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Pactum Sceleris

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294 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Concorso in corruzione: il politico cade per un favore elettorale
Un politico locale è stato sottoposto agli arresti domiciliari con l'accusa di concorso in corruzione. L'accusa nasce dal suo intervento presso i vertici regionali per far rinnovare il contratto a un funzionario pubblico infedele, già asservito agli interessi di una società privata che aveva sostenuto la campagna elettorale del politico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del politico, stabilendo che anche la semplice attività di intermediazione e pressione per mantenere il funzionario corrotto nel suo ruolo costituisce un contributo causale decisivo al reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la legittimità della contestazione penale, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Sospensione della vendita immobiliare: l’illecito non salva
Un debitore ha cercato di bloccare l'asta della propria casa denunciando un accordo illecito da lui stesso stretto con l'acquirente per far scendere il prezzo. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la richiesta per tardività. La Cassazione ha confermato l'inammissibilità della richiesta di sospensione della vendita immobiliare, ma con una motivazione diversa: chi causa un danno con un comportamento illecito non può poi invocarlo a proprio favore. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del debitore sul calcolo dei tempi per opporsi al decreto di trasferimento. Il termine di venti giorni non decorre dalla semplice pubblicazione telematica dell'atto, ma dalla sua effettiva conoscenza. La causa torna quindi al Tribunale per verificare la tempestività dell'opposizione.
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Misure cautelari personali: arresti validi anche senza droga
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali, nello specifico gli arresti domiciliari, nei confronti di un soggetto accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato aveva contestato la gravità degli indizi e l'attualità del pericolo di reiterazione del reato. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'interpretazione dei messaggi criptici spetta al giudice di merito e che il pericolo di recidiva è concreto e attuale quando esiste una reale e vicina opportunità di commettere nuovi reati, desumibile dal ruolo attivo dell'indagato nel gruppo criminale. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato.
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Traffico di stupefacenti: da spaccio a reato associativo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di diversi soggetti accusati di far parte di un'organizzazione dedita allo spaccio di droga tra la Germania e l'Italia. Il nucleo della decisione riguarda la configurabilità del reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. I giudici hanno chiarito che per la sussistenza dell'associazione non occorre una struttura complessa, ma basta un minimo di organizzazione stabile e la consapevolezza dei membri di farne parte. È stata inoltre confermata l'aggravante dell'agevolazione mafiosa per i legami con un noto clan locale. La Corte ha rigettato il ricorso principale e dichiarato inammissibili gli altri, confermando in via definitiva le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Competenza territoriale: decide il centro di comando della banda
Una donna, accusata di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di droga (shaboo), ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. La difesa ha contestato la competenza del Tribunale di Roma, sostenendo che il centro decisionale del gruppo criminale fosse a Prato, rendendo così competente il Tribunale di Firenze. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la competenza territoriale si determina nel luogo in cui avvengono la programmazione e la direzione dell'attività criminosa, e non dove si consumano i singoli reati-fine. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo giudizio per verificare dove si trovasse la vera centrale operativa della banda.
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Traffico di sostanze stupefacenti: decide dove nasce il piano
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti coinvolti in un vasto traffico di sostanze stupefacenti. Il Primo Imputato rispondeva di associazione a delinquere e spaccio, mentre il Secondo Imputato era accusato della detenzione di 700 kg di cocaina importata dal Sudamerica. La difesa contestava la competenza territoriale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ritenendo che il processo dovesse svolgersi a Livorno, luogo del sequestro della droga. I giudici hanno rigettato i ricorsi, stabilendo che nei reati di importazione e associazione la competenza si radica nel luogo in cui l'attività criminosa viene programmata e organizzata. È stata inoltre confermata la validità delle prove di identificazione e negata l'attenuante della minima partecipazione per chi si occupa dello sdoganamento della merce.
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Corruzione in atti giudiziari: cassa di pesce o abuso d’ufficio
Un ispettore del lavoro, dopo un controllo in un cantiere navale, ha accettato in regalo una cassa di pesce dal titolare dell'attività. Il Tribunale del Riesame ha escluso il reato di corruzione in atti giudiziari, riqualificando il fatto in abuso d'ufficio e riducendo la misura interdittiva della sospensione dal servizio, poiché la regalia era successiva e priva di un previo accordo criminoso. Il Procuratore della Repubblica ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la sussistenza di un patto corruttivo tacito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici di legittimità hanno chiarito che la contestazione del PM riguardava valutazioni di merito e di fatto, insindacabili in sede di legittimità se adeguatamente motivate dal giudice di merito.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato contestava la mancanza di prove sul suo ruolo specifico nel gruppo criminale a conduzione familiare operante in Calabria. I giudici hanno invece confermato la solidità del quadro indiziario, basato su videoriprese di cessioni di droga, intercettazioni con linguaggio criptico e dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. La Suprema Corte ha ribadito che per la configurabilità del reato associativo basta una struttura minima e un accordo anche informale tra almeno tre persone. Inoltre, opera la presunzione di adeguatezza del carcere, non superata dalla difesa. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Confisca allargata: legittimo il sequestro prima del reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario di un uomo condannato a venti anni di reclusione per associazione mafiosa. Il ricorrente contestava un presunto errore di fatto dei giudici in merito al divieto di doppio giudizio e alla legittimità della confisca allargata applicata a un terreno acquistato nel 2000, a fronte di contestazioni penali iniziate nel 2007. La Suprema Corte ha stabilito che non vi è stato alcun errore materiale di percezione, bensì una consapevole valutazione giuridica. Riguardo alla confisca allargata, i giudici hanno confermato che la sproporzione patrimoniale può colpire anche beni acquistati prima del reato-spia, purché entro una ragionevole distanza temporale, poiché l'inserimento in contesti criminali complessi presuppone un consolidamento di rapporti illeciti ben precedente alla formale contestazione del reato.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: basta il credito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un distributore locale di droga, confermando la sua condanna per partecipazione a un'associazione finalizzata al narcotraffico. L'imputato sosteneva che i suoi rapporti con i fornitori principali fossero semplici compravendite isolate. I giudici hanno invece chiarito che per configurare il reato associativo non serve una struttura complessa, ma basta un accordo stabile e continuativo. Nel caso specifico, la stabilità del vincolo è stata dimostrata da elementi concreti: la fornitura di droga a credito, il pagamento posticipato dopo la rivendita, la preparazione delle dosi e la consapevolezza di operare all'interno di una rete organizzata. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: quando l’acquisto diventa associazione
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Ricorrente, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Le indagini, basate su intercettazioni e videoriprese, hanno svelato un sodalizio criminale dedito allo spaccio. Il Ricorrente sosteneva di essere un semplice acquirente esterno. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che i suoi acquisti costanti e a credito dal capo del gruppo dimostravano un rapporto stabile e duraturo. Questo legame supera la semplice compravendita e configura una vera e propria partecipazione all'organizzazione. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare per l'elevato pericolo di recidiva e la mancanza di elementi che dimostrino una rottura dei legami con il clan.
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Solo fornitore o complice? Carcere per traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente, ritenuto il fornitore stabile di cocaina per un gruppo criminale, contestava la sussistenza del vincolo associativo e l'adeguatezza della misura carceraria rispetto agli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che per configurare la partecipazione al sodalizio non occorre un accordo formale, essendo sufficiente la costante disponibilità a rifornire l'organizzazione con modalità collaudate. Inoltre, la gravità del reato associativo fa scattare la presunzione di adeguatezza del carcere, non superata nel caso di specie anche a causa della precedente latitanza dell'indagato. Il ricorso è stato rigettato.
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Associazione a delinquere: quando la famiglia diventa un clan
Una complessa rete familiare dedita a furti in abitazione e truffe ad anziani è stata condannata per il reato di associazione a delinquere. I membri del gruppo sostenevano che i loro reati fossero frutto di accordi occasionali facilitati dai legami di parentela, configurando un semplice concorso di persone. La Corte di Cassazione ha invece confermato la sussistenza dell'associazione a delinquere, stabilendo che il vincolo familiare non esclude la consorteria criminale, ma anzi ne accresce la pericolosità e l'affidabilità interna. La Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi dei condannati, confermando le pene inflitte nei precedenti gradi di giudizio e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato associativo: condannato il corriere senza prove di spaccio
Un uomo è stato condannato per il reato associativo finalizzato al narcotraffico, avendo svolto il ruolo di corriere per un gruppo criminale guidato dal cognato. Nonostante l'assoluzione per i singoli episodi di importazione di droga per insufficienza di prove, i giudici di merito hanno ritenuto provata la sua stabile partecipazione all'organizzazione. Questa conclusione si fonda sui suoi viaggi all'estero con auto dotate di doppi fondi per nascondere denaro e su intercettazioni telefoniche. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, confermando la condanna e la misura di sicurezza dell'espulsione dall'Italia. La Corte ha ribadito che la partecipazione a un'associazione criminale è autonoma rispetto alla commissione dei singoli reati di spaccio.
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Traffico di stupefacenti: associazione o concorso occasionale?
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un presunto gruppo criminale dedito al contrabbando di cocaina dal Sud America. Due imputati erano stati condannati come capi di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, mentre un terzo soggetto, un broker doganale, era accusato di concorso nella tentata importazione di un carico di droga nascosto in una spedizione di parquet. La Suprema Corte ha annullato con rinvio la condanna per il reato associativo, evidenziando che i giudici di merito non avevano adeguatamente distinto tra una stabile organizzazione e un semplice concorso occasionale di persone, visti i lunghi intervalli temporali tra i carichi. Ha inoltre annullato la condanna del broker, poiché i giudici avevano ignorato un'intercettazione decisiva in cui l'organizzatore lo scagionava definendolo del tutto ignaro del traffico illecito.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa contestava l'esistenza di una vera e propria organizzazione criminale e l'attualità del pericolo di recidiva, dato il tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno chiarito che l'esistenza del sodalizio è dimostrata da una base logistica, clienti fidelizzati e fornitori stabili. Inoltre, la mancanza di prove sui singoli episodi di spaccio non esclude il reato associativo, che è autonomo. Infine, il pericolo di recidiva rimane attuale a causa del ruolo di vertice dell'indagato, dei suoi legami criminali e dell'assenza di un lavoro lecito. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Traffico di stupefacenti: da accordo occasionale a banda stabile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti, padre e figlio, accusati di aver promosso e organizzato un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti tra la Spagna e l'Italia. I ricorrenti contestavano l'esistenza del sodalizio criminale, sostenendo si trattasse solo di singoli episodi isolati di importazione di droga. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, chiarendo che l'esistenza del vincolo associativo permanente può essere dimostrata attraverso comportamenti concreti (facta concludentia), come l'uso di telefoni criptati, la disponibilità di ingenti capitali e la divisione dei compiti. Anche la breve durata delle indagini non esclude il reato se emerge un sistema collaudato. Di conseguenza, le condanne sono definitive e i ricorrenti dovranno pagare le spese processuali.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Un indagato ha fatto ricorso in Cassazione contro la custodia in carcere per i reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e tentata importazione di cocaina dal Sudamerica. La difesa sosteneva che si trattasse di semplici accordi occasionali (concorso di persone) e non di una vera associazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la gravità degli indizi, evidenziando una struttura organizzativa stabile, finanziamenti ingenti e un programma criminoso indeterminato. La Corte ha ribadito che per l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti non serve la consumazione dei singoli reati-fine, ma basta l'accordo stabile e duraturo per un flusso continuo di droga.
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Associazione a delinquere: finti spazzini e veri furti
Quattro malviventi avevano organizzato una serie sistematica di furti ai danni di anziani, fingendosi addetti comunali della raccolta differenziata. Mentre una complice distraeva le vittime, gli altri svaligiavano le case. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di furto e per il reato di associazione a delinquere. I giudici hanno ritenuto pienamente provata l'esistenza di una banda organizzata grazie all'uso incrociato di tabulati telefonici, celle di aggancio e riconoscimenti vocali. La Suprema Corte ha chiarito che i tabulati telefonici, se supportati da altri indizi concordanti come il possesso di SIM fittizie e attrezzi da scasso, costituiscono una prova solida per dimostrare la stabilità del gruppo criminale. Tutti i ricorsi sono stati rigettati.
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Fondi migranti: Onlus e associazione a delinquere smascherate
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre soggetti condannati per il reato di associazione a delinquere e truffa aggravata. Gli imputati avevano costituito diverse Onlus e cooperative fittizie al solo scopo di aggiudicarsi appalti pubblici indetti dalle prefetture per l'accoglienza dei migranti. Attraverso la presentazione di documenti incompleti, false fatturazioni e triangolazioni societarie, il gruppo drenava sistematicamente fondi pubblici per scopi personali. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale dei ricorrenti, evidenziando come la partecipazione al sodalizio criminoso fosse provata da intercettazioni telefoniche e flussi finanziari ingiustificati. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese processuali e delle spese di difesa a favore del Ministero dell'Interno.
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