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Ordinamento Penitenziario

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559 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Liberazione Anticipata negata: l’evasione vanifica il percorso rieducativo
Un condannato ha chiesto la liberazione anticipata per un periodo di tre semestri. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il beneficio, decisione poi confermata dalla Corte di Cassazione. La motivazione principale è stata l'evasione dalla detenzione domiciliare commessa dal condannato durante il periodo in esame. Questa condotta ha rivelato una mancata partecipazione al percorso rieducativo. La Suprema Corte ha ribadito che un reato come l'evasione può compromettere la valutazione positiva anche dei semestri precedenti, vanificando la richiesta di liberazione anticipata.
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Permesso premio negato tra tentata rieducazione e sanzioni
Il Detenuto ha richiesto la concessione di un permesso premio per incontrare un suo ex docente scolastico. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza a causa delle recenti violazioni disciplinari commesse in carcere, come l'uso di sostanze stupefacenti, e del rischio di fuga. Il Detenuto ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo di non aver ottenuto una valutazione aggiornata del proprio percorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno evidenziato che la decisione impugnata era motivata in modo solido e priva di vizi logici. Per ottenere il beneficio del permesso premio non basta un generico legame affettivo, ma occorrono una condotta irreprensibile ed una concreta adesione al percorso di rieducazione. La decisione ha comportato la condanna al pagamento delle spese di giudizio.
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Condizioni detentive disumane: la Cassazione salva il ricorso errato
Il Detenuto ha richiesto una riduzione della pena a causa di condizioni detentive disumane subite in carcere, lamentando uno spazio inferiore a tre metri quadrati e scarsa igiene. Il Magistrato di Sorveglianza ha respinto la richiesta. Il Detenuto ha quindi presentato ricorso direttamente in Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che non è possibile scavalcare i gradi di giudizio: contro la decisione del Magistrato occorre prima proporre reclamo al Tribunale di Sorveglianza. Tuttavia, per salvare l'azione del Detenuto, la Cassazione ha riqualificato il ricorso come reclamo, trasferendo gli atti al Tribunale di Sorveglianza di Roma per la decisione finale.
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Regime di semilibertà: no ai benefici se si ignorano i clan
Il Tribunale di Sorveglianza concedeva il regime di semilibertà a un condannato per reati di criminalità organizzata, ritenendo impossibile una sua fattiva collaborazione. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione, evidenziando che il giudice ha ignorato le relazioni della Direzione Nazionale Antimafia e della Direzione Distrettuale Antimafia. Tali documenti attestavano l'elevato spessore criminale del soggetto, legato a noti clan mafiosi, e il rischio di riallacciare i contatti con il territorio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando un travisamento della prova per omissione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di concessione e ha rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per una nuova e più approfondita valutazione dei fatti.
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Sanzione disciplinare in carcere: accolto il reclamo negato
Un detenuto ha ricevuto una sanzione disciplinare in carcere consistente nell'esclusione dalle attività comuni per cinque giorni a causa di una presunta lite. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile il suo reclamo, ritenendo i motivi troppo generici perché contestavano solo la ricostruzione dei fatti. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del detenuto. I giudici hanno chiarito che, per sanzioni gravi come l'esclusione dalle attività comuni, il controllo del magistrato entra nel merito della vicenda. Di conseguenza, il detenuto ha il pieno diritto di contestare la ricostruzione dell'episodio per difendersi. La Cassazione ha quindi annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame del caso.
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Risarcimento per sovraffollamento in carcere: la parola non basta
Il Detenuto ha richiesto il risarcimento per sovraffollamento in carcere per un periodo di detenzione risalente agli anni 1986-1988. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda perché i registri cartacei dell'epoca erano andati perduti e le dichiarazioni del richiedente non indicavano la superficie esatta delle celle. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che, sebbene le dichiarazioni del detenuto godano di una presunzione di veridicità, esse devono essere complete. In mancanza di dati precisi sulla superficie della cella e senza registri ufficiali, non è possibile dimostrare che lo spazio individuale fosse inferiore ai tre metri quadrati. Il Detenuto perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Colloqui in videochiamata per detenuti: il sì anche al 41-bis
Un detenuto sottoposto al regime differenziato del 41-bis ha richiesto di poter svolgere i colloqui mensili con i propri familiari tramite Skype, a causa delle restrizioni agli spostamenti imposte dalla pandemia da Covid-19. Il Tribunale di sorveglianza ha accolto la richiesta, ma l'Amministrazione penitenziaria ha proposto ricorso, ritenendo che tale modalità non costituisse un diritto e presentasse rischi per la sicurezza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che i colloqui in videochiamata per detenuti rappresentano un'estensione del fondamentale diritto ai rapporti familiari, applicabile anche al regime speciale. La Corte ha chiarito che la sicurezza è garantita dall'uso di reti protette e dalla vigilanza del personale, rendendo illegittimo il divieto assoluto in presenza di oggettive impossibilità di svolgere i colloqui di persona.
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Colloqui in videochiamata per detenuti: sì anche al 41-bis
Il Ministero della Giustizia ha impugnato l'ordinanza che consentiva a un detenuto in regime di massima sicurezza (41-bis) di svolgere i colloqui mensili con i familiari a distanza durante l'emergenza Covid-19. L'Amministrazione sosteneva che i colloqui in videochiamata per detenuti in regime differenziato non fossero un diritto e presentassero rischi per la sicurezza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il diritto a mantenere i rapporti affettivi è fondamentale e di rango costituzionale. Nei casi di assoluta impossibilità di svolgere incontri in presenza, come durante la pandemia, i colloqui in videochiamata per detenuti devono essere garantiti anche a chi è sottoposto al regime speciale, poiché i sistemi informatici protetti dell'amministrazione e i controlli da remoto escludono pericoli per la sicurezza pubblica.
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Pena lunga ma età avanzata: sì alla detenzione domiciliare
Il Tribunale di Sorveglianza dichiarava inammissibile la richiesta di detenzione domiciliare presentata da un condannato ultrasettantenne, ritenendo ostativo il limite della pena residua superiore a due anni. Il Condannato proponeva ricorso per cassazione, lamentando la mancata applicazione della norma speciale che esclude limiti di pena per i condannati con più di settant'anni. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che la detenzione domiciliare per gli ultrasettantenni non è soggetta ai normali limiti di pena. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento limitatamente a questa richiesta, rinviando la decisione al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione.
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Liberazione anticipata: l’assoluzione cancella il no del carcere
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un detenuto a cui era stata negata la liberazione anticipata per un semestre. Il diniego si basava sul ritrovamento di due cellulari nella cella comune, fatto per cui il detenuto era stato sanzionato in via disciplinare ma assolto in sede penale per non aver commesso il fatto. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di sorveglianza non può ignorare un'assoluzione penale con formula piena. Pur essendoci autonomia tra procedimento disciplinare e penale, l'accertamento definitivo della mancata commissione del fatto impedisce di usare quell'episodio come unico motivo per negare la liberazione anticipata. L'ordinanza è stata annullata con rinvio.
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Sopravitto dei detenuti: la piastra elettrica non è gratis
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'addebito mensile di tre euro a carico di un detenuto per i consumi elettrici di una piastra a induzione usata in cella. Il detenuto, sottoposto al regime speciale, contestava il prelievo ritenendolo non dovuto e non compreso nelle spese ordinarie. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che l'energia utilizzata per cucinare cibi personali rientra nel concetto di sopravitto dei detenuti. Di conseguenza, tali costi non gravano sullo Stato ma devono essere rimborsati dal ristretto, in quanto l'uso di piastre elettriche costituisce una spesa extra legata a scelte personali del detenuto.
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Diritti dei detenuti: no alla borsa frigo rigida in cella
Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione del Tribunale di Sorveglianza che consentiva a un detenuto in regime speciale di acquistare una borsa frigo rigida per conservare gli alimenti. La Corte di Cassazione ha chiarito il confine tra i diritti dei detenuti e il potere organizzativo delle carceri. Sebbene esista il diritto fondamentale a una sana alimentazione e alla corretta conservazione del cibo, le modalità pratiche per garantirlo rientrano nella discrezionalità dell'amministrazione penitenziaria. Poiché l'istituto offriva già un'alternativa idonea, ovvero l'uso di borse morbide con mattonelle refrigeranti sostituibili, la scelta di vietare il contenitore rigido per motivi di sicurezza è legittima. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio il provvedimento limitatamente all'acquisto della borsa rigida, accogliendo il ricorso del Ministero.
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Liberazione anticipata negata: cellulare in cella costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto a causa della sua condotta complessiva. Durante la detenzione, l'uomo ha mostrato difficoltà di adattamento, ha rifiutato un lavoro interno e ha subito sanzioni disciplinari, tra cui il possesso di un micro-cellulare. Il detenuto ha fatto ricorso sostenendo che i singoli episodi negativi non dovessero annullare l'intera valutazione semestrale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la valutazione della liberazione anticipata richiede un esame globale della personalità. Comportamenti non cooperativi in alcuni semestri possono influenzare negativamente anche i periodi contigui privi di sanzioni, se manca la prova di un reale percorso di rieducazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Sanzione disciplinare detenuti: la protesta rumorosa è illecita
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la sanzione disciplinare detenuti inflittagli per aver partecipato a una protesta collettiva. Il detenuto, insieme ad altri, aveva effettuato la cosiddetta "battitura" dei blindati delle celle per 15-20 minuti al giorno per più giorni consecutivi. La Suprema Corte ha chiarito che tale condotta supera la normale tollerabilità e costituisce un comportamento molesto per la comunità penitenziaria, arrecando disturbo e ostacolando i controlli della polizia. Di conseguenza, la sanzione è legittima e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Divieto di stampa locale al 41-bis: sicurezza batte informazione
Il Tribunale di Messina ha confermato il provvedimento che vieta a un detenuto in regime di 41-bis l'acquisto e la ricezione di giornali locali. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione del diritto all'informazione e la mancanza di verifiche sulla provenienza geografica degli altri detenuti con cui condivide i momenti di socialità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del divieto di stampa locale. I giudici hanno chiarito che la misura è giustificata dal rischio concreto che i giornali locali fungano da canale di collegamento con l'esterno, specialmente perché il detenuto socializza con soggetti provenienti da tutta Italia legati a consorterie criminali. Il diritto all'informazione resta comunque garantito dalla possibilità di ricevere la stampa nazionale.
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Liberazione anticipata: un errore non cancella il riscatto
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato al Condannato il beneficio della liberazione anticipata per un periodo di detenzione degli anni Ottanta. I giudici avevano motivato il diniego a causa di un successivo reato di lesioni commesso nel 1988 contro una guardia penitenziaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, annullando la decisione. La Suprema Corte ha chiarito che un singolo episodio successivo, specie se di modesta entità e distante nel tempo, non può cancellare automaticamente la precedente condotta positiva. Il Tribunale deve valutare concretamente l'impatto del comportamento sul percorso di rieducazione complessivo.
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Evasione dai domiciliari: la breve durata non evita la condanna
Il Detenuto, in regime di detenzione domiciliare, si è allontanato dalla propria abitazione in un orario non autorizzato dal Tribunale di Sorveglianza. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'irrilevanza penale del fatto a causa della brevità dell'assenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la breve durata dell'allontanamento non esclude il reato di evasione dai domiciliari. La specifica disciplina di favore invocata non si applicava al caso concreto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reclamo del detenuto: no a nduja e astice per sicurezza
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero della Giustizia contro la decisione che consentiva a un detenuto di ricevere alimenti specifici (come crostacei e nduja) nei pacchi dei familiari. La Suprema Corte ha chiarito che il reclamo del detenuto non può riguardare le concrete modalità di ricezione dei beni alimentari, poiché queste non costituiscono un diritto soggettivo assoluto. Tali regole rientrano infatti nella discrezionalità dell'amministrazione penitenziaria, che deve garantire la sicurezza e l'igiene all'interno del carcere. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio il provvedimento favorevole al detenuto, ristabilendo i divieti imposti dal regolamento interno dell'istituto.
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Permesso premio al 41-bis: la condotta non cancella il passato
Il Detenuto, condannato all'ergastolo e sottoposto al regime speciale del 41-bis per associazione mafiosa, ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta, evidenziando la sua elevata pericolosità sociale e il legame ancora attivo con la cosca criminale di provenienza, nonostante la buona condotta carceraria e il percorso di studi intrapreso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del detenuto. I giudici hanno chiarito che non esiste un'incompatibilità assoluta tra il regime del 41-bis e il permesso premio, ma l'accesso al beneficio richiede una valutazione rigorosa e la prova concreta di un reale ravvedimento, che nel caso specifico è mancata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Permesso premio: la buona condotta non cancella la pericolosità
Il Detenuto ha proposto ricorso contro il diniego del permesso premio stabilito dal Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per ottenere il permesso premio, la buona condotta in carcere non è sufficiente. È indispensabile accertare l'assenza di pericolosità sociale del condannato. Questa valutazione richiede un rigore ancora maggiore per chi ha commesso reati gravi e deve scontare una pena molto lunga. In questi casi, la mancanza di una reale revisione critica del proprio passato criminale impedisce la concessione del beneficio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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