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Reato Di Ricettazione — Anno 2022

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245 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Reato Di Ricettazione

Provvedimenti

Reato di ricettazione: la scusa della discarica non salva
L'Imputato stato trovato in possesso di oggetti rubati in un'abitazione la notte precedente. Davanti ai giudici, l'uomo si giustificato sostenendo di aver trovato la merce in una discarica pubblica. I giudici di merito hanno riqualificato il fatto da furto a reato di ricettazione, ritenendo la sua versione del tutto inverosimile. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Secondo la Suprema Corte, fornire una spiegazione assurda e palesemente falsa sulla provenienza degli oggetti equivale a non fornire alcuna giustificazione. Questo comportamento dimostra la piena consapevolezza della provenienza illecita dei beni. L'Imputato stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: pagare con assegno rubato costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il Reato di ricettazione a carico di un soggetto che aveva utilizzato un assegno bancario rubato per pagare una fornitura di bevande. L'Imputato sosteneva di non aver partecipato al furto e di aver agito solo con negligenza, chiedendo la riqualificazione del fatto in incauto acquisto. I giudici hanno respinto la tesi difensiva, chiarendo che il Reato di ricettazione presuppone proprio la non partecipazione al furto iniziale. Inoltre, l'uso del titolo per acquistare merce dimostra il dolo specifico di conseguire un profitto, a nulla rilevando che l'assegno non sia stato poi incassato dal commerciante. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Reato di ricettazione: tra presenza passiva e condanna reale.
L'Imputato è stato condannato per truffa e per il reato di ricettazione per aver acquistato un ponteggio pagando con due assegni rubati. La difesa ha sostenuto la tesi della semplice presenza passiva (connivenza) e la mancanza di prove sulla consapevolezza della provenienza illecita dei titoli. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la responsabilità dell'Imputato a titolo di concorso, evidenziando il suo ruolo attivo nelle trattative e nei successivi contatti per rassicurare le vittime. Inoltre, la Corte ha chiarito che, per il reato di ricettazione, la prova della malafede si ricava anche dalla mancata o non attendibile spiegazione sulla provenienza dei beni ricevuti. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: il silenzio non salva chi ha la refurtiva
Un uomo, fermato alla guida di un furgone contenente una moto rubata, priva di targa e con il bloccasterzo forzato, è stato condannato per il reato di ricettazione. La difesa ha sostenuto che il silenzio dell'imputato non potesse dimostrare la consapevolezza dell'origine illecita del mezzo, chiedendo di riqualificare il fatto come incauto acquisto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che chi viene trovato in possesso di refurtiva, senza fornire una spiegazione attendibile sulla sua provenienza, risponde del reato di ricettazione. Gli elementi oggettivi, come i segni di scasso e l'assenza di documenti, superano il semplice silenzio difensivo, confermando la piena responsabilità penale del soggetto.
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Reato di ricettazione: usare una moto rubata costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di ricettazione a carico di un soggetto sorpreso alla guida di un ciclomotore rubato. L'imputato sosteneva di essere un semplice utilizzatore occasionale e che i documenti fossero in possesso di un'altra persona. I giudici hanno chiarito che, per configurare il reato di ricettazione, la libera disponibilità del bene rubato è sufficiente. Spetta all'imputato fornire una spiegazione attendibile sulla provenienza lecita del mezzo. Non avendo fornito alcuna giustificazione credibile, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di ricettazione: il silenzio sulla provenienza costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di ricettazione nei confronti di un soggetto trovato in possesso di un bene di provenienza illecita. L'imputato non ha fornito alcuna spiegazione plausibile sull'origine della cosa. I giudici hanno ribadito che la disponibilità di un oggetto rubato, unita all'assenza di giustificazioni credibili, costituisce prova della responsabilità penale. Inoltre, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i motivi di ricorso relativi alla determinazione della pena, ricordando che la graduazione della sanzione rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di ricettazione: condannati per un oggetto smarrito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due soggetti condannati per il reato di ricettazione in concorso. I ricorrenti erano stati trovati in possesso di un bene smarrito che conservava intatti i segni del legittimo proprietario. La Suprema Corte ha chiarito che l'impossessamento di un oggetto smarrito con chiari segni di proprietà altrui configura il reato di furto; la successiva circolazione e il possesso ingiustificato del bene da parte di terzi integrano gli estremi del reato di ricettazione. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: condanna confermata senza attenuanti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di ricettazione. L'imputato chiedeva di riqualificare il fatto come furto e di ottenere le circostanze attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non pu rivalutare le prove, gi solidamente esaminate tramite i filmati delle telecamere di sorveglianza. Inoltre, la concessione delle attenuanti generiche richiede la presenza di elementi positivi e non la semplice assenza di fattori negativi. Di conseguenza, la condanna stata confermata e il ricorrente stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: le chiavi del mezzo rubato lo condannano
Un uomo è stato condannato per il reato di ricettazione, falso e porto abusivo di coltello, dopo essere stato trovato in possesso di un ciclomotore rubato, di una targa di provenienza furtiva e di documenti falsi. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che le notifiche fossero nulle e che i beni appartenessero alla convivente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che l'elezione di domicilio presso il difensore era valida. Inoltre, la Corte ha stabilito che la mera ripetizione dei motivi d'appello rende il ricorso generico, confermando la responsabilità dell'uomo, che possedeva le chiavi del mezzo e aveva fornito false generalità alle forze dell'ordine.
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Reato di ricettazione: il valore dell’auto non salva il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di ricettazione di un'autovettura. L'imputato contestava il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità, basandosi sul valore del veicolo. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi del ricorso erano del tutto generici e ripetitivi rispetto a quanto già ampiamente discusso e respinto nei precedenti gradi di giudizio. La Suprema Corte ha confermato che la valutazione del valore del bene operata dai giudici di merito era logica e insindacabile. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Reato di ricettazione: foto e auto smentiscono la difesa
L'Imputata è stata condannata per il reato di ricettazione. La condanna si basava sul riconoscimento fotografico effettuato da alcuni commercianti e sull'utilizzo della sua auto per raggiungere i negozi. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione e chiedendo una rivalutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare i fatti o fornire una diversa lettura delle prove se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e l'Imputata è stata condannata a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: l’assegno rubato senza scuse costa caro
Un uomo è stato condannato per il reato di ricettazione dopo essere stato trovato in possesso di un assegno di provenienza furtiva senza fornire alcuna spiegazione attendibile sulla sua origine. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata concessione dell'attenuante della particolare tenuità e la conseguente mancata prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che chiunque venga trovato in possesso di refurtiva, senza giustificarne la provenienza, risponde del reato di ricettazione. Inoltre, l'attenuante della particolare tenuità non spetta in presenza di precedenti penali e di un valore economico non minimale del bene. Infine, tale attenuante non influisce sul calcolo dei tempi di prescrizione, che rimangono legati alla pena base del reato principale.
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Reato di ricettazione: il silenzio costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di ricettazione. L'imputato era stato trovato in possesso di scarpe e altri beni di provenienza furtiva, senza fornire alcuna giustificazione plausibile sulla loro origine. La difesa sosteneva che il tempo trascorso dal furto escludesse la responsabilità, ma i giudici hanno ribadito che la mancata giustificazione del possesso di cose rubate configura il reato di ricettazione. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che non è possibile proporre in sede di legittimità le stesse contestazioni di fatto già respinte nei precedenti gradi di giudizio. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Reato di ricettazione: la Cassazione nega l’incauto acquisto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di ricettazione. L'uomo aveva acquistato un motore di provenienza illecita e chiedeva la riqualificazione del fatto in incauto acquisto, oltre alla concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno stabilito che la difesa non ha contestato in modo specifico le decisioni precedenti e non ha fornito informazioni sulla provenienza del motore. Questo silenzio ha impedito di verificare la diligenza dell'acquirente, elemento necessario per derubricare il reato. Di conseguenza, la condanna stata confermata e il ricorrente stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: buona fede esclusa dai documenti altrui
L'Imputata è stata condannata per il reato di ricettazione poiché trovata in possesso di una vettura e dei relativi documenti intestati a un'altra persona. L'Imputata ha proposto ricorso per Cassazione sostenendo l'acquisto in buona fede e richiedendo la concessione delle circostanze attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i motivi di ricorso non possono limitarsi a ripetere le difese già respinte nei precedenti gradi di giudizio, né possono richiedere una nuova valutazione dei fatti. Nel caso specifico, il possesso di documenti intestati a terzi esclude la buona fede dell'acquirente. L'Imputata perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di ricettazione: condanna definitiva per ricorso inutile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di ricettazione. L'imputato era stato ritenuto responsabile per la ricezione di beni asportati da un appartamento devastato. Nel ricorso, la difesa contestava la ricostruzione dei fatti e l'aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in Cassazione, né riproporre gli stessi motivi già respinti in appello. La Suprema Corte ha confermato la condanna, evidenziando che il danno economico era stato correttamente calcolato includendo il valore dei beni, le spese di manodopera e il mancato utilizzo dell'immobile. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: le chiavi del furgone costano la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di ricettazione. L'imputato era stato sorpreso in possesso delle chiavi di un furgone contenente merce rubata, tra cui elettroutensili di marca. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e la mancata concessione dell'attenuante della lieve entità. I giudici di legittimità hanno stabilito che il ricorso si limitava a riproporre le stesse difese già respinte nei precedenti gradi di giudizio, chiedendo un inammissibile riesame delle prove. Inoltre, il valore e la tipologia dei beni escludevano la particolare tenuità del fatto. L'imputato perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: incastrato dall’uso della propria SIM
L'Imputato è stato condannato per il reato di ricettazione per aver inserito la propria scheda SIM in un telefono cellulare rubato il giorno precedente e averlo successivamente venduto a un terzo per cinquanta euro. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la condotta dovesse essere qualificata come furto e non come ricettazione, e contestando l'utilizzo di alcune dichiarazioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il tempo trascorso tra il furto e l'uso del telefono, unito alla scarsa credibilità delle giustificazioni fornite, conferma la corretta qualificazione del reato di ricettazione. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: quando il silenzio costa la condanna
L'Imputato è stato condannato per il reato di ricettazione per aver posseduto un bene di provenienza illecita senza fornire una spiegazione attendibile sulla sua origine. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto in incauto acquisto e l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la consapevolezza della provenienza illecita può essere desunta dalla mancata o inattendibile giustificazione del possesso. Inoltre, il reato di ricettazione è configurabile anche a titolo di dolo eventuale, quando l'agente accetta il rischio della provenienza delittuosa del bene. Di conseguenza, l'Imputato perde definitivamente la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: comprare gioielli a casa costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un commerciante condannato per il reato di ricettazione. L'uomo aveva ricevuto a casa propria, di domenica, numerosi gioielli di provenienza furtiva, senza rilasciare ricevute né registrare le transazioni. La difesa contestava la mancanza di dolo e la mancata audizione di un testimone. I giudici hanno confermato la condanna, rilevando che le modalità insolite della transazione dimostrano la piena consapevolezza dell'origine illecita dei beni. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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