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Misure Di Prevenzione — Anno 2023

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118 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misure Di Prevenzione

Provvedimenti

Sorveglianza speciale: il volontariato non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per la durata di tre anni nei confronti di un soggetto condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Il sottoposto contestava la persistenza della sua pericolosità sociale, valorizzando elementi come la confessione, la condotta carceraria e lo svolgimento di attività di volontariato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la lunghissima militanza (quasi trentennale) e il ruolo di spicco ricoperto all'interno del sodalizio mafioso giustificano la presunzione di attualità del vincolo associativo. I giudici hanno chiarito che il volontariato e una collaborazione parziale non bastano a dimostrare l'effettivo allontanamento dall'organizzazione criminale.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: condanna definitiva
Un cittadino, condannato a sei mesi di arresto per aver violato le misure di prevenzione previste dal Codice Antimafia, ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché i motivi presentati erano generici e ripetevano semplicemente le tesi già respinte in appello. I giudici hanno chiarito che l'inammissibilità del ricorso principale rende inammissibili anche i motivi aggiunti relativi alla prescrizione del reato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: no a ricorsi ripetitivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a sei mesi di reclusione per la violazione della sorveglianza speciale (art. 75, comma 2, D.Lgs. 159/2011). Il ricorrente aveva contestato la decisione della Corte d'Appello riproponendo gli stessi identici motivi già respinti nei gradi precedenti, senza aggiungere nuove argomentazioni valide. I giudici di legittimità hanno ribadito che la semplice ripetizione dei motivi d'appello rende il ricorso generico e, di conseguenza, inammissibile. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure di prevenzione: ricorso ripetitivo costa caro al condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a sei mesi di arresto per la violazione delle prescrizioni relative alle misure di prevenzione (artt. 31 e 76 D.Lgs. n. 159/2011). Il ricorrente aveva contestato la mancata prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi del ricorso erano generici e ripetitivi rispetto a quelli già esaminati e respinti in appello. Di conseguenza, il cittadino è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Foglio di via obbligatorio: mentire sulla residenza non salva
Un cittadino è stato condannato a due mesi di arresto per aver violato il foglio di via obbligatorio, ritornando nel comune da cui era stato allontanato. L'uomo ha impugnato la sentenza in Cassazione, sostenendo che l'ordine di rimpatrio fosse illegittimo poiché egli era privo di una residenza effettiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che l'imputato stesso aveva precedentemente dichiarato una residenza precisa alle autorità. Di conseguenza, la tesi difensiva è stata giudicata del tutto infondata e generica. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Errore del giudice e prescrizione del reato: condanna annullata
L'Imputato era stato condannato dalla Corte d'Appello a otto mesi e dieci giorni di reclusione per violazione delle misure di prevenzione antimafia. Contro la condanna, il difensore ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'erronea applicazione della recidiva, mai formalmente contestata dall'accusa, e il mancato riconoscimento di circostanze attenuanti. La Suprema Corte ha rilevato che l'erronea applicazione della recidiva rendeva il ricorso ammissibile, consentendo così di rilevare d'ufficio la causa di estinzione del reato. Poiché l'ultimo fatto contestato risaliva al luglio 2015, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando la prescrizione del reato per decorso dei termini di legge.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: condanna e sanzione
Il caso riguarda un cittadino condannato alla pena di quattro mesi di arresto per la violazione delle prescrizioni imposte dal Codice Antimafia. L'imputato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando un'erronea applicazione della legge e un vizio di motivazione della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché i motivi presentati erano del tutto generici e si limitavano a ripetere le medesime contestazioni già sollevate e ampiamente respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure di prevenzione personali: stop a chi vive di soli reati
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino contro l'applicazione delle misure di prevenzione personali, nello specifico la sorveglianza speciale per un anno con cauzione. Il provvedimento si fondava sui numerosi precedenti per reati contro il patrimonio (furto, rapina, estorsione) commessi tra il 2017 e il 2020, che dimostravano come l'uomo vivesse abitualmente con i proventi di attività illecite. La difesa contestava l'inquadramento della pericolosità sociale e la carenza di motivazione. La Suprema Corte ha chiarito che, in materia di misure di prevenzione, il ricorso in Cassazione è limitato alla sola violazione di legge. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno ampiamente e logicamente motivato la persistenza e l'attualità della pericolosità del soggetto, rendendo legittima l'applicazione della misura restrittiva.
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Ammissione al passivo codice antimafia: creditori contro Stato
Gli eredi di un creditore hanno richiesto l'ammissione al passivo codice antimafia per un credito vantato verso un soggetto sottoposto a sequestro di prevenzione. Il giudice delegato ha respinto la richiesta poiché il debitore possedeva altri tre immobili liberi da vincoli, restituitigli poco prima della decisione. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che l'assenza di altri beni del debitore (requisito per l'ammissione) deve essere valutata al momento della decisione del giudice e non al momento della domanda. Inoltre, il pignoramento immobiliare non costituisce una causa legittima di prelazione idonea a derogare a questa regola. I ricorrenti perdono il ricorso e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Misure di prevenzione: confermata la sorveglianza al ladro
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure di prevenzione nei confronti di un soggetto dedito all'abituale attività di far saltare in aria sportelli bancomat per impadronirsi del denaro. Il Tribunale e la Corte di Appello avevano disposto la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per cinque anni con obbligo di soggiorno, ritenendo sussistente una elevata pericolosità sociale basata su un decennio di condotte illecite a scopo di lucro. Il ricorrente ha impugnato il provvedimento lamentando carenze motivazionali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità, poiché i motivi non si confrontavano criticamente con le decisioni dei giudici di merito e non consideravano la gravità delle condotte predatorie, pericolose per l'incolumità pubblica. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Misure di prevenzione antimafia: sproporzione tra reddito e beni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Proposto contro l'applicazione delle misure di prevenzione antimafia, confermando la sorveglianza speciale per quattro anni e la confisca di quote immobiliari intestate fittiziamente alla moglie. I giudici hanno ribadito che l'attualità della pericolosità sociale legata all'affiliazione mafiosa è stata correttamente accertata fino al 2015. Inoltre, la confisca è legittima a causa della costante sproporzione tra i beni posseduti e i redditi dichiarati dal nucleo familiare tra il 1987 e il 2015. La Suprema Corte ha escluso la violazione del divieto di doppio giudizio, poiché la precedente procedura esecutiva riguardava un arco temporale differente e limitato. Di conseguenza, il ricorrente perde definitivamente i beni confiscati e deve pagare le spese processuali.
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Intestazione fittizia di beni: condannato il figlio prestanome
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di intestazione fittizia di beni a carico del figlio di un soggetto sottoposto a indagini. Il padre aveva trasferito repentinamente le quote societarie al figlio per sottrarle a future misure di prevenzione patrimoniale. La Corte ha accertato che il figlio era pienamente consapevole della situazione giudiziaria del genitore, il quale continuava a gestire l'azienda come amministratore di fatto. I giudici hanno chiarito che i trasferimenti di quote all'interno del nucleo familiare, se privi di reale giustificazione economica, fanno presumere la natura fraudolenta dell'operazione. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del figlio, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna per 200 metri
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a sei mesi di arresto per la violazione della sorveglianza speciale. Il ricorrente contestava la ricostruzione oraria del controllo di polizia, sostenendo un errore nella valutazione dei tempi tra l'avvistamento fuori casa e il successivo controllo nell'abitazione. I giudici di legittimità hanno chiarito che gli orari indicati (avvistamento alle 1:10 e rientro alle 1:25 a soli 200 metri di distanza) sono perfettamente compatibili. La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità, confermando la condanna e infliggendo una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermati i sei mesi
Un cittadino, già condannato a sei mesi di arresto per aver violato le prescrizioni sulle misure di prevenzione previste dal Codice Antimafia, ha proposto ricorso lamentando un vizio di motivazione della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha rilevato che le contestazioni erano del tutto generiche e prive di un reale confronto con le prove e le argomentazioni dei giudici precedenti. Per questo motivo, la Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, confermando in via definitiva la condanna penale. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, non essendo emersi elementi idonei a escludere la sua colpa nella presentazione di un ricorso palesemente carente dei requisiti di legge.
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Misure di prevenzione: l’aiuto al clan supera l’assoluzione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna contro l'applicazione delle misure di prevenzione della sorveglianza speciale e dell'obbligo di soggiorno. La ricorrente sosteneva di non appartenere alla consorteria criminale e di essere stata assolta dalle accuse più gravi. Tuttavia, i giudici hanno confermato la sua pericolosità sociale basandosi su condotte concrete, come l'occultamento di armi e la gestione di un'auto rubata per conto del clan del marito. La Suprema Corte ha ribadito che l'appartenenza a un'associazione mafiosa, utile per disporre le misure di prevenzione, non richiede un'affiliazione stabile, ma comprende qualsiasi comportamento che favorisca attivamente gli scopi del gruppo criminale.
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Misure di prevenzione: ricorso respinto e multa al ricorrente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino contro l'applicazione della sorveglianza speciale per un anno e l'obbligo di versare una cauzione. Il ricorrente contestava l'attualità della sua pericolosità sociale, ma la Suprema Corte ha chiarito che il ricorso in Cassazione contro le misure di prevenzione è ammesso esclusivamente per violazione di legge. Poiché le contestazioni del ricorrente miravano a ottenere una rivalutazione dei fatti già esaminati dai giudici di merito, e non una reale violazione di norme, il ricorso è stato respinto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: la parentela non salva dalla condanna
Il Ricorrente, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, è stato condannato a un anno di reclusione per aver violato le prescrizioni della misura, avendo incontrato ripetutamente un soggetto con precedenti penali (il cognato). La difesa ha sostenuto l'occasionalità degli incontri, ma la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato che la Corte d'Appello ha motivato in modo logico e coerente la responsabilità penale del soggetto, basandosi sulla caratura criminale del frequentatore e sulla non occasionalità dei contatti. Di conseguenza, la condanna è definitiva e il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: la recidiva cancella il beneficio
Il Ricorrente ha impugnato la condanna per violazione delle misure di prevenzione, contestando la mancanza dell'elemento soggettivo e richiedendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere applicata d'ufficio quando emerge l'abitualità del comportamento del reo. Nel caso specifico, la presenza di una recidiva specifica, recente e reiterata dimostra la non occasionalità della condotta, escludendo così ogni possibilità di proscioglimento. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della sorveglianza speciale: no al riesame dei fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un soggetto condannato per la violazione della sorveglianza speciale (art. 75 d.lgs. 159/2011). Il ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, lamentando vizi di motivazione e travisamento della prova. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non può tradursi in un nuovo esame del merito. Inoltre, il travisamento della prova può essere dedotto solo se riguarda circostanze decisive che inficiano l'intera logica della decisione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Divieto di uso del cellulare: nullo l’avviso del Questore
Il caso riguarda un cittadino condannato per aver violato l'avviso orale del Questore, che gli imponeva il divieto di uso del cellulare. La Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. La decisione si basa su una storica sentenza della Corte Costituzionale (la numero 2 del 2023), che ha dichiarato illegittimo il potere del Questore di vietare l'uso dei telefoni cellulari. Essendo il telefono uno strumento essenziale per la vita quotidiana e la comunicazione, protetto dalla Costituzione, solo un giudice può limitarne l'utilizzo, e non un'autorità amministrativa tramite un semplice atto di polizia. Di conseguenza, la violazione di tale divieto non costituisce più reato.
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