La Corte di Cassazione ha esaminato la posizione di un soggetto detenuto dal 2015, accusato di far parte di un'organizzazione familiare dedita allo spaccio. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, basandosi su colloqui carcerari in cui l'indagato dava consigli al figlio su future alleanze e contatti. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso difensivo, evidenziando l'assenza di gravi indizi di un apporto concreto, effettivo e attuale. I meri consigli paterni o i progetti futuri, non seguiti da fatti reali e privi di contatti con i fornitori del gruppo, non integrano la partecipazione associativa. La Suprema Corte ha annullato con rinvio l'ordinanza impugnata per una nuova valutazione cautelare.
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