Durante un controllo della Polizia di Stato, un cittadino ha fornito generalità false, poi registrate su un modulo. Solo venti minuti dopo, di fronte alla prospettiva di essere condotto in Questura, ha rivelato la sua vera identità. Condannato nei primi due gradi di giudizio, l'imputato ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza del reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale, respingendo le tesi difensive sulla prescrizione e sulla riqualificazione del fatto. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso limitatamente alla mancata valutazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, annullando la sentenza con rinvio alla Corte d'appello per un nuovo esame su questo specifico punto.
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