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Misura Cautelare — Anno 2026

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608 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misura Cautelare

Provvedimenti

Misura cautelare e termini scaduti: libertà senza spese
Due indagati sottoposti a custodia in carcere contestano la decisione del Tribunale del riesame per il ritardo nel deposito dei motivi e l'uso di chat criptate. Nelle more del ricorso in Cassazione, lo stesso Tribunale dichiara decaduta la misura cautelare per il superamento del termine perentorio di trenta giorni. I difensori tentano di rinunciare al ricorso senza procura speciale, ma la Suprema Corte dichiara l'inammissibilità dell'impugnazione per sopravvenuta carenza di interesse, poiché la misura restrittiva ha già perso efficacia. I ricorrenti ottengono la liberazione senza condanna al pagamento delle spese di giustizia né alla sanzione pecuniaria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: dal mero sfogo al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato dei reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate. Le forze dell'ordine stavano eseguendo un controllo amministrativo e la bonifica ambientale presso l'abitazione dell'indagato. L'uomo ha aggredito fisicamente e verbalmente gli operatori per impedire l'intervento. Inizialmente sottoposto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, l'indagato ha subito l'aggravamento della misura in carcere dopo aver violato ripetutamente le prescrizioni. La difesa sosteneva che la condotta fosse un mero sfogo avvenuto ad atti ormai conclusi. I giudici hanno invece ribadito che la violenza è avvenuta in pieno svolgimento del servizio, confermando l'inadeguatezza dei domiciliari di fronte alla totale mancanza di autocontrollo dell'indagato e dichiarando il ricorso inammissibile.
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Reato reddito di cittadinanza: condannata per misura cautelare
Una richiedente ha presentato domanda per ottenere il sussidio statale omettendo di comunicare di essere sottoposta a una misura cautelare personale. La legge esclude espressamente dai beneficiari chi subisce restrizioni cautelari della libertà o vanta determinate condanne. La cittadina ha contestato la condanna sostenendo l'assenza di dolo per presunta ignoranza della norma. La Corte di Cassazione ha confermato la sussistenza del reato reddito di cittadinanza. I giudici hanno chiarito che il testo della legge è inequivocabile e non ammette scuse interpretative. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Assolto ma senza indennizzo: no alla riparazione per ingiusta detenzione
Un cittadino trascorre oltre diciassette mesi in custodia cautelare in carcere con l'accusa di far parte di un'associazione a delinquere. In seguito il tribunale lo assolve in via definitiva. L'uomo richiede quindi la riparazione per ingiusta detenzione per ottenere l'indennizzo economico statale. La Corte di Cassazione respinge definitivamente la richiesta e conferma la decisione d'appello. I giudici rilevano una colpa grave nella condotta dell'assolto. L'uomo ha svolto volontariamente il ruolo di autista per un esponente di spicco del gruppo criminale, pur conoscendone le attività illecite. Questo comportamento imprudente ha creato un'apparenza ingannevole di complicità che ha indotto l'autorità giudiziaria a disporre l'arresto.
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Incompatibilità con il regime carcerario e ritardi sanitari
Un detenuto ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, sostenendo la presenza di un complesso quadro patologico e i ritardi nell'esecuzione di un intervento chirurgico specialistico esterno. Il Tribunale del riesame ha respinto l'istanza e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione, escludendo l'incompatibilità con il regime carcerario. I giudici hanno chiarito che i ritardi nelle liste di attesa degli ospedali pubblici non dipendono dall'amministrazione penitenziaria e colpirebbero il paziente anche in stato di libertà. Inoltre, il presidio carcerario assicura un costante monitoraggio clinico e le necessarie terapie riabilitative, senza rischi di aggravamento.
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Riparazione per ingiusta detenzione: l’assoluzione non basta
Una donna subiva gli arresti domiciliari per riciclaggio dopo essere fuggita con oltre duecentomila euro in contanti sigillati sottovuoto durante una perquisizione a carico del cugino. Successivamente il tribunale la assolveva per insufficienza di prove circa l'origine delittuosa del denaro. L'indagata avanzava quindi domanda di riparazione per ingiusta detenzione per il periodo di arresto patito. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta. La condotta furtiva della donna e le giustificazioni inverosimili hanno costituito una colpa grave idonea a creare la falsa apparenza di un reato, escludendo il diritto al risarcimento.
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Misura cautelare in carcere confermata dopo la fuga
L'Indagato, accusato di concorso in rapina pluriaggravata, era fuggito all'estero rendendosi irreperibile per diversi mesi prima di essere arrestato in Croazia tramite mandato di arresto europeo. La difesa ha impugnato l'ordinanza che confermava la custodia cautelare, chiedendo la concessione degli arresti domiciliari o misure meno afflittive. La difesa sosteneva che l'arresto dimostrasse l'intenzione spontanea di rientrare in Italia, valorizzando anche l'incensuratezza formale e il risarcimento del danno alle vittime. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Indagato. I giudici hanno ritenuto pienamente legittima la misura cautelare in carcere a causa del concreto pericolo di fuga evidenziato dalla pregressa latitanza e del rischio di reiterazione del reato desumibile dai precedenti penali specifici.
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Usura aggravata: prestiti illeciti e lecite prestazioni
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per un uomo accusato del delitto di usura aggravata ai danni di un imprenditore in stato di bisogno. L'indagato sosteneva che i passaggi di denaro contestati derivassero da lecite prestazioni lavorative di meccanico e dalla vendita di un furgone. I giudici hanno respinto questa tesi difensiva, rilevando la presenza di gravi indizi di colpevolezza emersi da intercettazioni, riscontri documentali e riprese video. L'eventuale esistenza di rapporti commerciali regolari tra le parti non cancella né giustifica la parallela concessione di finanziamenti a tassi usurari. Di conseguenza, il ricorso dell'indagato è stato rigettato con condanna alle spese di giustizia.
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Riesame della misura cautelare e furto di reperti: ricorso respinto
Un indagato al vertice di un'organizzazione dedita al traffico illecito di reperti archeologici ha contestato l'ordinanza che confermava gli arresti domiciliari. La difesa lamentava la perdita di efficacia della misura per il superamento dei termini di decisione e la carenza di motivazione sui gravi indizi di colpevolezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso sul riesame della misura cautelare. I giudici hanno chiarito che il termine per decidere decorre solo dall'effettiva ricezione degli atti completi da parte del tribunale. Inoltre, la Cassazione ha ribadito l'impossibilità di richiedere una nuova valutazione dei fatti già accertati dai rilievi investigativi.
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Scarcerato e irreperibile: no alla rescissione del giudicato
Un imputato subisce un arresto cautelare e torna in libertà prima dell'udienza preliminare. L'indagato non dichiara alcun domicilio né mantiene i contatti con il proprio legale. Il processo prosegue in sua assenza e si conclude con una condanna a quattordici anni di reclusione. Il condannato chiede la rescissione del giudicato sostenendo di non aver mai saputo della chiamata a giudizio. La Corte di Cassazione respinge l'istanza. Chi subisce una misura restrittiva è consapevole dell'accusa e ha l'onere di informarsi sull'evoluzione del caso. La mancata elezione di domicilio e il totale disinteresse integrano una colpevole sottrazione al processo, precludendo l'annullamento della condanna.
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Arresti illegittimi senza interrogatorio preventivo: la Cassazione
Un indagato ha subito la misura cautelare degli arresti domiciliari per spaccio di stupefacenti senza il previo svolgimento dell'interrogatorio preventivo. Il giudice per le indagini preliminari aveva escluso il confronto anticipato per la presunta presenza di un'aggravante e per il legame con altri coindagati. Il Tribunale del riesame ha cancellato l'aggravante, ma ha confermato la misura restrittiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che la caduta dell'aggravante fa venire meno retroattivamente la deroga all'interrogatorio preventivo. Inoltre, la presenza di reati più gravi in capo ai coindagati non priva il singolo del diritto di essere ascoltato prima dell'arresto. La Suprema Corte ha annullato l'ordinanza senza rinvio, revocando la misura cautelare.
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Indebita percezione del reddito di cittadinanza: condanna confermata
Un cittadino ha presentato domanda per il sussidio omettendo di dichiarare una precedente condanna definitiva per associazione di tipo mafioso. La difesa ha sostenuto che l'omissione fosse innocua e frutto di confusione tra arresto cautelare e condanna passata in giudicato. I giudici hanno respinto questa tesi. L'omissione informativa ha permesso all'interessato di ottenere una prestazione economica non spettante. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per indebita percezione del reddito di cittadinanza. Il ricorrente deve versare le spese di giudizio e una somma alla Cassa delle ammende.
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Uso indebito di cellulare in carcere: risponde anche il parente
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per il padre di un detenuto, accusato di concorso nel reato di uso indebito di cellulare in carcere con l'aggravante mafiosa. L'indagato non si è limitato a ricevere le telefonate del figlio recluso, ma ha concordato nuovi contatti, veicolato notizie riservate su indagini e collaboratori di giustizia e gestito armi del clan. I giudici hanno stabilito che rispondere abitualmente e supportare le comunicazioni illecite non costituisce una passiva convivenza, ma integra un vero concorso morale. Ogni singola chiamata rappresenta infatti un autonomo impiego illecito del dispositivo, punibile anche all'esterno della struttura penitenziaria.
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Particolare tenuità del fatto: 107 dosi negano lo sconto di pena
L'Imputato ha subito una condanna a sei mesi di reclusione e 1.200 euro di multa per detenzione di stupefacenti di lieve entità. La difesa ha impugnato la decisione in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e la mancata prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva. I giudici hanno escluso la non punibilità a causa della presenza di 107 dosi medie singole già confezionate e di un bilancino di precisione. Inoltre, l'Imputato ha commesso l'illecito mentre risultava già sottoposto a una misura cautelare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la pena e condannando il ricorrente alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Condotte riparatorie e cautela: vaglia del legale non basta
Due persone indagate per tentato furto aggravato hanno subito l'obbligo di dimora. La difesa ha chiesto la revoca della misura cautelare sostenendo l'operatività delle condotte riparatorie previste dall'art. 162-ter c.p., poiché il legale aveva inviato un vaglia postale di 300 euro all'esercizio commerciale a titolo di risarcimento del danno. I giudici di merito hanno respinto l'istanza ritenendo l'offerta generica e non univocamente riconducibile a entrambe le indagate. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso. La Suprema Corte ha stabilito che la valutazione preventiva sull'estinzione del reato per condotte riparatorie richiede prove certe e verificabili sull'effettiva volontà risarcitoria personale di ciascun indagato, non bastando un vaglia inviato dal difensore con diciture sommarie per superare le esigenze cautelari.
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Reddito di cittadinanza: condanna per chi nasconde la misura cautelare
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un richiedente accusato di aver ottenuto indebitamente il Reddito di cittadinanza. Il soggetto ha inoltrato la richiesta all'ente previdenziale tacendo la propria sottoposizione a una misura cautelare personale, requisito ostativo introdotto dalla legge. I giudici hanno ritenuto provata la piena consapevolezza della falsità poiché, prima della presentazione dell'istanza, la madre dell'imputato aveva già subito la revoca del sussidio proprio a causa della restrizione cautelare del figlio. La Suprema Corte ha giudicato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile.
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Competenza territoriale per reati connessi e riciclaggio
L'Indagata, sottoposta alla misura degli arresti domiciliari per condotte di riciclaggio collegate a una frode fiscale, ha impugnato l'ordinanza cautelare contestando la competenza territoriale per reati connessi dell'autorità giudiziaria procedente. La difesa sosteneva che i singoli episodi di trasferimento monetario radicassero la competenza altrove e contestava la motivazione del giudice, formulata richiamando precedenti atti, oltre all'assenza di un pericolo attuale di recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che il luogo del reato più grave determina la competenza sull'intera vicenda unitaria. Inoltre, il giudice competente può richiamare le valutazioni del giudice originario se le condivide in modo critico e consapevole.
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Frode nelle pubbliche forniture: concessione non punibile
La Procura ha contestato al dirigente di una compagnia di navigazione i reati di truffa aggravata e frode nelle pubbliche forniture per la presunta mancata segnalazione di alcune avarie navali durante il servizio di trasporto passeggeri in convenzione. Il Tribunale del Riesame ha annullato la misura cautelare del divieto di dimora, escludendo i gravi indizi di reato. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento e ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno chiarito che il delitto di frode nelle pubbliche forniture non scatta nelle concessioni di pubblico servizio, poiché la prestazione è destinata all'utenza finale e non direttamente all'ente pubblico appaltante. Inoltre, l'accusa non ha dimostrato la reale gravità delle avarie tramite perizia tecnica, rendendo insussistente anche l'ipotesi di truffa.
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Tentata estorsione: la reazione della vittima non cancella il reato
Un imprenditore subisce richieste di denaro presso la sede della propria azienda. L'indagato pretende somme a favore di detenuti appartenenti a clan locali, ma l'imprenditore rifiuta il colloquio e denuncia i fatti. Il Tribunale del Riesame conferma la custodia cautelare in carcere per concorso nel delitto di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa ricorre in Cassazione contestando la credibilità della persona offesa e sostenendo che l'imprenditore non ha subito alcun condizionamento, avendo proseguito normalmente i lavori. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. I giudici ribadiscono che la tentata estorsione sussiste in base all'idoneità intimidatoria iniziale delle minacce, indipendentemente dalla reazione coraggiosa della vittima.
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Sostituzione misura cautelare: risarcimento non evita il carcere
Un giovane indagato per estorsione e usura aggravate dal metodo mafioso ha richiesto la sostituzione della misura cautelare dal carcere agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico in un'altra regione. A sostegno della richiesta, la difesa ha evidenziato l'integrale risarcimento del danno, l'adesione delle vittime a percorsi di giustizia riparativa, la giovane età e lo stato di incensurato. Il Tribunale ha respinto l'istanza e la Corte di Cassazione ha confermato il diniego, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che le condotte risarcitorie postume e il trasferimento geografico non superano la presunzione di pericolosità sociale quando il soggetto ha continuato a delinquere violando precedenti prescrizioni giudiziarie.
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