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Pegno

45 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Nel diritto civile di molti paesi, il pegno è un diritto reale di garanzia su un bene altrui, costituito per fungere da garanzia di un credito. Nell'ordinamento italiano è regolato dagli articoli 2784 e seguenti del Codice civile.PegnoPegno: Definizione e significato di Pegno – Dizionario italiano – Corriere.it

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Fallimento e Banca: l’efficacia del giudicato endofallimentare nel recupero crediti
Un Fallimento ha agito contro una Banca per recuperare una somma ottenuta dall'escussione di un pegno, sostenendo che il credito sottostante fosse inesistente. La domanda di ammissione al passivo della Banca era stata respinta in sede fallimentare per mancanza di prova del credito. Il Fallimento riteneva che tale decisione costituisse un'efficacia del giudicato endofallimentare che provasse automaticamente l'indebito. La Corte di Cassazione ha invece chiarito che il giudicato endofallimentare ha efficacia limitata alla procedura concorsuale. Per l'azione di ripetizione dell'indebito, il Curatore deve fornire una prova autonoma dell'inesistenza del credito. Il ricorso del Fallimento è stato respinto, con condanna alle spese.
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Consorzio vs Banca: Trattenimento fondi bancari e doppia conforme
Un Consorzio ha chiesto a una Banca la restituzione di somme trattenute da un fondo di garanzia, oltre al risarcimento danni, sostenendo l'inadempimento della Banca. La Banca, invece, riteneva legittimo il trattenimento fondi bancari, costituiti in pegno a garanzia dei finanziamenti. Dopo sentenze di merito sfavorevoli al Consorzio, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del Consorzio inammissibile. La Corte ha rilevato la "doppia conforme" delle sentenze precedenti, che avevano deciso le questioni di fatto con le stesse motivazioni, e ha considerato il ricorso un tentativo di riesaminare fatti già accertati. Il Consorzio è stato condannato a pagare le spese legali.
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Apertura di Credito: Errore Bancario vs. Validità Contratto
Un Cliente ha contestato un contratto di apertura di credito stipulato con una Banca. Il Cliente sosteneva che il contratto fosse nullo o risolvibile. La Banca aveva erroneamente accreditato una somma, poi formalizzata con un'apertura di credito garantita da pegno. Il Cliente riteneva che l'operazione mancasse di una valida causa o avesse un motivo illecito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Cliente. Ha confermato che l'apertura di credito possedeva una causa tipica di finanziamento, anche se formalizzata dopo l'utilizzo delle somme. La Corte ha anche escluso l'inadempimento della Banca, condannando il Cliente al pagamento delle spese legali.
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Pegno nel Fallimento: La Cassazione Rifiuta Nuovo Esame dei Fatti
Una Banca, creditrice di un'Azienda in fallimento, ha chiesto di essere ammessa al passivo con un credito garantito da pegno. Inizialmente, il giudice delegato ha riconosciuto il credito solo in via chirografaria (senza garanzia), dubitando della validità del pegno. La Banca ha contestato questa decisione e il Tribunale ha riconosciuto la validità del pegno. Il Fallimento ha presentato ricorso in Cassazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché il Fallimento ha tentato di ottenere un nuovo esame dei fatti, cosa non consentita in Cassazione. La decisione conferma la validità del pegno e l'ammissione del credito in via privilegiata nell'accertamento passivo nel fallimento.
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Inammissibilità ricorso in Cassazione: la garanzia sui titoli è valida
Un'azienda in liquidazione ha contestato la validità di un pegno su titoli costituito a favore di una banca per un finanziamento. Dopo che i giudici di primo e secondo grado hanno respinto le sue richieste, l'azienda ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità ricorso in Cassazione, confermando le decisioni precedenti. Ha ritenuto che i motivi del ricorso fossero privi di specificità e che, in molti casi, si trattasse di una "doppia conforme" (due decisioni di merito identiche), senza che l'azienda avesse dimostrato ragioni di fatto diverse. L'azienda è stata condannata a pagare le spese legali alla banca.
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Banca e Garanzia Finanziaria nel Fallimento: Cassazione annulla per motivazione insufficiente
Una Banca aveva un credito ammesso al passivo di un fallimento, ma solo come chirografario (non garantito), nonostante avesse ricevuto titoli in pegno. Questo accadeva dopo che una precedente escussione del pegno era stata revocata con un'azione revocatoria fallimentare. La Banca ha contestato la decisione, sostenendo che il pegno dovesse essere considerato una garanzia finanziaria nel fallimento. Il Tribunale ha respinto l'opposizione, affermando che il pegno non rientrava nella normativa sulle garanzie finanziarie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Banca, rilevando che la motivazione del Tribunale era insufficiente. La Cassazione ha quindi annullato la decisione e rinviato il caso al Tribunale di Prato per un nuovo esame.
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Azione revocatoria ordinaria: banca perde garanzia su conto
Una banca ha chiesto il riconoscimento del privilegio pignoratizio per cinquecentomila euro relativi a pegni concessi su conti correnti da una società in seguito fallita. Il curatore si è opposto con un'azione revocatoria ordinaria, sostenendo che la garanzia era stata fornita mentre la società si trovava già in grave stato di dissesto economico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della banca, confermando l'inefficacia dei pegni. Per fondare la decisione tramite l'azione revocatoria ordinaria, il curatore ha dimostrato la presenza di un ingente passivo preesistente e la consapevolezza dell'istituto di credito riguardo alla crisi finanziaria aziendale. La costituzione della garanzia ha infatti peggiorato le possibilità di soddisfacimento per gli altri creditori.
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Crediti bancari nel sequestro di prevenzione: la tutela
La Corte di Cassazione affronta la tutela dei crediti bancari nel sequestro di prevenzione. Un istituto di credito chiedeva l'ammissione al passivo per oltre un milione di euro verso una società sequestrata. Il debito derivava da spese di conto corrente e dall'escussione di una fideiussione successiva al sequestro. Il Tribunale aveva respinto la domanda contestando la mancanza di autorizzazione formale e la mancata prova della buona fede. Gli Ermellini hanno ribaltato la decisione accogliendo il ricorso della banca. La Suprema Corte ha chiarito che i debiti accessori su conti collegati seguono l'attività autorizzata dell'impresa. Inoltre, i crediti sorti dopo il sequestro per proseguire l'attività aziendale sono prededucibili per legge e non richiedono la prova della buona fede. L'ordinanza impugnata è stata annullata con rinvio per riesaminare le pretese della banca.
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Possesso vale titolo: stop alla garanzia sul bene rubato
Una società di prestito su pegno ha ricevuto in garanzia un orologio di lusso per concedere un finanziamento a un cliente. L'orologio è risultato oggetto di furto. Quando la proprietaria ne ha ottenuto il dissequestro, la società si è opposta invocando la regola del possesso vale titolo. La Corte di Cassazione ha confermato la restituzione dell'orologio alla proprietaria. La regola del possesso vale titolo non protegge chi agisce con colpa grave. L'istituto di credito si era accontentato di verifiche formali, ignorando evidenti segnali di sospetto sul cliente, come l'assenza di redditi dichiarati e un'attività commerciale cessata. Per questo motivo la Cassazione ha rigettato il ricorso con condanna alle spese.
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Azione di regresso socio uscente: pieno rimborso delle garanzie
Un ex socio di una società in accomandita semplice aveva fornito garanzie reali tramite pegno per permettere all'azienda di ottenere credito bancario. A seguito della cessione delle quote e dell'uscita del socio, gli istituti di credito hanno escusso il pegno. L'ex socio ha quindi esercitato l'azione di regresso socio uscente per ottenere il rimborso delle somme prelevate dalla banca, rivolgendosi alla società e al socio subentrato. La Corte d'Appello ha erroneamente ridotto il credito spettante al solo dieci per cento. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che il giudice di rinvio è vincolato ai principi di diritto già enunciati e non può inventare limitazioni al diritto di rivalsa del garante.
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Costituzione di pegno e validità delle garanzie bancarie
Una società controllata ha concesso una garanzia mediante costituzione di pegno su somme depositate in banca a favore di una società capogruppo finanziata. L'operazione prevedeva anche una garanzia fideiussoria assicurativa. A seguito del dissesto societario, il fallimento della garante ha contestato la validità degli atti per difetto di poteri della procuratrice speciale e per conflitto di interessi. Anche la compagnia assicurativa ha eccepito l'inefficacia della propria garanzia per vizio del consenso e simulazione. La Corte di Cassazione ha confermato la validità della procura della garante, ma ha accolto i ricorsi della compagnia assicurativa. I giudici di merito hanno errato nel dichiarare assorbite le difese dell'assicuratore senza esaminarne il merito, disponendo il rinvio per una nuova decisione.
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Imposta di registro su pegno quote srl: si paga sul debito
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'applicazione dell'imposta di registro su pegno quote srl calcolata sul valore nominale delle quote sociali date in garanzia per un contratto di leasing. La società riteneva che le quote di S.r.l. rientrassero nella nozione di titoli, beneficiando così di una base imponibile ridotta. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che le quote di S.r.l. non sono equiparabili ai titoli di credito o al denaro. Di conseguenza, per il calcolo dell'imposta di registro su pegno quote srl, la base imponibile deve essere determinata applicando la regola generale della somma garantita dall'atto, e non il valore nominale delle quote stesse. Vince l'Agenzia delle Entrate.
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Sequestro preventivo: legittimo il blocco dei depositi futuri
Una società ha impugnato il sequestro preventivo dei propri conti correnti, ordinato a seguito del reato di omesso versamento IVA commesso dal suo amministratore. La difesa sosteneva che le somme depositate dopo il reato e quelle vincolate da un pegno bancario non potessero essere considerate profitto dell'illecito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il denaro è un bene fungibile e che qualsiasi somma rinvenuta sul conto, anche se depositata successivamente, costituisce profitto confiscabile sotto forma di risparmio di spesa. Di conseguenza, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta è pienamente legittimo fino a concorrenza del debito fiscale non pagato.
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Privilegio speciale ex art. 46 TUB: accollo di debito contro nuovo credito
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un istituto di credito che chiedeva l'ammissione al passivo di una società in amministrazione straordinaria con due specifiche garanzie. La prima riguardava un pegno costituito da un terzo garante su azioni di una società collegata. La seconda riguardava il riconoscimento del privilegio speciale ex art. 46 TUB su alcuni impianti, derivante dall'assenso all'accollo di un debito preesistente. I giudici hanno chiarito che il pegno concesso da un terzo non può essere fatto valere nel fallimento del debitore principale, poiché il bene non appartiene alla massa attiva del fallito. Inoltre, l'assenso all'accollo di un debito non costituisce una nuova erogazione di credito e, pertanto, non dà diritto al privilegio speciale ex art. 46 TUB, riservato esclusivamente ai nuovi finanziamenti a medio e lungo termine. Vince la società in amministrazione straordinaria.
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Pegno escusso al socio uscente: c’è diritto di regresso
Un socio accomandatario di una società di persone costituisce in pegno dei propri titoli personali a garanzia di linee di credito concesse alla società. Successivamente, il socio cede le proprie quote ed esce dalla compagine sociale. In seguito, le banche creditrici escutono il pegno per soddisfare i debiti della società. Il socio uscente agisce in giudizio contro la società e l'altro socio per ottenere la restituzione delle somme. La Corte di Cassazione, ribaltando le decisioni dei giudici di merito, stabilisce che il socio illimitatamente responsabile che ha prestato garanzia reale ha il pieno diritto di regresso nei confronti della società per l'intero importo pagato, detratta la propria quota di partecipazione alle perdite. La Suprema Corte accoglie quindi il ricorso, riconoscendo la netta distinzione tra il patrimonio della società e quello dei singoli soci.
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Polizza unit linked: banca responsabile ma risparmia sulle spese
Un risparmiatore ha sottoscritto una polizza unit linked, poi costituita in pegno per un finanziamento bancario. A causa delle perdite del fondo, la banca ha escusso la polizza. Gli eredi del cliente hanno contestato l'operazione per violazione dei doveri informativi. La Corte di Cassazione ha confermato la natura finanziaria e speculativa del prodotto, ritenendo la banca responsabile per non aver informato correttamente il cliente sui rischi. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso della banca sulla quantificazione delle spese legali: in caso di difesa comune di più parti con lo stesso avvocato, spetta un compenso unico e non cumulativo.
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Apparenza del diritto: la banca paga per il fax del marito
Una correntista ha citato in giudizio un istituto di credito chiedendo la restituzione di oltre cinquantamila euro. La banca aveva venduto i titoli della donna, costituiti in pegno, basandosi su un fax inviato dal marito, non intestatario del conto. La Corte d'Appello ha condannato la banca, escludendo la validità dell'ordine di vendita. La Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso della banca. I giudici hanno chiarito che nei contratti formali, come la gestione di titoli, non trova applicazione il principio dell'apparenza del diritto. Di conseguenza, la banca non poteva fare affidamento sulle istruzioni del coniuge senza una procura scritta. La banca è stata quindi condannata a risarcire la cliente per l'operazione non autorizzata.
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Interpretazione del contratto: la Cassazione decide sui pegni
Il Garante ha contestato alla Banca l'illegittima escussione di alcuni titoli dati in pegno a garanzia dei debiti di una società. La banca sosteneva che una nuova apertura di credito fosse la prosecuzione di una linea di credito precedente, coperta dalle garanzie originarie. La Corte d'Appello ha dato ragione alla banca per la maggior parte dei titoli. La Cassazione ha rigettato il ricorso del Garante, confermando la decisione. La Corte ha chiarito che l'interpretazione del contratto non può basarsi solo sul testo letterale, ma deve valutare anche il comportamento complessivo delle parti, come i progressivi incrementi del fido e la continuità delle garanzie prestate nel tempo.
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Pegno su strumenti finanziari: la banca perde la prelazione
La Banca chiedeva l'ammissione al passivo del fallimento di una società, rivendicando la prelazione derivante da un pegno su strumenti finanziari dematerializzati. Il Tribunale respingeva la prelazione per due motivi autonomi: la mancata allegazione dell'atto costitutivo e l'assenza di prova della registrazione del vincolo sul conto speciale dell'intermediario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Banca. La ricorrente non ha infatti contestato in modo specifico la seconda motivazione del Tribunale, essendosi limitata a richiamare una registrazione interna nei propri libri contabili. Di conseguenza, la decisione del Tribunale resta valida e la Banca perde la prelazione, venendo ammessa solo come creditore chirografario.
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Pegno su crediti futuri: la Banca vince contro il Fallimento
Una banca si oppone all'esclusione del suo credito privilegiato dal passivo di un'azienda fallita. La garanzia era un pegno su crediti futuri, ma il tribunale l'aveva ritenuta inefficace verso gli altri creditori per insufficiente specificità. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo un principio chiave sul pegno su crediti futuri: la garanzia è opponibile ai terzi se l'atto costitutivo contiene una 'sufficiente indicazione' del credito. Tale indicazione può essere desunta anche da elementi esterni ma collegati, come il contratto di affidamento, senza necessità di una complessa 'ricostruzione contabile'. La Corte ha quindi accolto il ricorso della banca, affermando che la specificità richiesta non deve essere assoluta ma sufficiente a identificare il rapporto garantito.
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