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Prescrizione — Anno 2023

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3091 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Prescrizione

Provvedimenti

Regolarizzazione contributiva: il Comune perde contro l’INPS
Un'amministrazione pubblica ha simulato contratti di lavoro autonomo con quattro dipendenti, successivamente riconosciuti come subordinati dal TAR. L'ente previdenziale ha quindi richiesto la regolarizzazione contributiva ottenendo un decreto ingiuntivo basato sulle sentenze amministrative. L'amministrazione ha contestato il provvedimento eccependo la prescrizione dei crediti e l'inopponibilità del giudicato all'ente previdenziale, rimasto estraneo al primo giudizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione. I giudici hanno chiarito che le sentenze del TAR, pur non costituendo giudicato diretto per l'ente previdenziale, rappresentano una valida prova scritta per emettere il decreto ingiuntivo. Inoltre, l'eccezione di prescrizione è stata respinta poiché l'amministrazione aveva precedentemente interrotto i termini richiedendo la rateizzazione del debito.
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Accertamento tecnico preventivo: stop alla prescrizione dei vizi
L'Acquirente di due appartamenti ha riscontrato gravi difetti di costruzione e ha avviato un accertamento tecnico preventivo contro l'Azienda Costruttrice. Successivamente, ha promosso l'azione di risarcimento danni ex art. 1669 c.c. La Corte d'Appello ha ritenuto il diritto prescritto, calcolando il termine di un anno dal deposito del ricorso per l'accertamento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Acquirente, stabilendo che l'accertamento tecnico preventivo interrompe la prescrizione per tutta la durata del procedimento. Il termine annuale ricomincia a decorrere solo dal deposito della relazione del consulente tecnico d'ufficio, rendendo tempestiva l'azione risarcitoria intrapresa.
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Bancarotta fraudolenta: condanna confermata ma pena ridotta
Due amministratori di una società fallita sono stati condannati per diversi reati societari, tra cui la bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. Gli imputati avevano ceduto formalmente le quote a un prestanome, continuando però a gestire l'azienda come amministratori di fatto e nascondendo le scritture contabili per occultare la distrazione dei beni. La Corte di Cassazione ha confermato la loro responsabilità per la bancarotta fraudolenta, respingendo le contestazioni sulla violazione del diritto di difesa. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso limitatamente al reato di bancarotta semplice per aggravamento del dissesto, dichiarandolo estinto per prescrizione poiché il termine di sette anni e sei mesi era decorso prima della sentenza d'appello. La causa è stata quindi rinviata alla Corte d'appello per rideterminare la pena.
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Minaccia grave: la condanna resta anche se il reato si prescrive
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di minaccia grave, consistente nell'aver minacciato di morte una donna. La difesa aveva richiesto un rinvio per verificare la remissione di querela da parte degli eredi della vittima (nel frattempo deceduta) e aveva eccepito la prescrizione del reato e vizi procedurali legati alla mancata notifica telematica delle conclusioni del Pubblico Ministero. I giudici hanno respinto tutte le richieste: la notifica telematica era avvenuta regolarmente, la valutazione sull'attendibilità della vittima spettava ai giudici di merito e la prescrizione, maturata dopo la sentenza d'appello, non rileva a causa dell'inammissibilità del ricorso. L'uomo è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Omissione contributiva: l’INPS non paga per gli errori del datore
Un lavoratore ha chiesto all'INPS di accreditare sulla sua posizione i contributi previdenziali non versati dal datore di lavoro per un periodo di circa venti mesi, accertato come lavoro subordinato. L'INPS ha rifiutato l'accredito diretto perché i contributi erano ormai prescritti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'INPS, stabilendo che la legge non consente al lavoratore di costringere l'ente previdenziale a regolarizzare direttamente la sua posizione in caso di omissione contributiva. Il lavoratore non può pretendere l'accredito d'ufficio, ma può solo chiedere il risarcimento del danno al datore di lavoro o attivare la rendita vitalizia per salvare la pensione.
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Conguagli per partite pregresse: gestore idrico battuto in Cassazione
Un gestore del servizio idrico ha richiesto agli eredi di un'utente il pagamento di somme a titolo di conguagli per partite pregresse. Gli utenti hanno contestato la richiesta davanti al Giudice Ordinario. Il gestore ha impugnato la decisione sostenendo la giurisdizione del giudice amministrativo e la legittimità delle tariffe retroattive deliberate dalle autorità di settore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del gestore. I giudici hanno chiarito che la controversia spetta al giudice ordinario poiché riguarda un rapporto contrattuale privatistico. Inoltre, la Corte ha stabilito che l'applicazione di conguagli per partite pregresse è illegittima nei contratti di somministrazione periodica, in quanto il prezzo deve essere proporzionato ai consumi effettivi del periodo di riferimento e non può essere modificato retroattivamente senza il consenso dell'utente.
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Gestione Separata INPS: contributi dovuti ma sanzioni annullate
Una professionista ha impugnato la richiesta dell'INPS di pagamento dei contributi per l'anno 2009 alla Gestione Separata INPS e delle relative sanzioni civili per evasione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso sulla debenza dei contributi, confermando che il termine di pagamento era stato legittimamente prorogato e quindi il credito non era prescritto. Tuttavia, accogliendo il secondo motivo di ricorso alla luce della storica sentenza della Corte Costituzionale n. 104/2022, la Suprema Corte ha annullato le sanzioni civili. I giudici hanno stabilito che per i professionisti non iscritti alla cassa professionale per mancato raggiungimento delle soglie di reddito, l'obbligo di iscrizione alla Gestione Separata INPS non comporta l'applicazione di sanzioni per i periodi precedenti al 2011, a causa dell'incertezza normativa dell'epoca. Di conseguenza, la professionista deve pagare i contributi ma non le sanzioni.
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Iscrizione gestione separata avvocati: contributi sì, sanzioni no
Una Libera Professionista ha contestato la richiesta dell'INPS di pagare i contributi previdenziali e le relative sanzioni per l'anno 2009. La Corte d'Appello aveva confermato l'obbligo di iscrizione gestione separata avvocati, ma aveva ridotto le sanzioni qualificando la condotta come semplice omissione e non come evasione. La Corte di Cassazione, applicando una recente sentenza della Corte Costituzionale, ha stabilito che per gli avvocati non iscritti alla Cassa Forense prima del 2011 non sono dovute sanzioni civili per l'omessa iscrizione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso della professionista, confermando l'obbligo di versare i contributi ma annullando interamente le sanzioni civili richieste dall'ente previdenziale.
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Iscrizione gestione separata: l’INPS non vince solo col reddito
Un avvocato contesta la richiesta dell'INPS di pagamento dei contributi previdenziali per l'anno 2009. La Corte d'Appello aveva ritenuto legittima la pretesa dell'ente, considerando l'attività professionale abituale solo perché il reddito prodotto era l'unico percepito dal professionista. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del lavoratore autonomo, chiarendo che l'iscrizione gestione separata richiede una reale abitualità dell'attività. Tale requisito va valutato dal giudice di merito con un'analisi globale dei fatti (come l'apertura della partita IVA o l'organizzazione dello studio) e non basandosi esclusivamente sull'ammontare del reddito o sulla sua unicità. La sentenza viene quindi cassata con rinvio per una nuova valutazione.
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Iscrizione alla Gestione separata: l’avvocato perde contro l’INPS
Un avvocato ha contestato la richiesta dell'INPS di pagamento dei contributi previdenziali per l'anno 2010, eccependo la prescrizione del credito e contestando l'obbligo di iscrizione alla Gestione separata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista. I giudici hanno chiarito che l'Iscrizione alla Gestione separata è obbligatoria per tutti i professionisti che non versano alla propria cassa previdenziale contributi utili a creare una pensione. Inoltre, la prescrizione dei contributi decorre solo dalla scadenza effettiva del termine di pagamento, che può essere prorogato da decreti governativi, spostando in avanti il tempo utile per l'INPS per richiedere le somme. Infine, la mancata riproposizione in appello della questione sulle sanzioni ha creato un giudicato definitivo, impedendo l'applicazione di successive sentenze favorevoli della Corte Costituzionale.
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Decadenza rimborso IRAP: il Fisco vince sul professionista
Un professionista ha chiesto la restituzione dell'IRAP versata per gli anni 2012 e 2013, ritenendo di non avere un'autonoma organizzazione. L'Amministrazione Finanziaria ha rifiutato il rimborso perché la richiesta è stata presentata oltre il termine di quarantotto mesi dai versamenti in acconto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando che la decadenza rimborso IRAP si compie rigorosamente dopo quarantotto mesi dal giorno del pagamento. I giudici hanno chiarito che questo termine non può essere sostituito dalla prescrizione ordinaria di dieci anni, né può essere interrotto da un presunto riconoscimento del debito da parte del Fisco, trattandosi di diritti indisponibili dello Stato. Il professionista perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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Prescrizione dei contributi previdenziali: la proroga salva l’INPS
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'INPS contro la decisione che dichiarava prescritti i contributi di un avvocato iscritto alla Gestione separata per l'anno 2009. La Corte d'appello aveva ritenuto maturata la prescrizione dei contributi previdenziali, calcolando il termine dal 16 giugno 2010 al 1° luglio 2015. Tuttavia, la Cassazione ha chiarito che un decreto ministeriale aveva prorogato la scadenza del versamento al 6 luglio 2010. Di conseguenza, la richiesta di pagamento dell'INPS, notificata il 1° luglio 2015, è avvenuta prima del compimento dei cinque anni, interrompendo validamente il termine. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Prescrizione del reato presupposto: azienda condannata
Un'azienda di demolizioni è stata condannata per responsabilità amministrativa a causa dell'attività non autorizzata di recupero e messa in riserva di rifiuti speciali compiuta dai suoi amministratori. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato presupposto, che avrebbe dovuto far decadere l'azione legale contro l'ente. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che l'attività di messa in riserva di rifiuti non autorizzata costituisce un reato permanente. La consumazione dell'illecito si protrae infatti fino alla cessazione dell'attività abusiva o all'ottenimento dell'autorizzazione. Di conseguenza, poiché la condotta era ancora in corso al momento del controllo, il termine di prescrizione non era decorso, confermando la piena validità della contestazione e la condanna della società.
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Ricorso per cassazione del pubblico ministero: vince l’assolto
Alcuni operatori ecologici venivano assolti dall'accusa di gestione illecita di rifiuti poiché il trasferimento dei materiali tra automezzi era stato qualificato come mero trasbordo non soggetto ad autorizzazione, anziché come stoccaggio abusivo. Il Procuratore della Repubblica proponeva ricorso per cassazione del pubblico ministero, sostenendo che il giudice avrebbe dovuto dichiarare la prescrizione del reato invece di assolvere nel merito gli imputati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di interesse. La Suprema Corte ha chiarito che l'organo dell'accusa non può impugnare una sentenza favorevole agli imputati al solo fine di ottenere una pronuncia di estinzione del reato per prescrizione, in assenza di un interesse concreto e attuale. Di conseguenza, l'assoluzione degli imputati è diventata definitiva.
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Discarica abusiva: sequestro annullato se il reato è prescritto
La Corte di Cassazione ha annullato il sequestro preventivo di un'area inquinata acquistata da una società immobiliare dopo il fallimento della precedente proprietà. Il Tribunale del riesame aveva confermato il blocco del sito ipotizzando il reato di discarica abusiva, ritenendo che la mancata bonifica da parte del nuovo proprietario prolungasse la permanenza del reato. La Suprema Corte ha chiarito che il semplice acquisto di un terreno già contaminato non rende automaticamente il nuovo proprietario responsabile del reato, a meno che non si dimostri una sua partecipazione attiva agli sversamenti o un suo ruolo specifico nella gestione post-operativa del sito. Poiché il reato originario potrebbe essere prescritto, i giudici dovranno riesaminare il caso per verificare se sussistano reali responsabilità penali in capo alla società acquirente.
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Omessa valutazione delle conclusioni scritte: condanna annullata
Il caso riguarda un imputato condannato per truffa. La difesa aveva inviato tramite PEC le proprie conclusioni scritte chiedendo l'esclusione della recidiva e la prescrizione del reato. La Corte d'Appello ha ignorato tale invio, confermando la condanna. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, stabilendo che l'omessa valutazione delle conclusioni scritte inviate regolarmente tramite PEC costituisce una nullità di regime intermedio per violazione del diritto di difesa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata e ha rinviato il procedimento alla Corte d'Appello di Firenze per un nuovo esame.
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Deterioramento di bene pignorato: tra abuso e reale valore
I proprietari e custodi di un immobile pignorato sono stati condannati in appello per aver eseguito lavori abusivi di ristrutturazione, causando un presunto deprezzamento del bene. La Cassazione ha accolto il ricorso dei proprietari, chiarendo che il deterioramento di bene pignorato richiede una reale e significativa riduzione del valore o della funzionalità della cosa. Nel caso specifico, l'immobile era stato comunque venduto all'asta per una cifra considerevole, smentendo l'ipotesi di un danno concreto. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza penale senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato, rinviando la decisione sulle richieste di risarcimento danni al giudice civile competente.
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Omissione di atti d’ufficio: la prescrizione salva il medico
Un medico di guardia viene accusato di omissione di atti d'ufficio per non aver effettuato una visita domiciliare urgente a una paziente, limitandosi a un consulto al citofono fuori orario. La Corte d'Appello dichiara il medico non punibile per particolare tenuità del fatto. La Cassazione accoglie il ricorso del professionista, ricordando che il reato sussiste solo se l'urgenza prospettata è reale. Tuttavia, poiché il fatto risale al 2015, il reato è ormai estinto per prescrizione. La Suprema Corte annulla quindi la sentenza senza rinvio per intervenuta prescrizione, formula che prevale sulla particolare tenuità del fatto poiché non comporta iscrizioni pregiudizievoli nel casellario giudiziale del medico.
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Resistenza a pubblico ufficiale: aggredisce i militari e paga
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. L'uomo era intervenuto con violenza e aggressività contro i militari che stavano multando un'ambulante e ordinando la rimozione del suo banco di vendita, con il chiaro intento di impedire il loro servizio. La Suprema Corte ha respinto i motivi di ricorso: il primo, sulla prescrizione, è infondato poiché non considerava il periodo di sospensione dovuto a un rinvio chiesto dalla difesa; il secondo è stato ritenuto generico in quanto non contestava validamente le dichiarazioni dei verbalizzanti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Iscrizione gestione commercianti: paga anche il socio gestore
Un socio accomandatario di una società semplice impugna le richieste di pagamento dell'INPS relative alla contribuzione previdenziale. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del lavoratore, confermando l'obbligo di iscrizione gestione commercianti. I giudici chiariscono che, oltre all'attività di amministratore, il socio svolgeva mansioni operative (come la redazione di perizie e pubbliche relazioni) in modo abituale e prevalente. Questa partecipazione diretta e concreta all'attività aziendale giustifica la doppia iscrizione previdenziale, distinguendo nettamente i compiti di pura gestione amministrativa dal lavoro operativo necessario per realizzare lo scopo sociale. Il ricorrente perde la causa e deve pagare anche un ulteriore contributo unificato.
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