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Mutuo Dissenso

64 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Accordo con cui le parti decidono consensualmente di sciogliere un contratto precedentemente stipulato.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Opposizione a precetto: il credito si valuta alla decisione
Un creditore ottiene una sentenza favorevole che condanna il debitore al pagamento delle spese legali. Successivamente cede tale credito al proprio avvocato, ma in seguito i due sciolgono l'accordo per mutuo dissenso. Il creditore notifica quindi un atto di precetto al debitore. Il debitore propone opposizione a precetto sostenendo la mancanza di titolarità del credito in capo al notificante. Durante la causa di opposizione, il creditore deposita la scrittura di retrocessione del credito. La Corte di Cassazione chiarisce che l'opposizione a precetto è un giudizio di cognizione a pieno titolo. Il giudice deve verificare la sussistenza del credito fino al momento della decisione finale, esaminando anche i documenti prodotti in corso di causa.
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Mutuo Dissenso Contratto Preliminare: Inerzia non basta, serve la forma scritta
Un Acquirente aveva stipulato un contratto preliminare per l'acquisto di un terreno. Dopo una precedente causa che aveva lasciato il contratto valido, l'Acquirente ha chiesto la risoluzione per mutuo dissenso, sostenendo che l'inerzia delle parti equivalga a un accordo tacito. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, affermando che il mutuo dissenso di un contratto preliminare immobiliare richiede la forma scritta ad substantiam, non potendo essere provato per presunzioni o comportamenti concludenti. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che la volontà di sciogliere un contratto immobiliare deve essere espressa per iscritto, anche se si tratta di un mutuo dissenso.
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Recesso da associazione professionale e quota sul fatturato
Due professionisti fondano una struttura comune. Un socio comunica il recesso da associazione professionale pretendendo una liquidazione pari a un terzo del fatturato annuo lordo, in forza dello statuto. Il socio rimasto contesta la pretesa, sostenendo l'avvenuto scioglimento dell'ente e la nullita della clausola sul fatturato per violazione della buona fede. La Corte d'Appello riconosce il recesso ma omette di pronunciarsi sulla contestazione relativa alla validita della clausola statutaria. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del socio superstite. I giudici di merito dovevano valutare espressamente se la liquidazione calcolata sul fatturato lordo generasse un arricchimento ingiustificato in contrasto con la buona fede contrattuale. La causa torna in appello per esaminare la validita della norma dello statuto.
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Imposta di registro proporzionale: confermata la tassazione
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di liquidazione a diversi contribuenti per recuperare l'imposta di registro proporzionale, ipotecaria e catastale. L'atto notarile comprendeva lo scioglimento per mutuo dissenso di una precedente usucapione e l'enunciazione di una divisione di terreni edificabili con conguagli. I contribuenti hanno contestato la pretesa fiscale, invocando la natura ereditaria dei beni e sentenze favorevoli ottenute da altri coeredi. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei contribuenti. I giudici hanno dichiarato inammissibili le censure per difetto di specificità e autosufficienza. La Corte ha confermato la piena legittimità della tassazione applicata dal Fisco sugli accordi risolutori e sulle disposizioni enunciate nel rogito.
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Risoluzione preliminare di vendita: la forma scritta è essenziale
Un promittente acquirente non ottiene il mutuo per l'acquisto di un immobile. I promittenti venditori non chiedono l'adempimento del contratto. La Corte d'Appello ha ritenuto che il contratto preliminare si fosse risolto per mutuo dissenso, condannando i venditori a restituire l'acconto. La Cassazione, invece, ha accolto il ricorso dei venditori. Ha stabilito che la risoluzione preliminare di vendita per mutuo dissenso richiede sempre la forma scritta, specialmente per immobili. La Corte ha cassato la sentenza d'Appello, rinviando il caso per una nuova valutazione.
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Diritto alla provvigione del mediatore: rinuncia dei venditori non annulla il compenso
Un'Agenzia Immobiliare ha agito in giudizio per ottenere il pagamento della provvigione dopo aver intermediato una proposta d'acquisto accettata per un immobile. I venditori, tuttavia, hanno successivamente rinunciato alla vendita. L'acquirente, condannata in appello a pagare la provvigione all'Agenzia, ha ottenuto dai venditori la manleva per tale somma. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei venditori, confermando il Diritto alla provvigione del mediatore anche se l'affare non si è perfezionato a causa della loro rinuncia. La provvigione è stata calcolata sul prezzo pattuito nella proposta accettata.
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Principio di autosufficienza: ricorso respinto in Cassazione
Una promissaria acquirente ha agito in giudizio per ottenere il trasferimento di alcuni immobili promessi in vendita con un contratto preliminare, impugnando la compravendita conclusa dal venditore con una confinante che aveva esercitato il diritto di prelazione agraria. A seguito del rigetto della domanda nei gradi di merito, l'acquirente ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per la violazione del principio di autosufficienza. La ricorrente ha infatti omesso di trascrivere e specificare nel ricorso i motivi di impugnazione presentati nel giudizio di appello, impedendo ai giudici di valutare direttamente la fondatezza delle censure. Di conseguenza, la parte ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.
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Tassazione del mutuo dissenso: l’imposta è proporzionale
Alcuni proprietari avevano firmato un contratto preliminare per vendere due immobili, incassando una caparra confirmatoria. Successivamente, le parti hanno deciso di sciogliere l'accordo con un atto pubblico di mutuo dissenso, restituendo l'intera somma ricevuta. L'amministrazione finanziaria ha applicato l'imposta di registro proporzionale del 3% sull'atto di risoluzione. I proprietari hanno impugnato gli avvisi fiscali, sostenendo che lo scioglimento ripristinasse solo lo stato precedente senza generare nuova ricchezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che la tassazione del mutuo dissenso prevede l'imposta proporzionale, poiché l'accordo per sciogliere un contratto costituisce un nuovo negozio autonomo con effetti restitutori.
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Graduatorie di assunzione: due rifiuti cancellano il diritto
Una lavoratrice stagionale ha contestato l'esclusione dalle graduatorie di assunzione gestite da un'azienda. L'accordo sindacale prevedeva la cancellazione automatica dall'elenco dopo due rifiuti consecutivi alle proposte lavorative. La dipendente aveva rifiutato parzialmente l'incarico nel 1999 e non aveva sottoscritto il contratto nel 2000, rimanendo poi inattiva per nove anni prima di richiedere il risarcimento per perdita di chance. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice, confermando la piena legittimità della sua cancellazione dalle graduatorie di assunzione e ravvisando un implicito scioglimento del vincolo per mutuo consenso.
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Risoluzione del contratto per inadempimento e colpa delle parti
Un committente e un'impresa stipulano un accordo per lavori di escavazione e ripristino ambientale. L'esecuzione si blocca e le parti si accusano a vicenda chiedendo entrambe la risoluzione del contratto per inadempimento e il risarcimento dei danni. I giudici di merito accertano che il committente ha ritardato le opere necessarie, mentre l'impresa è rimasta inerte senza sollecitare l'avvio dei lavori, violando la buona fede. La Corte d'Appello rigetta le domande di risoluzione e risarcimento di entrambe le parti, negando però anche il saldo dei lavori già svolti dall'impresa. La Corte di Cassazione conferma il rigetto della risoluzione per colpa reciproca, ma accoglie il ricorso dell'impresa sul compenso: se il contratto resta valido per difetto di risoluzione, il diritto al pagamento delle opere effettivamente eseguite rimane integro e deve essere valutato.
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Mutuo dissenso: l’immobile restituito va comunque ai creditori
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un privato contro il fallimento di una società. La controversia riguardava un atto di retrocessione di un immobile, qualificato dalle parti come scioglimento per mutuo dissenso di una precedente donazione. La Suprema Corte ha chiarito che, quando gli effetti traslativi di un contratto si sono già interamente prodotti, il mutuo dissenso non opera come semplice ripristino retroattivo, ma costituisce un nuovo e autonomo contratto con effetti opposti (contrarius actus). Poiché la società, poi fallita, ha restituito l'immobile al privato senza ricevere alcuna controprestazione o concreto vantaggio economico, l'atto è stato qualificato come gratuito. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato l'inefficacia dell'atto ai sensi della legge fallimentare, stabilendo che l'immobile deve rientrare nel patrimonio del fallimento a tutela dei creditori.
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Risoluzione per mutuo dissenso: firma tombale senza risarcimento
Un'impresa appaltatrice e una società committente, dopo la sospensione dei lavori edilizi, firmano una scrittura privata. L'accordo prevede il pagamento delle opere eseguite e una clausola in cui l'impresa dichiara di non aver altro a pretendere. Successivamente, l'impresa chiede il risarcimento dei danni, sostenendo che si trattasse di un recesso unilaterale del committente. I giudici di merito rigettano la domanda, qualificando l'accordo come una risoluzione per mutuo dissenso che estingue ogni pretesa. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ribadisce che l'interpretazione del contratto spetta esclusivamente al giudice di merito, purché motivata logicamente e nel rispetto dei canoni letterali. Di conseguenza, l'impresa perde definitivamente la causa.
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Revocazione per errore di fatto: la svista non è errore di giudizio
Una Committente ha proposto ricorso per revocazione contro una sentenza di Cassazione che aveva confermato la risoluzione per mutuo consenso di un contratto d'appalto con un'impresa edile. La ricorrente lamentava un presunto errore di fatto, sostenendo che la Corte non avesse esaminato interamente i motivi del suo precedente ricorso, in particolare sulla retroattività dello scioglimento contrattuale e sulla ripartizione delle spese. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la revocazione per errore di fatto non può essere utilizzata per contestare l'interpretazione o la valutazione dei motivi di ricorso operata dal giudice, trattandosi di attività valutativa e non di una mera svista materiale o percettiva. Di conseguenza, la decisione precedente è stata confermata e la Committente ha perso il giudizio.
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Dirottamento della clientela: la penale si applica sempre
Lo Studio Associato e la Società hanno citato in giudizio il Collaboratore per il dirottamento della clientela verso altre realtà professionali, chiedendo il pagamento della penale contrattuale di oltre 131.000 euro. Il Tribunale ha accolto la domanda, rilevando che circa quaranta clienti erano stati trasferiti con modalità seriali e coordinate. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile il gravame. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando la validità della penale. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione del contratto secondo buona fede impone di tutelare il patrimonio del committente, a prescindere dalle modalità di cessazione del rapporto. Il Collaboratore perde la causa e deve pagare la penale e le spese legali.
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Imposta di registro sulla sentenza: si paga anche senza il prezzo
L'Acquirente ottiene una sentenza per il trasferimento di un immobile subordinato al pagamento del prezzo. L'Agenzia delle Entrate richiede l'imposta di registro in misura proporzionale. I Venditori e l'Acquirente si oppongono, sostenendo che il trasferimento non fosse ancora efficace e che il contratto fosse stato successivamente risolto per mutuo dissenso. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dei contribuenti. La Corte stabilisce che la sentenza che dispone il trasferimento immobiliare ex art. 2932 c.c., condizionata al pagamento del prezzo, sconta l'imposta di registro proporzionale. Trattandosi di una condizione che dipende dalla volontà dell'acquirente, non opera la sospensione d'imposta. Inoltre, l'imposta di registro è un'imposta d'atto: si applica sulla base degli effetti della sentenza stessa, senza che rilevino accordi successivi di risoluzione.
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Mutuo dissenso: restituzione acconto ma zero indennità
Un promissario acquirente e una promittente venditrice stipulano contratti preliminari per un immobile, con consegna anticipata e versamento di un acconto. Successivamente, sorgono contestazioni sulla mancata stipula del definitivo. La Corte d'Appello dichiara lo scioglimento dei contratti per mutuo dissenso, escludendo la colpa esclusiva di una parte, e ordina la restituzione dell'acconto, rigettando la richiesta della venditrice di un'indennità per l'occupazione dell'immobile. La Corte di Cassazione conferma questa decisione. I giudici stabiliscono che, in caso di scioglimento per mutuo dissenso con effetti non retroattivi, l'occupazione dell'immobile consegnato in anticipo è legittima fino alla pronuncia di risoluzione. Di conseguenza, non è dovuta alcuna indennità di occupazione alla proprietaria. La Cassazione rigetta il ricorso della venditrice, che perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Locazione finanziaria: trattative saltate e addio al riscatto
L'Azienda utilizzatrice si opponeva alla risoluzione di due contratti di locazione finanziaria immobiliare promossa dalla Società concedente, sostenendo che le parti avessero già concordato lo scioglimento consensuale per mutuo dissenso tramite un accordo di riscatto anticipato. Il Tribunale e la Corte d'Appello respingevano la tesi dell'utilizzatrice, rilevando che le trattative non si erano mai perfezionate in un vero accordo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'utilizzatore. La Suprema Corte ha chiarito che non vi è stato un valido incontro tra proposta e accettazione ai sensi dell'art. 1326 c.c. Inoltre, i motivi di ricorso sono stati giudicati generici per la mancata trascrizione dei documenti chiave nel testo del ricorso, violando il principio di specificità. Vince la Società concedente, che mantiene gli immobili e ottiene la condanna alle spese dell'avversario.
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Contratto preliminare di compravendita: nullo il recesso verbale
Tre soggetti firmano un contratto preliminare di compravendita per acquistare immobili da una società, subordinando l'efficacia al finanziamento (condizione sospensiva). Saltato l'affare, il primo acquirente agisce in giudizio per la risoluzione, sostenendo che gli altri due avessero rinunciato all'acquisto. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del primo acquirente: lo scioglimento del vincolo per gli altri co-acquirenti richiedeva la forma scritta obbligatoria (ad substantiam) e non poteva avvenire per comportamenti concludenti. Inoltre, non essendosi verificata la condizione sospensiva del finanziamento, il contratto non ha mai prodotto effetti. Di conseguenza, non è configurabile alcun inadempimento e il primo acquirente perde la causa, dovendo restituire le somme ricevute in precedenza.
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Notifica tardiva del ricorso: addio all’eredità contesa
Una donna ha impugnato la decisione che dichiarava nullo l'accordo sulla proprietà di un terreno ereditario. Tuttavia, la sua richiesta è stata respinta per via di una notifica tardiva del ricorso. Il primo tentativo di notifica ai parenti era fallito a dicembre 2016 per indirizzo errato e irreperibilità dei destinatari. La ricorrente ha riattivato la procedura solo ad aprile 2017, attendendo quasi quattro mesi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: in caso di esito negativo della prima notifica, la parte deve riavviare il procedimento con immediata tempestività, senza superare la metà dei termini ordinari. Di conseguenza, la donna perde definitivamente la causa e deve pagare un ulteriore contributo unificato.
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Caparra confirmatoria: se entrambi sbagliano va restituita
Un Acquirente e una Venditrice firmano un contratto preliminare per la compravendita di un immobile. Entrambi, però, violano gli accordi: l'Acquirente non consegna le perizie nei tempi stabiliti, mentre la Venditrice non avvia le cause di usucapione necessarie a garantire la proprietà del bene. Entrambe le parti dichiarano di voler recedere dal contratto, pretendendo l'una il doppio e l'altra la ritenzione della caparra confirmatoria. I giudici di merito rilevano inadempimenti reciproci di pari gravità, dichiarando risolto il contratto per mutuo dissenso e ordinando la restituzione della caparra. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, rigettando i ricorsi di entrambi. Quando vi sono inadempienze reciproche ed equivalenti, il contratto si scioglie e la caparra confirmatoria va restituita, senza che nessuna parte possa trattenerla o pretenderne il doppio.
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