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Pericolo Di Reiterazione

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299 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Custodia cautelare in carcere: il boss della droga resta dentro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e reati in materia di armi. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi e del pericolo di reiterazione del reato, sostenendo che i fatti risalissero a tre anni prima. La Suprema Corte ha invece confermato la validità della misura, evidenziando il ruolo di capo dell'indagato e la natura permanente del reato, iniziato nel 2008 e tuttora in corso. I giudici hanno ritenuto generiche le contestazioni sull'uso del captatore informatico e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto del caporale
Un imprenditore agricolo, indagato per sfruttamento del lavoro ed estorsione, ha impugnato l'ordinanza che disponeva nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di pericoli concreti, evidenziando l'incensuratezza dell'indagato e il sequestro della sua azienda. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove è concreto e attuale fino a quando le testimonianze delle vittime non sono pienamente consolidate in dibattimento. Di conseguenza, la decisione di applicare la custodia cautelare in carcere è stata confermata, poiché supportata da una motivazione logica e coerente del tribunale di merito.
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Spaccio in casa: quando serve la custodia cautelare in carcere
Un uomo, trovato in possesso di circa 410 grammi di cocaina suddivisa in dosi e bilancini di precisione nella propria abitazione, ha impugnato il provvedimento con cui il Tribunale ha sostituito gli arresti domiciliari con la custodia cautelare in carcere. Il Tribunale ha ritenuto insufficiente il controllo elettronico (braccialetto), considerando la casa un noto centro di spaccio e l'indagato privo di lavoro e con precedenti specifici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di autonoma valutazione dei gravi indizi non si applica al giudice dell'appello cautelare e che il pericolo di recidiva giustifica la custodia cautelare in carcere, poiché l'attività di spaccio può proseguire anche tra le mura domestiche eludendo i controlli. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rivolta in carcere: confermato il pericolo di reiterazione del reato
Durante le rivolte carcerarie del 2020, scoppiate con il pretesto della pandemia, Il Detenuto partecipava attivamente alla devastazione e all'incendio di un istituto penitenziario. Il Tribunale del Riesame disponeva la custodia cautelare in carcere, ma la difesa ricorreva in Cassazione contestando l'assenza di un attuale pericolo di reiterazione del reato, dato il tempo trascorso e la fine dello stato di emergenza. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura restrittiva. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato non richiede l'imminenza di una nuova occasione, ma una valutazione complessiva della personalità aggressiva del soggetto e dei suoi precedenti penali, ritenendo la carcerazione l'unica misura idonea a contenere la sua pericolosità sociale.
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Rivolta in cella: resta il pericolo di reiterazione del reato
Durante una violenta rivolta in un istituto penitenziario scoppiata nel marzo 2020, un detenuto ha rimosso e distrutto il sistema di videosorveglianza per impedire la registrazione dei fatti. Il Tribunale ha disposto la custodia cautelare in carcere, ritenendo sussistente il pericolo di reiterazione del reato. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la rivolta fosse un evento eccezionale legato al panico da pandemia e che mancasse l'attualità del pericolo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che l'attualità del pericolo non richiede l'imminenza di una specifica occasione di reato, ma una valutazione complessiva della gravità della condotta, della personalità aggressiva del soggetto e dei suoi precedenti penali, che rendono concreto il rischio di nuove violenze.
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Custodia cautelare in carcere: la rivolta non cancella il reato
Durante la pandemia da Covid-19, scoppiava una violenta rivolta nel carcere di Foggia. Il Detenuto partecipava attivamente allo scardinamento del cancello principale, favorendo un'evasione di massa e seminando il panico in città. Il Tribunale di Bari applicava la custodia cautelare in carcere, ritenendo concreto il pericolo di recidiva. Il Detenuto ricorreva in Cassazione, sostenendo che l'eccezionalità della pandemia rendesse l'evento irripetibile. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'emergenza sanitaria non giustifica atti illeciti, ma ha solo fatto emergere impulsi criminali già insiti nel soggetto, gravato da numerosi precedenti penali. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata pienamente confermata.
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Rivolta per il Covid: resta la custodia cautelare in carcere
Durante la pandemia da Covid-19, un detenuto partecipava a una violenta rivolta nel carcere di Foggia, culminata con l'evasione di massa e gravi danni alla struttura. Il Tribunale di Bari disponeva la custodia cautelare in carcere per il reato di devastazione, ritenendo concreto il pericolo di reiterazione del reato. Il detenuto ricorreva in Cassazione, sostenendo che l'eccezionalità della pandemia escludesse la ripetibilità del gesto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura restrittiva. I giudici hanno chiarito che l'emergenza sanitaria non giustifica atti violenti, ma ha solo fatto emergere la pericolosità sociale del soggetto, già gravato da precedenti penali. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere resta confermata e il ricorrente deve pagare le spese processuali.
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Pericolo di reiterazione del reato: il licenziamento non basta
Un lavoratore portuale, accusato di traffico internazionale di cocaina dal Sud America, ha impugnato la custodia in carcere. La difesa sosteneva che il licenziamento dall'azienda portuale avesse azzerato il pericolo di reiterazione del reato, mancando ormai l'occasione lavorativa per agevolare lo scarico dello stupefacente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la perdita del lavoro non esclude automaticamente il pericolo di reiterazione del reato se sussistono gravi indizi, contatti stabili con la criminalità organizzata e un ingente quantitativo di droga movimentato. Di conseguenza, la custodia in carcere rimane l'unica misura idonea a prevenire ulteriori condotte illecite, confermando la decisione del Tribunale del Riesame.
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Custodia cautelare in carcere: la prova non cancella il passato
Un indagato, accusato di essere il promotore di un'associazione per delinquere, ha impugnato l'ordinanza che confermava la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che i precedenti penali fossero estinti grazie all'esito positivo dell'affidamento in prova e che non vi fosse un pericolo attuale di commettere nuovi reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'estinzione degli effetti penali non cancella la pericolosità del soggetto. Inoltre, l'attualità del pericolo non richiede l'imminenza di una specifica occasione di reato, ma una valutazione complessiva della personalità e del contesto. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Misure cautelari personali: liberta e rischio improbabile
Il Tribunale del Riesame dichiarava inammissibile per carenza di interesse l'appello de L'Indagato contro la decisione del GIP, che aveva sostituito la custodia in carcere con gli arresti domiciliari. Il GIP aveva ritenuto sussistente il pericolo di reiterazione del reato, pur definendolo improbabile. L'Indagato contestava questa contraddizione, chiedendo la revoca totale della misura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che sussiste un interesse concreto a impugnare le decisioni sulle misure cautelari personali qualora si contesti la reale sussistenza delle esigenze cautelari. La Corte ha quindi annullato il provvedimento, rinviando gli atti al Tribunale per un nuovo esame sulla reale sussistenza del pericolo.
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Pericolo di reiterazione del reato: l’arma in casa e il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la custodia in carcere per possesso di una pistola carica con matricola abrasa. La difesa contestava la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, sostenendo che mancassero occasioni prossime di commettere nuovi illeciti. La Suprema Corte ha chiarito che il pericolo di reiterazione del reato deve essere concreto e attuale, ma tale giudizio si basa sulla gravità del fatto e sulla personalità del soggetto, non sulla presenza di futuri stimoli esterni imprevedibili. Avendo trovato l'arma in casa, anche la richiesta di arresti domiciliari è stata respinta. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: reato vecchio ma pericolo attuale
L'Indagato è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, commessa nel 2014 e, secondo l'accusa iniziale, anche tra il 2016 e il 2020. Il Tribunale del Riesame ha accertato che l'uomo ha partecipato solo all'episodio del 2014, ma ha comunque confermato la misura per l'intero periodo. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dell'indagato, disponendo l'annullamento senza rinvio della misura per i fatti successivi al 2014. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'episodio del 2014: nonostante il tempo trascorso, la gravità del fatto, i legami familiari con il clan mafioso che ha continuato l'estorsione e i gravi precedenti penali del soggetto dimostrano l'attualità del pericolo di reiterazione del reato.
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Custodia cautelare in carcere per estorsione: il tempo non salva
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso de L'Indagato contro la custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'episodio risale al 2014, quando L'Indagato minacciò La Persona Offesa di bruciarle il locale per riscuotere un pizzo destinato a un clan locale. Sebbene il Tribunale del Riesame avesse accertato che il ruolo de L'Indagato fosse limitato al solo episodio del 2014, non aveva annullato la misura per i fatti successivi. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio l'ordinanza per i reati post-2014. Ha invece confermato la custodia cautelare in carcere per l'estorsione del 2014: il lungo tempo trascorso non cancella il pericolo di reiterazione, vista la gravità del fatto, i collegamenti con la criminalità organizzata e i precedenti penali del soggetto.
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Rivolta e sequestro dell’agente: sì alla custodia cautelare
Durante una violenta rivolta in un istituto penitenziario, un detenuto aggrediva un agente di polizia penitenziaria, lo sequestrava in un ufficio e gli sottraeva le chiavi per fuggire insieme ad altri ristretti. Il Tribunale del Riesame disponeva la custodia cautelare in carcere per i reati di devastazione aggravata e sequestro di persona. Il detenuto ricorreva in Cassazione, sostenendo di aver voluto solo evadere e di non aver partecipato alle successive devastazioni. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno stabilito che l'azione del detenuto era parte di un piano coordinato e violento, e che il pericolo di reiterazione del reato rimane concreto e attuale, escludendo che la successiva cattura all'esterno, dovuta al blocco della polizia, potesse dimostrare un ravvedimento spontaneo.
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Misure cautelari personali: la Cassazione conferma il carcere
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava l'applicazione di misure cautelari personali in carcere. L'indagato era accusato di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. La difesa lamentava la genericità delle accuse, la mancata trasmissione dell'interrogatorio di garanzia integrale e l'assenza di un'autonoma valutazione del GIP. La Suprema Corte ha chiarito che la descrizione sommaria dei fatti è sufficiente nella fase cautelare e che l'onere di trasmissione è assolto anche con il verbale riassuntivo. Ha inoltre confermato la sussistenza dei gravi indizi e dei pericoli di fuga, inquinamento probatorio e reiterazione del reato, evidenziando il ruolo stabile dell'indagato nel sodalizio criminale. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Custodia cautelare in carcere: la madre complice resta in cella
Una donna, accusata di gestire la contabilità e il confezionamento di droga per un'associazione criminale guidata dal figlio, ha impugnato la misura della custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi e del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il legame familiare e il tempo trascorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere, evidenziando il ruolo attivo della donna e l'attualità del pericolo di reato, visti i suoi gravi precedenti penali e la natura continuativa dell'attività illecita.
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Misure cautelari personali: il tempo cancella il pericolo
Il caso riguarda un ragioniere accusato di associazione a delinquere finalizzata a frodi fiscali. Il Tribunale del Riesame aveva confermato l'applicazione di misure cautelari personali (il divieto di dimora) basandosi sulla gravità dei fatti passati. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, evidenziando che i giudici non avevano adeguatamente motivato l'attualità e la concretezza del pericolo di reiterazione del reato. L'indagato si era infatti dimesso dalla società coinvolta oltre un anno prima dell'applicazione della misura, interrompendo ogni rapporto di fatto e di diritto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento con rinvio, ordinando un nuovo esame che valuti rigorosamente se sussistano ancora le esigenze cautelari.
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Metodo mafioso e carcere: la Cassazione nega i domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di estorsione, rapina e lesioni gravi. La difesa contestava la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando un intervallo temporale di oltre un anno dai fatti e un rapporto di polizia favorevole. I giudici hanno respinto l'istanza, chiarendo che l'attualità del pericolo richiede una valutazione complessiva della gravità dei reati e della personalità violenta del soggetto. Inoltre, è stata confermata l'aggravante del metodo mafioso: l'indagato aveva esplicitamente evocato la propria appartenenza a un noto clan locale per intimidire le vittime e vincere la loro resistenza. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere disposta per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di un pericolo attuale di reiterazione del reato, poiché i fatti contestati risalivano al 2017. La Suprema Corte ha invece confermato la misura, chiarendo che per i reati associativi gravi opera una presunzione di adeguatezza della carcerazione. L'attualità del pericolo non viene meno con il semplice decorso del tempo se l'associazione criminale è ancora attiva e l'indagato mantiene legami stabili con l'ambiente malavitoso. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi e la mancanza di attualità del pericolo di reiterazione, poiché i fatti risalivano ad alcuni anni prima. La Suprema Corte ha chiarito che, per i reati associativi legati alla droga, opera una presunzione di adeguatezza della misura carceraria. Il decorso del tempo non esclude automaticamente il pericolo se permangono legami stabili con la criminalità organizzata e una spiccata professionalità delinquenziale. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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