prescrizione.
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Stoccaggio rifiuti: negata la particolare tenuità del fatto
Il Legale Rappresentante di un'impresa di ceramiche è stato condannato per gestione illecita di rifiuti, avendo stoccato e smaltito oltre una tonnellata di scarti industriali senza autorizzazione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere applicata quando la condotta illecita è abituale e reiterata nel tempo. Inoltre, lo stoccaggio non autorizzato costituisce un reato permanente: finché la condotta illecita prosegue e i rifiuti non vengono rimossi, l'offesa all'ambiente continua, precludendo qualsiasi sanzione di favore. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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