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Rapina Impropria

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771 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Rapina impropria consumata: violenza post furto e condanna
L'Imputato ha sottratto della merce all'interno di un esercizio ed ha esercitato violenza subito dopo l'impossessamento per assicurarsi il bene. La Corte di Appello ha qualificato il fatto come rapina impropria consumata. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di dequalificare il fatto in tentativo e contestando il bilanciamento tra circostanze attenuanti e aggravanti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. La violenza avvenuta dopo l'impossessamento integra il reato consumato e non tentato. Inoltre, la valutazione sulle circostanze appartiene alla discrezionalità del giudice di merito se ben motivata. L'Imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Credito preteso e violenza: confermata la rapina impropria
L'Imputato pretendeva la consegna di merce dalla Persona Offesa per soddisfare un presunto credito preesistente. L'Imputato ha impiegato la forza fisica per impossessarsi dei beni. I giudici hanno qualificato l'azione violenta come rapina impropria e non come semplice esercizio arbitrario delle proprie ragioni. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la sussistenza di un credito e la mancanza del dolo. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile perché la difesa ha reiterato in modo pedissequo le argomentazioni d'appello senza svolgere critiche specifiche alla sentenza. La condotta integra pienamente il reato di rapina impropria. La Corte ha condannato L'Imputato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende. La richiesta di rimborso spese della parte civile è stata respinta perché la memoria difensiva è stata depositata oltre il termine di legge.
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Rapina impropria e finzione dello scherzo: condanna confermata
L'Imputato è stato condannato per i reati di rapina impropria e lesioni personali aggravate ai danni della Vittima. Dopo il rigetto della richiesta di abbreviato condizionato, la difesa ha scelto il rito abbreviato semplice. In appello, la difesa ha chiesto di ascoltare la Vittima su alcuni messaggi inviati dopo la denuncia per dimostrare che il fatto era un semplice scherzo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato. I giudici hanno chiarito che la scelta del rito abbreviato semplice preclude il diritto a nuove prove in appello, salvo casi di assoluta necessità. La tesi dello scherzo è stata smentita dalla mancata restituzione degli occhiali sottratti. La Suprema Corte ha inoltre confermato il giudizio di equivalenza tra attenuanti e aggravanti a causa dei precedenti penali dell'Imputato.
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Rapina impropria e complice fuggito: cade l’aggravante
L'Imputato si è introdotto di notte in un esercizio commerciale insieme a un complice per compiere un furto. Sorpreso dall'arrivo della persona offesa mentre il complice era già fuggito, L'Imputato ha impugnato una mazza da baseball per minacciare la vittima e garantirsi la fuga. La Corte di Cassazione ha confermato il reato di rapina impropria e ha negato l'attenuante della lieve entità a causa delle modalità violente dell'azione. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso sull'aggravante delle più persone riunite. Siccome il complice si era già allontanato al momento delle minacce, mancava la compresenza fisica dei correi sul luogo del fatto. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente a questa aggravante con rinvio ad altra sezione per la rideterminazione della pena.
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Rapina impropria in privata dimora: condanna anche se fuori
L'Imputato si è introdotto in un'abitazione per compiere un furto e ha successivamente aggredito la vittima all'esterno dell'immobile per garantirsi la fuga, provocando lesioni guaribili in sette giorni. Contestata la rapina impropria in privata dimora, la difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'inapplicabilità dell'aggravante a causa del luogo esterno dell'aggressione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità. I giudici hanno chiarito che l'aggravante tutela la riservatezza del domicilio e si applica anche se la violenza avviene all'esterno della casa, purché l'impossessamento sia iniziato all'interno. La condanna è divenuta definitiva con addebito delle spese e versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concorso in rapina impropria: reato anche senza usare l’arma
L'Imputata è stata condannata per concorso in rapina impropria dopo che il suo complice ha minacciato con un coltello l'addetto alla sicurezza di un supermercato per fuggire con la merce nascosta nella borsa della donna. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata udienza pubblica e chiedendo di riqualificare il fatto come semplice furto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, evidenziando che la richiesta di trattazione orale era tardiva rispetto ai termini di legge. Inoltre, i giudici hanno confermato la responsabilità per concorso in rapina impropria, poiché L'Imputata era consapevole del rischio che il complice potesse usare armi o minacce per garantire la fuga e tenere la refurtiva.
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Rapina impropria: la Cassazione rigetta il ricorso sul dolo
L'Imputato propone ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per il reato di rapina impropria. La difesa lamenta il difetto di motivazione riguardo alla sussistenza del dolo specifico. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici rilevano che le contestazioni riguardano meri aspetti di fatto già ampiamente analizzati e respinti nei precedenti gradi di giudizio. La sentenza d'appello ha accertato con motivazione congrua tutti gli elementi del reato, evidenziando un'intenzionalità di particolare intensità. L'Imputato subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina impropria: illegittima l’interdizione senza i tre anni
Un uomo, insieme a dei complici, ha sottratto una borsa da un autobus di linea e ha spintonato l'autista per fuggire in auto con la targa coperta, ferendolo al braccio. La Corte d'Appello lo ha condannato per lesioni e rapina impropria, applicando la continuazione tra i reati e la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale irrevocabile per i reati contestati. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno annullato la sentenza in merito all'aumento di pena per la continuazione, ritenendolo insufficientemente motivato, e hanno eliminato definitivamente l'interdizione dai pubblici uffici. La pena edittale del reato principale risultava infatti inferiore ai tre anni di reclusione prescritti dalla legge per l'applicazione della misura accessoria.
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Da semplice furto a rapina impropria: la Cassazione conferma
Un uomo ha sottratto beni all'interno di un esercizio commerciale senza pagare. Subito dopo ha usato violenza per fuggire e assicurarsi l'impunità. I giudici di merito hanno qualificato il fatto come rapina impropria consumata. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione per chiedere di derubricare il reato in furto aggravato o tentata rapina, e per ottenere uno sconto di pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la rapina impropria si consuma con la semplice sottrazione del bene seguita dalla violenza, anche se la refurtiva non viene trattenuta. Inoltre, la gravità della violenza usata impedisce la concessione di attenuanti. L'imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rapina impropria: la fuga con merce caduta non evita la condanna
L'Imputato, dopo aver sottratto della merce all'interno di un supermercato, ha aggredito l'addetto alla sorveglianza per guadagnare la fuga. Nonostante abbia fatto cadere la refurtiva all'esterno del negozio, la condotta violenta e le lesioni arrecate alla vittima hanno portato alla condanna per rapina impropria consumata e lesioni personali aggravate. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la qualificazione del reato e il mancato riconoscimento della lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'abbandono accidentale della merce non annulla il nesso tra la violenza e la volontà di assicurarsi l'impunità. Inoltre, le gravi lesioni causate escludono la lieve entità dell'atto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso per rapina inammissibile: confermata la sanzione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per rapina presentato da un cittadino contro la sentenza della Corte di Appello. L'imputato contestava la qualificazione giuridica del reato e richiedeva il riconoscimento della lieve entità del fatto. La Suprema Corte ha giudicato il primo motivo manifestamente infondato, poiché contrario alla norma e alla giurisprudenza consolidata. Il secondo motivo è stato ritenuto generico, in quanto privo di indicazioni concrete di fatto e di diritto a sostegno delle doglianze. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la decisione precedente, condannando il ricorrente al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Rapina impropria: basta la sottrazione, ricorso respinto
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la condanna per il reato di rapina impropria, sostenendo di non aver mai ottenuto il pieno possesso della merce a causa del costante controllo della vigilanza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che per la consumazione del reato di rapina impropria non occorre che il reo acquisisca un'autonoma disponibilità del bene, essendo sufficiente il solo compimento della sottrazione materiale. La presenza del personale di sicurezza può al massimo impedire la successiva gestione del bene, ma non esclude la gravità del fatto penale ormai consumato. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Rapina impropria consumata: oltre le casse scatta la condanna
L'imputata ha prelevato dei beni dagli scaffali di un esercizio commerciale per un valore di circa 147 euro. Ha superato la barriera delle casse ed è stata fermata dai vigilanti in prossimità dell'uscita. Per scappare, ha spintonato la guardia e il direttore. La difesa ha sostenuto che il fatto costituisse solo un tentativo, in quanto la sorveglianza continuativa non le aveva permesso di acquisire l'autonomo possesso della merce. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che la rapina impropria si considera consumata con la semplice sottrazione della merce. L'intervento della vigilanza impedisce l'impossessamento definitivo, ma non cancella la sottrazione già avvenuta. L'uso della violenza per guadagnare la fuga perfeziona il reato consumato. La condanna resta confermata.
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Rapina impropria: la fuga violenta in auto trasforma il furto
Una donna sottrae merce da un supermercato e sale in auto per fuggire. Un agente di polizia fuori servizio tenta di fermarla infilando il braccio nel finestrino. La donna accelera bruscamente, trascinando l'agente per garantirsi la fuga con i beni sottratti. Il Tribunale applica la misura cautelare dell'obbligo di firma alla polizia per il reato di rapina impropria. La donna ricorre in Cassazione sostenendo che si tratti di semplice furto, poiché la violenza è avvenuta dopo l'impossessamento della merce. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la rapina impropria sussiste anche se la violenza avviene a breve distanza temporale e spaziale dal furto, purché vi sia un'unica azione diretta a mantenere il possesso della merce o a procurarsi l'impunità. La misura cautelare viene confermata integralmente.
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Rapina impropria: fuga con violenza e condanna confermata
L'Imputato ha sottratto della merce e subito dopo ha commesso atti di violenza per assicurarsi l'impunità, integrando il reato di Rapina impropria. La Corte d'Appello ha confermato la condanna, negando le attenuanti generiche e la sostituzione della pena a causa dei precedenti e dell'assenza di pentimento. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, la mancata concessione delle attenuanti e il diniego delle pene alternative. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: le contestazioni riproponevano argomenti già respinti in appello e la motivazione sui precedenti del reo era solida. L'Imputato perde la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rapina impropria aggravata: niente sconti per l’aggressione
Una donna viene condannata per i reati di lesioni e rapina impropria aggravata ai danni di un anziano di oltre ottant'anni, spinto e fatto cadere a terra per sottrargli del denaro. La difesa ricorre in Cassazione chiedendo di riascoltare la vittima che aveva rinvigorito i rapporti e rimesso la querela, contestando inoltre la recidiva e il mancato riconoscimento dell'attenuante della lieve entità. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici spiegano che la remissione della querela è irrilevante nei reati procedibili d'ufficio e che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito. La violenza fisica contro una persona ultraottantenne e il danno economico escludono ogni ipotesi di lieve entità.
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Dal gioco di strada alla rapina impropria: condanna definitiva
Un cittadino si è avvicinato a due soggetti per partecipare al gioco delle tre campanelle. Dopo aver estratto cento euro dal portafoglio, la vittima è stata spogliata del denaro. Gli aggressori l'hanno accerchiata e strattonata per impedirle di recuperare la somma. I giudici di merito hanno qualificato l'episodio come rapina impropria, ritenendo del tutto attendibile la testimonianza della persona offesa. Gli imputati hanno proposto ricorso lamentando difetti di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando che la violenza usata per mantenere il possesso del denaro configura il reato contestato e condannando ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina impropria: condanna confermata se il ricorso è generico
L'Imputato è stato condannato in sede di merito per il reato di rapina impropria commesso con violenza ed uso di armi. Contro la sentenza di condanna, la difesa ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione lamentando un presunto difetto di motivazione sulla responsabilità e sul calcolo della pena. L'atto di ricorso presentava tuttavia sole affermazioni generiche ed astratte, senza un effettivo confronto con le prove testimoniali e documentali valorizzate dai giudici d'appello. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di specificità dei motivi, confermando la condanna e sanzionando l'Imputato con il pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende.
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Rapina impropria e furto con strappo: la condanna in Cassazione
L'Imputato ha strappato una collanina d'oro dal collo della Vittima, per poi schiaffeggiarla e minacciarla per garantirsi la fuga. La difesa ha sostenuto che la condotta costituisse furto con strappo e non rapina, chiedendo l'applicazione delle attenuanti e di pene sostitutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, chiarificando il confine tra Rapina impropria e furto con strappo: quando lo strappo coinvolge direttamente la persona con violenza o minacce contestuali per vincerne la resistenza o assicurarsi l'impunità, si configura la rapina. Inoltre, i giudici hanno escluso l'attenuante della lieve entità a causa delle modalità intimidatorie dell'azione e hanno confermato il diniego delle sanzioni sostitutive per via dei precedenti penali dell'autore. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina impropria consumata: sottrarre basta senza possesso
I Giudici della Corte di Cassazione hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato da due imputati accusati del reato di rapina impropria consumata. Gli imputati lamentavano la mancata traduzione degli atti nella propria lingua madre, l'errata qualificazione del fatto come reato consumato anziché tentato, il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e un'eccessiva severità nella determinazione della pena. La Suprema Corte ha chiarito che per configurare la rapina impropria consumata è sufficiente la semplice sottrazione del bene e non serve il definitivo impossessamento. Inoltre, l'assenza di pentimento e la presenza di precedenti penali precludono la concessione delle attenuanti. I ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese e al versamento di tremila euro ciascuno.
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