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Pervicacia

81 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un'ostinazione e un'insistenza nel perseguire il proprio intento illecito, che in ambito giuridico può essere valutata dal giudice come un indice di maggiore intensità del dolo, ovvero dell'intenzione criminale.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Evasione e Ricorso Penale: Cassazione Conferma Inammissibilità
Il Lavoratore ha presentato un ricorso contro una sentenza della Corte d'Appello di Salerno, relativa al reato di evasione (Art. 385 c.p.). La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale. I motivi addotti erano una mera ripetizione di argomenti già esaminati e respinti dai giudici precedenti. La Corte territoriale aveva correttamente valutato i precedenti penali e la doppia fuga come indici di "pervicacia" (ostinazione), escludendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (Art. 131-bis c.p.). Il ricorso è stato quindi respinto, con condanna del Lavoratore al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Tenuità del fatto negata: truffe gravi rendono il ricorso inammissibile
Un Lavoratore è stato condannato per diverse truffe. Ha presentato ricorso chiedendo l'applicazione della 'Tenuità del fatto' (Art. 131-bis c.p.), una causa di non punibilità. La Corte d'Appello aveva già negato questa possibilità, ritenendo il reato grave e la condotta persistente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il motivo è che la difesa ha travisato i fatti, sostenendo erroneamente che il Tribunale avesse riconosciuto la 'Tenuità del fatto', mentre era stata proprio la difesa a chiederla in appello. La Cassazione ha confermato che la gravità delle truffe e la pervicacia del Lavoratore impedivano l'applicazione della 'Tenuità del fatto'.
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Guida con patente revocata: la Cassazione conferma la condanna
Il Conducente ha impugnato la sentenza di condanna per quattro violazioni legate alla guida con patente revocata. La Corte d'Appello aveva confermato la sanzione penale inflitta in primo grado, escludendo le attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena. Il ricorrente ha lamentato un vizio di motivazione sul trattamento sanzionatorio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno evidenziato la gravità dei fatti e la pervicacia del Conducente, che ha continuato a guidare veicoli nonostante il provvedimento di revoca della patente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la pena e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Rifiuto di fornire le generalità: condanna record per un no al capotreno
Un passeggero è stato condannato per il reato di rifiuto di fornire le generalità (art. 651 c.p.) per essersi opposto ripetutamente alle richieste del capotreno di mostrare i documenti, acconsentendo solo dopo l'intervento della Polizia ferroviaria. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando che la condanna si basasse solo sulle dichiarazioni del capotreno e chiedendo il riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la gravità della condotta, caratterizzata da una forte ostinazione, escludendo qualsiasi tenuità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Droga nel parco: no alle circostanze attenuanti generiche
L'Imputato è stato condannato per la detenzione di quasi un chilogrammo di hashish suddiviso in panetti, idoneo a produrre oltre cinquemila dosi. Il controllo era avvenuto di notte vicino a un parco pubblico. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i numerosi precedenti penali, la gravità della condotta e la pericolosità sociale giustificano ampiamente il diniego delle attenuanti. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sospensione dai pubblici uffici: il cambio di Comune non basta
Un dipendente comunale, indagato per abuso d'ufficio e falso, ha subito la misura della sospensione dai pubblici uffici per sei mesi. L'indagato aveva partecipato all'assegnazione di un appalto a un'impresa nonostante un evidente conflitto di interessi. Anche dopo aver dichiarato la propria incompatibilità, aveva continuato a gestire le fasi successive dei lavori. Nonostante il trasferimento presso un altro Comune con mansioni diverse, la Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare. I giudici hanno evidenziato la gravità e l'ostinazione della condotta, ritenendo concreto il rischio che il soggetto possa commettere illeciti simili all'interno della pubblica amministrazione.
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Guida con patente revocata: la finta licenza non evita la condanna
Un automobilista, sorpreso per la quarta volta alla guida con patente revocata, ha tentato di giustificarsi esibendo la fotocopia di un documento francese mai presentato in originale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, confermando la condanna penale. I giudici hanno respinto la tesi della buona fede e negato l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La reiterazione della condotta per ben quattro volte dimostra infatti una gravissima pervicacia che esclude qualsiasi forma di clemenza. Il conducente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Determinazione della pena: la fuga ne esclude lo sconto massimo
L'Imputata è stata condannata per il reato di tentata rapina. Dopo essere stata sorpresa da tre persone, ha lottato con pervicacia per fuggire prima dell'arrivo delle forze dell'ordine. La Corte d'Appello ha quantificato la sanzione partendo dal minimo edittale, applicando una riduzione per il tentativo non al massimo livello proprio a causa della condotta violenta e ostinata della donna. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena, ritenendola sproporzionata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la determinazione della pena spetta al giudice di merito e, se motivata logicamente nel rispetto dei parametri di legge, non può essere rivalutata in sede di legittimità. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Applicazione della recidiva: tra automatismo e reale pericolosità
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva per reati legati a sostanze stupefacenti, ricettazione e detenzione di armi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva richiede una verifica in concreto della pericolosità del soggetto. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno motivato adeguatamente che le modalità del fatto dimostravano la pervicacia dell'autore e una sua accresciuta responsabilità penale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Trattamento sanzionatorio severo: la Cassazione frena i ricorsi
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando il trattamento sanzionatorio applicato per il reato di spaccio di lieve entità, ritenendolo eccessivamente severo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di merito hanno motivato in modo logico lo scostamento dal minimo edittale, giustificandolo con il quantitativo di sostanza stupefacente detenuto e con la presenza di una condanna irrevocabile precedente per un reato della stessa indole. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità dell’appello: ricorso generico e condanna certa
Il Tribunale condannava l'Imputato per guida in stato di ebbrezza. L'Imputato proponeva appello chiedendo le attenuanti generiche e la libertà controllata, ma la Corte d'Appello dichiarava il ricorso inammissibile per genericità dei motivi. L'Imputato ricorreva quindi in Cassazione. La Suprema Corte ha confermato l'inammissibilità dell'appello, ribadendo che l'impugnazione deve contestare in modo specifico e puntuale le singole motivazioni della sentenza di primo grado. Nel caso di specie, l'atto di appello si limitava a richiamare elementi astratti, come la giovane età e la scarsa scolarizzazione, senza confrontarsi con la motivazione del primo giudice, fondata sui numerosi precedenti penali del soggetto. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sostituzione della pena detentiva: il casellario vuoto non basta
Il Condannato ha richiesto la sostituzione della pena detentiva breve con sanzioni alternative. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta a causa di numerosi precedenti penali emersi da un certificato del casellario giudiziale completo. Il difensore ha impugnato la decisione sostenendo che il casellario fosse vuoto, ma la Cassazione ha chiarito che l'atto difensivo si basava su un certificato incompleto, privo del comune di nascita. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la sostituzione della pena detentiva richiede una prognosi positiva di non recidiva, impossibile in presenza di una condotta criminale reiterata per oltre quindici anni. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Dichiarazioni spontanee indagato: ammissione valida, condanna certa
Una persona, condannata per abuso edilizio e violazione di sigilli, ricorre in Cassazione. Sostiene che le sue ammissioni, rese senza avvocato, non siano valide. La Corte Suprema rigetta il ricorso, stabilendo un principio chiave sulle dichiarazioni spontanee dell'indagato. Tali dichiarazioni sono pienamente utilizzabili se la persona le ha rese prima di assumere formalmente la qualità di indagata. Al momento della sua ammissione, era solo una 'persona informata sui fatti'. La sua ostinazione nel proseguire i lavori ha inoltre impedito l'applicazione della non punibilità per tenuità del fatto. La condanna è quindi confermata.
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Applicazione della recidiva: la lunga scia di reati non perdona
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo, ritenendo corretta l'applicazione della recidiva. L'imputato, con una lunga storia di reati commessi tra il 1975 e il 2011, contestava l'aumento di pena. I giudici hanno stabilito che la recidiva non si basa solo sulla gravità dei fatti o sul tempo trascorso. È necessario valutare se i crimini passati dimostrino una 'perdurante inclinazione al delitto' che ha influenzato il nuovo reato. La 'pervicacia' e la 'pericolosità sociale' dell'imputato, evidenti dalla sua carriera criminale, hanno giustificato pienamente la decisione dei giudici di merito. L'appello è stato quindi respinto.
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Affitto non pagato: condanna per appropriazione indebita
Un inquilino è stato condannato per appropriazione indebita canoni di locazione per non aver pagato l'affitto. I giudici hanno ritenuto il suo comportamento un reato, e non un semplice illecito civile, a causa della sua gravità e intenzionalità. L'inquilino ha fatto ricorso in Cassazione contestando l'entità della pena (un anno di reclusione e 800 euro di multa). La Suprema Corte ha respinto il ricorso, confermando la condanna. La decisione si basa sulla gravità del fatto, desunta dal totale e ostinato inadempimento, dalla premeditazione e dall'intensità del dolo (l'intenzione di commettere il reato).
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Confessione dopo l’arresto: inutile per lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha stabilito che la confessione dopo l'arresto in flagranza non è sufficiente per ottenere uno sconto di pena. Un uomo, condannato per evasione, aveva fatto ricorso sostenendo di meritare le attenuanti generiche per aver ammesso i fatti. I giudici hanno respinto la richiesta, sottolineando che la confessione, avvenuta quando le prove erano già evidenti, non può essere considerata un elemento positivo. La decisione è stata influenzata anche dalla recidiva dell'imputato e dalla sua ostinazione nel violare le prescrizioni. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la condanna confermata.
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Abuso edilizio: l’ostinazione costa la condanna, no alla tenuità del fatto
Una persona, condannata per reati edilizi, ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo l'applicazione della non punibilità per 'particolare tenuità del fatto'. La Corte ha respinto la richiesta, sottolineando la 'pervicacia' (ostinazione) dell'imputata, che aveva continuato a costruire abusivamente anche dopo l'accertamento dell'illecito da parte delle autorità. Secondo i giudici, tale comportamento insistente e la notevole intensità del dolo (l'intenzione di commettere il reato) sono incompatibili con il beneficio della particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la condanna è diventata definitiva.
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Truffa Contrattuale: Condannati Anche se la Vittima è Negligente
Tre persone sono state condannate per truffa contrattuale per aver indotto una vittima a stipulare un contratto, facendole credere di essere i proprietari di un bene mentre ne erano solo affittuari. Gli imputati si sono difesi sostenendo che la vittima fosse stata negligente a non effettuare le dovute verifiche. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, affermando un principio fondamentale: la negligenza della persona offesa non esclude il reato quando l'inganno è stato attivamente posto in essere dai truffatori. Mostrare un contratto di affitto per fingersi proprietari è un raggiro che configura la truffa contrattuale. Di conseguenza, il ricorso degli imputati è stato dichiarato inammissibile e la condanna è diventata definitiva.
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Bisogno di casa non giustifica l’occupazione: no stato di necessità
Una persona, condannata per occupazione abusiva di un edificio, ha presentato ricorso in Cassazione invocando lo stato di necessità per l'occupazione dell'immobile, a causa della difficoltà a trovare un alloggio. La Corte Suprema ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiaro: lo stato di necessità si applica solo a pericoli imminenti e transitori, non a problemi cronici come la crisi abitativa. I giudici hanno inoltre escluso la 'particolare tenuità del fatto' a causa della persistenza dell'imputata nella condotta illegale. La condanna è stata quindi confermata in via definitiva.
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Rapina e recidiva: niente attenuanti generiche per reati gravi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per rapina. L'imputato contestava la mancata concessione delle attenuanti generiche e il riconoscimento della recidiva. La Corte ha confermato la decisione dei giudici precedenti, sottolineando che il diniego dello sconto di pena era giustificato. I motivi erano la particolare gravità del reato, le modalità allarmanti della sua esecuzione e la pervicacia criminale dell'imputato. Il ricorso è stato giudicato troppo generico per contrastare una motivazione così solida, portando alla condanna definitiva e al pagamento di spese e di una sanzione pecuniaria.
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