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Pluripregiudicato

36 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Soggetto che ha riportato diverse condanne penali definitive per reati commessi in precedenza.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Ricorso Penale Inammissibile: Pluripregiudicato Escluso da Sanzioni
Un individuo, già condannato per truffa e sostituzione di persona, ha presentato ricorso in Cassazione. Chiedeva l'applicazione di una sanzione sostitutiva. La Corte ha dichiarato l'Inammissibilità ricorso penale. Ha motivato la decisione affermando che la richiesta era troppo generica e che l'imputato era pluripregiudicato per reati contro il patrimonio, rendendolo ineleggibile per le sanzioni sostitutive. L'individuo deve pagare le spese processuali e una somma alla cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: quando il reato non è così lieve
Un Cittadino ha presentato ricorso per ottenere l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di merito avevano negato questa possibilità, evidenziando che il Cittadino aveva interagito con una persona con precedenti penali e si era allontanato senza una reale necessità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che la valutazione sulla non scarsa offensività del fatto era corretta. Il Cittadino dovrà pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Tenuità del Fatto negata: Danneggiamento e ricorso inammissibile
La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per danneggiamento. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento della **tenuità del fatto**, una causa di non punibilità. I giudici hanno respinto la richiesta, poiché la condotta, commessa da un pluripregiudicato durante la detenzione, non era considerata lieve. Il ricorso è stato giudicato inammissibile anche perché si limitava a riproporre argomenti già esaminati in appello, senza una critica specifica alla sentenza impugnata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Reddito di cittadinanza e condanne omesse: niente sconti di pena
L'Imputata ha presentato richiesta per ottenere il Reddito di cittadinanza omettendo di dichiarare una precedente condanna definitiva per associazione mafiosa e lo stato detentivo del marito convivente. I giudici di merito l'hanno condannata per false dichiarazioni e omissioni. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza di dolo, in quanto si era fidata di un patronato e riteneva la condanna priva di effetti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La recente carcerazione e la gravità dei fatti rendevano impossibile la dimenticanza. L'assistenza del patronato non esclude la responsabilità penale del richiedente. Infine, le difficoltà economiche non giustificano la concessione delle attenuanti generiche a fronte di gravi e plurimi precedenti penali.
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Reato di ricettazione: merce in auto e ricorso inammissibile
Un conducente è stato sorpreso a trasportare all'interno del proprio veicolo del materiale di provenienza illecita. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di ricettazione, ritenendo provata la sua piena consapevolezza dell'origine delittuosa dei beni. Inoltre, le Corti territoriali hanno negato le circostanze attenuanti generiche a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando sia la consapevolezza dell'illecito sia il diniego delle attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: le censure sulla responsabilità riproducevano argomenti già respinti, mentre per le attenuanti il giudice non deve analizzare ogni singolo dettaglio, bastando la valorizzazione dei precedenti e della condotta negativa. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: stop ai benefici per i pluripregiudicati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un uomo condannato per il reato di evasione. La difesa contestava il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte di Appello, evidenziando che le modalità della condotta e la presenza di precedenti penali specifici impediscono l'applicazione della causa di non punibilità. Inoltre, le attenuanti generiche non rappresentano un diritto automatico, ma richiedono la presenza di elementi positivi mai allegati dall'imputato. L'uomo è stato condannato al pagamento delle spese e a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rideterminazione della pena: rigetto per sconto minimo
Un condannato per traffico di stupefacenti chiedeva la rideterminazione della pena dopo la decisione della Consulta, la quale aveva ridotto da otto a sei anni il minimo di legge per i reati legati alle droghe pesanti. Il Giudice dell'esecuzione riduceva la sanzione originaria di otto anni a sette anni e otto mesi di reclusione. Il ricorrente ha impugnato il provvedimento sostenendo che la diminuzione di soli quattro mesi fosse insignificante e non motivata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice gode di piena autonomia nella quantificazione sanzionatoria, potendo limitare lo sconto in presenza di elevata quantità di stupefacente e di plurimi precedenti penali del reo.
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Misure di prevenzione: ricorso respinto per il pluripregiudicato
Il caso riguarda un cittadino condannato a due mesi di arresto per aver violato le prescrizioni imposte dalle misure di prevenzione (art. 75, d.lgs. 159/2011). Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessiva severità della pena e la mancanza di motivazione da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena era corretta e ampiamente motivata, soprattutto considerando i numerosi precedenti penali dell'uomo per reati contro il patrimonio e resistenza a pubblico ufficiale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Precedenti contro buone maniere: niente attenuanti generiche
Un uomo, condannato per aver violato il foglio di via obbligatorio, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. L'imputato sosteneva che i giudici non avessero considerato il suo comportamento collaborativo durante il controllo dei Carabinieri. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per negare le circostanze attenuanti generiche, basta anche un solo elemento negativo prevalente, come i numerosi precedenti penali dell'imputato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuanti generiche negate al pluripregiudicato: pena confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per detenzione di hashish. La difesa contestava la determinazione della pena e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che il diniego delle attenuanti generiche è legittimo e insindacabile se motivato con i precedenti penali del soggetto. Nel caso specifico, la gravità del fatto, legata al quantitativo di droga e alla personalità pluripregiudicata del reo, giustifica una pena superiore ai minimi edittali. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione e particolare tenuità del fatto: negato il beneficio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per evasione che richiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, escludendo il beneficio a causa delle modalità concrete del reato e della personalità del soggetto, qualificato come pluripregiudicato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Droga in casa: sì alla custodia cautelare in carcere
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata allo spaccio di droga, gestita in sinergia con un complice e con l'aiuto della suocera di quest'ultimo come corriere. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione contestando la sussistenza del vincolo associativo, il decorso di tre anni dai fatti e l'inadeguatezza della misura estrema rispetto agli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno evidenziato la piena operatività di una piazza di spaccio attiva h24 e l'esistenza dell'affectio societatis. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è stata ritenuta l'unica misura idonea: l'indagato, pluripregiudicato, gestiva lo spaccio direttamente presso la propria abitazione, rendendo del tutto inefficaci i domiciliari. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Arresti domiciliari per armi clandestine: incensurato ma in fuga
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura degli arresti domiciliari nei confronti di un giovane indagato per detenzione di armi clandestine e ricettazione. Il Tribunale del riesame aveva aggravato la precedente misura dell'obbligo di dimora, ritenendola inadeguata a contenere il pericolo di reiterazione. La difesa contestava la decisione, sostenendo che il pericolo non fosse attuale e che si fosse valutata solo la gravità del reato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la valutazione sull'attualità del pericolo è stata correttamente effettuata analizzando non solo la gravità del fatto (armi cariche e pronte all'uso), ma anche la personalità spregiudicata dell'indagato (fuga rocambolesca) e il contesto socio-ambientale (presenza in casa di un noto pluripregiudicato con altri soggetti con precedenti).
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Reato di evasione: la Cassazione nega lo stato di necessità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione. L'imputato si era allontanato dal luogo di detenzione domiciliare invocando uno stato di necessità e richiedendo le circostanze attenuanti generiche. I giudici di merito avevano già respinto la tesi difensiva, escludendo qualsiasi pericolo imminente e negando gli sconti di pena a causa dei numerosi precedenti penali specifici del soggetto. La Suprema Corte ha confermato la decisione, ribadendo che la concessione delle attenuanti non è un diritto automatico ma richiede elementi positivi concreti. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Coltello nascosto in auto: condanna per i precedenti penali
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo accusato di porto di coltello senza giustificato motivo. L'imputato trasportava un pugnale di 40 cm, accuratamente nascosto sotto il tappetino dell'auto. La difesa aveva richiesto l'applicazione della 'particolare tenuità del fatto', ma la richiesta è stata respinta. I giudici hanno ritenuto decisivi due elementi: l'occultamento dell'arma e, soprattutto, i numerosi e gravi precedenti penali dell'uomo. Questi fattori hanno escluso qualsiasi possibilità di considerare il fatto come lieve, rendendo la condanna definitiva.
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Recidiva e arresti domiciliari: ricorso respinto in Cassazione
Un uomo con numerosi precedenti penali, già agli arresti domiciliari per un altro grave reato, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione per ottenere l'esclusione di un'aggravante e la riduzione della pena. La Corte ha giudicato il ricorso inammissibile e manifestamente infondato. I giudici hanno confermato la corretta applicazione della recidiva, sottolineando come la pericolosità sociale dell'imputato, dimostrata dai suoi precedenti e dalla sua condotta, giustificasse pienamente la decisione. L'imputato è stato quindi condannato a pagare le spese processuali e una sanzione economica.
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Furto d’auto e chiavi: la Cassazione sulla dosimetria della pena
Due individui con precedenti penali rubano da un'auto documenti e chiavi di casa, con l'intento di compiere un furto successivo nell'abitazione. Condannati, ricorrono in Cassazione lamentando una pena eccessiva. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici precedenti. La corretta dosimetria della pena, secondo la Corte, deve tenere conto della professionalità criminale e del piano delittuoso, elementi che giustificano una sanzione severa. Una riduzione ulteriore sarebbe stata un 'premio ingiustificato' data la gravità complessiva della condotta.
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Furto di energia: negata la libertà controllata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un soggetto responsabile di plurimi episodi di furto di energia elettrica e idrica. Il ricorrente aveva impugnato la sentenza di appello lamentando il mancato riconoscimento della libertà controllata come sanzione sostitutiva. Gli Ermellini hanno dichiarato il ricorso inammissibile poiché generico e privo di documentazione a supporto. La decisione ribadisce che la sostituzione della pena detentiva è una facoltà discrezionale del giudice, il quale deve valutare la meritevolezza del reo. Nel caso specifico, lo status di pluripregiudicato dell'imputato ha giustificato il diniego del beneficio.
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Resistenza a pubblico ufficiale e identificazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di resistenza a pubblico ufficiale a carico di un individuo che si era opposto alle operazioni di identificazione. Il ricorrente sosteneva che l'atto d'ufficio fosse già concluso, ma i giudici hanno chiarito che l'identificazione formale è un processo distinto dal semplice riconoscimento visivo e che la condotta oppositiva durante il controllo configura il reato. È stata inoltre confermata l'esclusione delle attenuanti generiche a causa della gravità dei precedenti penali del soggetto.
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Reddito di cittadinanza: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto pluripregiudicato che, mentre era agli arresti domiciliari, aveva percepito illecitamente il reddito di cittadinanza. Secondo la Corte, la successiva restituzione delle somme non è un segno di pentimento, ma un atto dovuto, e non giustifica una riduzione della pena, data la gravità del fatto e la personalità del soggetto.
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