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Reato-Fine

253 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il singolo reato commesso per realizzare gli scopi di un'associazione a delinquere.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Partecipazione ad associazione mafiosa o amicizia: carcere confermato
Un indagato ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per partecipazione ad associazione mafiosa ed estorsione. La difesa sosteneva che i contatti con i vertici del clan rappresentassero una semplice amicizia e che la riscossione del denaro fosse una cortesia priva di consapevolezza illecita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendo accertata la stabile messa a disposizione del soggetto a favore della cosca criminale. I giudici hanno confermato che la presenza durante le minacce e la successiva riscossione delle somme costituiscono reati-fine dell'organizzazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha confermato la misura detentiva.
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Custodia cautelare in carcere: no ai riesami delle prove
L'indagato ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per la partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e per singoli reati di detenzione ed esportazione di cocaina. La difesa sosteneva che i fatti contestati fossero privi di solidità indiziaria e giustificati da semplici legami familiari, contestando anche la presenza dei pericoli di fuga o reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso di legittimità non può rivalutare le prove o il merito delle vicende. Le intercettazioni, i filmati e l'uso di telefoni criptati integrano validi e gravi elementi a carico dell'indagato, confermando la piena legittimità della misura carceraria.
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Narcotraffico: Spaccio Isolato o Partecipazione a Associazione?
Un indagato ha presentato ricorso contro la sua custodia cautelare in carcere, disposta per la sua presunta Partecipazione a associazione dedita al narcotraffico di cocaina. L'indagato contestava l'attribuzione del reato associativo, sostenendo che le sue condotte di spaccio fossero isolate e non indicative di un ruolo stabile nel sodalizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha confermato che la reiterazione di condotte di spaccio, unita a stretti legami personali e alla conoscenza delle dinamiche del gruppo, costituisce gravi indizi di partecipazione al reato associativo, anche se il singolo spaccio non basta da solo. L'indagato rimane in custodia cautelare e deve pagare le spese processuali.
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Inammissibilità ricorso penale: patteggiamento e pene accessorie
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di tre imputati condannati per associazione a delinquere finalizzata a furti. Due imputati avevano concordato la pena in appello (patteggiamento in appello). Il terzo lamentava un'equiparazione del trattamento sanzionatorio e la mancata revoca di una pena accessoria. La Suprema Corte ha dichiarato tutti i ricorsi inammissibili. Ha ribadito che il patteggiamento in appello preclude il ricorso penale sulla misura della pena, salvo illegalità. Ha inoltre chiarito che la rinuncia ai motivi di merito non giustifica una riduzione della pena e che la pena accessoria è legata al reato base.
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Associazione a delinquere: ricorso inammissibile, condanna per immigrazione irregolare confermata
Un Lavoratore è stato condannato per associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione irregolare. Il Tribunale di Catania e la Corte d'Appello hanno confermato la sua responsabilità. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la logica della motivazione, in particolare l'assenza di un reato fine specifico a lui contestato e la valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le contestazioni fossero un tentativo di riesaminare le prove, compito non suo. La condanna per il Lavoratore è stata confermata, con l'obbligo di pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle Ammende.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: carcere per le basi
I giudici hanno confermato la misura della custodia in carcere per un indagato accusato di far parte di una associazione finalizzata al narcotraffico e di detenzione illecita di sostanze stupefacenti. L'indagato sosteneva di aver solo messo a disposizione un appartamento e un garage per ragioni familiari, senza alcuna adesione al gruppo. Le indagini hanno invece dimostrato la sua piena consapevolezza del deposito della droga negli stabili e i contatti stabili con i vertici dell'organizzazione criminale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato, stabilendo che la fornitura consapevole di basi logistiche al sodalizio integra la partecipazione al gruppo e giustifica la custodia cautelare in carcere per l'alto pericolo di reiterazione.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: la condanna
Un uomo è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e per la detenzione a fine di spaccio di cocaina. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che i passaggi di denaro e i contatti con i propri familiari rientrassero in normali dinamiche di parentela e non in una rete criminale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici di legittimità hanno chiarito che le intercettazioni e i servizi di osservazione dimostrano in modo logico il ruolo di intermediario svolto dall'Indagato. La Cassazione non può riesaminare le prove di fatto, ma deve solo verificare la coerenza della motivazione, apparsa esente da vizi logici e del tutto adeguata.
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Custodia cautelare in carcere confermata per frode e riciclaggio
Un consulente contabile ha presentato ricorso contro l'ordinanza che confermava la misura della custodia cautelare in carcere per i delitti di associazione a delinquere, emissione di fatture false e riciclaggio. L'indagato sosteneva di essere un semplice prestatore d'opera all'oscuro delle frodi e riteneva insussistente il pericolo attuale di reiterazione, chiedendo in subordine gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la piena legittimità della misura carceraria. I giudici hanno accertato che l'uomo gestiva società estere create ad hoc per riciclare fondi illeciti e dialogava attivamente con i vertici del gruppo. La possibilità operativa di gestire frodi a distanza rende inidonei i domiciliari.
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Spaccio singolo o associazione finalizzata al traffico di droga?
Il Giudice per le indagini preliminari rigettava la richiesta di arresti domiciliari avanzata contro l'indagato, escludendo la sua partecipazione a una associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e ravvisando solo singoli episodi di spaccio risalenti nel tempo. Il Tribunale della Libertà, accogliendo l'appello del Pubblico Ministero, disponeva la misura cautelare ritenendo invece sussistente il vincolo associativo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa e annullato l'ordinanza cautelare con rinvio. I giudici di legittimità hanno rilevato un totale difetto di motivazione: il Tribunale ha desunto l'appartenenza al gruppo criminale in modo apodittico e senza spiegare la specifica struttura organizzativa dell'illecito.
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Reati del 2017 e misure nel 2022: nulle le esigenze cautelari
Un imprenditore del settore logistico riceveva una misura restrittiva con obbligo di firma per associazione a delinquere finalizzata alla sottrazione di accise sui carburanti. La difesa contestava sia il ruolo associativo, sia l'assenza di pericoli reali a distanza di cinque anni dai presunti illeciti del 2017. La Corte di Cassazione ha confermato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, ritenendo l'indagato organicamente inserito nella rete criminale tramite mezzi, autisti e dispositivi tecnici alterati. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno annullato l'ordinanza per difetto di motivazione sulla persistenza temporale del pericolo: a cinque anni dai fatti, le esigenze cautelari non possono basarsi su formule astratte ma richiedono elementi attuali e concreti.
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Reato Associativo Stupefacenti: Cassazione annulla per difetto di prova
La Cassazione ha esaminato i ricorsi contro condanne per reato associativo di stupefacenti e reati-fine. La Corte ha annullato le condanne per il reato associativo (art. 74 d.P.R. 309/90) per molti imputati. Ha ritenuto insufficiente la prova di una struttura organizzata stabile e di un vincolo duraturo tra i membri, elementi essenziali per distinguere un'associazione da una serie di singoli reati. La sentenza ha sottolineato la necessità di un "quid pluris" organizzativo. Per altri reati (tentato acquisto, cessione, detenzione di droga), le condanne sono state confermate o dichiarate estinte per prescrizione. La decisione impone un nuovo giudizio per il reato associativo, ribadendo i criteri per la sua configurazione.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: resta in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per associazione mafiosa e traffico di droga a carico di un indagato ritenuto legato a un clan locale. L'uomo aveva proposto ricorso sostenendo l'errata interpretazione delle intercettazioni e l'assenza di prove sulla sua effettiva appartenenza al sodalizio criminale, riducendo le sue condotte a meri vincoli di parentela e spaccio occasionale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la partecipazione all'associazione mafiosa si può dedurre anche dalla commissione dei singoli reati-fine, come l'estorsione e il traffico di sostanze stupefacenti. Inoltre, l'interpretazione dei dialoghi intercettati spetta al giudice di merito e non è rivedibile se motivata in modo logico. L'indagato resta pertanto in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio. L'indagato gestiva negozi di compravendita di preziosi e ricollocava la refurtiva per conto del clan criminale. La difesa contestava la mancanza di attualità del pericolo cautelare, sostenendo che le condotte risalivano ad anni prima e che i beni aziendali erano stati sequestrati. La Suprema Corte ha respinto la tesi difensiva. Nei reati di matrice mafiosa opera la presunzione relativa di pericolosità sociale ex art. 275 c.p.p. Il semplice passaggio del tempo non cancella le esigenze di rigore, specie in presenza di intercettazioni che dimostrano la prosecuzione degli affari illeciti sotto nuove forme aziendali. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Associazione di tipo mafioso: conta l’azione e non il rito
Un indagato ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di tipo mafioso, bancarotta e intestazione fittizia. La difesa sosteneva l'assenza di prove sui rituali di affiliazione e la caduta di una specifica accusa di estorsione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura restrittiva. I giudici hanno chiarito che l'adesione al sodalizio non richiede formule solenni o cerimonie formali. È sufficiente un inserimento concreto e consapevole nelle dinamiche delittuose del gruppo per favorirne gli scopi criminali tramite metodi intimidatori.
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Competenza per territorio reati tributari: le regole della Corte
Due sedi giudiziarie si sono contese la gestione di un processo penale relativo a un'articolata frode fiscale. Il contrasto riguardava l'imputazione per emissione e successivo utilizzo di fatture false. Il primo giudice sosteneva la mancanza di connessione tra le condotte, poiché compiute da soggetti distinti. Di conseguenza rifiutava la competenza sul reato di dichiarazione fraudolenta. Il secondo giudice adito ha sollevato conflitto davanti alla Suprema Corte. La Corte di Cassazione ha chiarito le regole sulla competenza per territorio reati tributari. I giudici di legittimità hanno stabilito che la connessione teleologica sussiste anche senza l'identità degli autori. Trattandosi di illeciti di pari gravità, la competenza appartiene al giudice del luogo in cui è stato commesso il primo reato, individuato nel luogo dell'accertamento. La Cassazione ha assegnato in via definitiva il processo al primo giudice procedente.
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Reato continuato in fase esecutiva: confini e unione pene
Un condannato per associazione mafiosa ed estorsioni ha chiesto il riconoscimento del reato continuato in fase esecutiva per unificare diverse condanne definitive. La Corte di Appello ha accolto l'istanza per i delitti commessi in un comune, ma l'ha respinta per un'estorsione avvenuta in una città limitrofa, ritenendo non provata la preventiva programmazione del crimine al momento dell'ingresso nel clan. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza impugnata. I giudici di merito hanno ignorato le prove documentali prodotte dalla difesa che dimostravano come l'influenza territoriale dell'organizzazione criminale includesse sin dall'origine anche la seconda area. Il giudice dell'esecuzione deve verificare l'effettivo piano unitario senza automatismi e riesaminare tutti gli atti.
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Competenza per territorio e reati connessi: decide la Cassazione
La Corte di Cassazione ha risolto un conflitto negativo determinando la competenza per territorio in favore del Tribunale di Ancona per un procedimento relativo a un'associazione a delinquere finalizzata a reati di bancarotta e riciclaggio. La Corte ha chiarito che, in presenza di reati connessi per finalità, la competenza per territorio si determina in base al reato-fine più risalente nel tempo, indipendentemente dalla coincidenza degli autori dei reati. Inoltre, per il reato di riciclaggio la competenza si incardina nel luogo in cui sono giunte le somme illecite sul conto corrente. Di conseguenza, gli atti processuali sono stati definitivamente trasmessi al tribunale marchigiano di Ancona.
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Traffico di stupefacenti dal carcere: confermata la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di traffico di stupefacenti a carico di un uomo che gestiva lo spaccio persino dal carcere. L'imputato sosteneva di aver svolto solo un ruolo marginale e legato da rapporti familiari con la compagna, chiedendo la riqualificazione in semplice concorso o in un'ipotesi di minore gravità. I giudici hanno chiarito che le direttive impartite dal carcere tramite cellulare dimostrano la stabile partecipazione all'organizzazione. La riqualificazione dei singoli episodi di spaccio come fatti di lieve entità per il singolo non riduce automaticamente la gravità dell'intera rete criminale. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la pena e condannando il ricorrente al pagamento delle spese.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio
Il Tribunale confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'accusa si basava sulla gestione di un punto di spaccio locale e sulla vendita di sostanze tramite ordini ricevuti su Telegram. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici supremi hanno chiarito che due singole cessioni di droga e il contatto informatico con una chat anonima non bastano a dimostrare l'adesione consapevole al gruppo criminale. Per configurare il reato associativo occorre la prova concreta dell'accordo organico e della volontà di contribuire alla struttura.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: cade l’accusa
Un uomo viene condannato per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti a causa di alcune cessioni di droga e dei contatti con due acquirenti. La Corte di Cassazione ribalta la decisione. I giudici chiariscono che vendere droga a un gruppo criminale non dimostra automaticamente la partecipazione alla struttura associativa. Occorre la prova di un accordo stabile e della consapevolezza di contribuire al programma dell'organizzazione. Semplici forniture isolate costituiscono al massimo singoli reati di spaccio, non il reato associativo. Per questa ragione, la Cassazione annulla la condanna senza rinvio, prosciogliendo l'imputato per non aver commesso il fatto.
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