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Misura Cautelare — Anno 2026

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608 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misura Cautelare

Provvedimenti

Inquinamento probatorio: stop all’arresto per le chat cancellate
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari emessa nei confronti de La Compagna di un uomo ricercato. L'accusa contestava alla donna il reato di favoreggiamento per aver fornito denaro al partner e comunicato con lui tramite account social con nomi falsi, configurando presunti rischi di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'uso di profili anonimi e la cancellazione delle chat costituiscono una naturale modalità di autodifesa e non integrano il pericolo di inquinamento probatorio. Inoltre, l'avvenuto arresto del ricercato ha fatto decadere ogni pericolo di reiterazione della condotta, legata esclusivamente al rapporto affettivo. La Corte ha ordinato l'immediata liberazione della donna.
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Incompatibilità con il regime carcerario e rischio di suicidio
Un detenuto sottoposto a custodia cautelare ha richiesto la sostituzione del carcere con gli arresti domiciliari in una struttura sanitaria per gravi patologie psichiatriche, dipendenza e rischio di suicidio. Il Tribunale del riesame ha respinto la richiesta ritenendo adeguate le cure interne all'istituto penitenziario. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che i giudici hanno travisato la perizia medica ignorando il pericolo attuale di autolesionismo. La Suprema Corte ha affermato che la tutela della salute impone una valutazione rigorosa della reale incompatibilità con il regime carcerario e dell'effettiva necessità di cure esterne.
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Reato continuato: no allo sconto tra spaccio ed evasione
Un condannato per spaccio di stupefacenti e successiva evasione dagli arresti domiciliari ha chiesto l'applicazione del reato continuato per ottenere la riduzione della pena complessiva. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che il reato continuato richiede un preventivo ed unico disegno criminoso. Nel caso specifico, la misura cautelare dei domiciliari era stata disposta dopo i fatti di spaccio. Il condannato non poteva quindi aver programmato in anticipo la violazione di una misura non ancora esistente. Nemmeno la vicinanza temporale tra i fatti e lo stato di tossicodipendenza bastano a dimostrare l'unicità del piano. La Suprema Corte ha confermato il rigetto dell'istanza e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Interrogatorio preventivo e misure cautelari: la decisione
L'Indagato ha proposto ricorso contro la misura degli arresti domiciliari per spaccio di stupefacenti, lamentando la mancata esecuzione dell'interrogatorio preventivo e misure cautelari e la mancanza di gravi indizi di colpevolezza sullo scambio di denaro nascosto in un pacco natalizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'interrogatorio preventivo non è obbligatorio per i reati gravi previsti dalla legge quando sussiste il pericolo di reiterazione. Inoltre, per applicare le misure cautelari non occorre una prova certa oltre ogni ragionevole dubbio, ma basta un quadro di elevata probabilità basato sui riscontri della polizia giudiziaria. Di conseguenza, la misura cautelare resta confermata a carico dell'Indagato, che dovrà pagare le spese processuali.
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Reato di violenza sessuale: bacio sul collo e blocco dell’auto
Un padre ha bloccato la strada alla figlia con la propria automobile e le ha dato un bacio non gradito sulla zona tra guancia e collo, accompagnato da apprezzamenti verbali di tipo seduttivo. Il Tribunale del Riesame ha applicato nei suoi confronti il divieto di avvicinamento per atti persecutori, violenza privata e per il reato di violenza sessuale. L'uomo ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo l'irrilevanza penale del bacio e l'assenza di violenza nel blocco stradale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il bacio su zone non strettamente genitali rientra negli atti sessuali se il contesto relazionale evidenzia una carica erotica invasiva. La Suprema Corte ha confermato la piena legittimità della misura cautelare.
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Deposito telematico dell’impugnazione: PEC non valida
Un imputato per reati di criminalità organizzata e narcotraffico ha presentato ricorso per ottenere gli arresti domiciliari, inviando l'atto tramite posta elettronica certificata anziché mediante il portale dedicato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: dal primo aprile 2026 il deposito telematico dell'impugnazione sul portale ministeriale è l'unico canale consentito dalla legge, vietando l'uso della PEC salvo guasti tecnici certificati. I giudici hanno inoltre ribadito che le novità personali dell'imputato, come il matrimonio, la paternità e l'offerta di lavoro, non superano la forte presunzione di pericolosità sociale derivante dai precedenti e dalla gravità delle accuse.
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Deposito telematico del ricorso: no alla PEC dopo la scadenza
Il Tribunale applica la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di un indagato per presunto spaccio di lieve entità. Il difensore contesta la decisione e invia l'impugnazione alla Corte di Cassazione tramite posta elettronica certificata dopo il termine del regime transitorio. La Suprema Corte dichiara l'inammissibilità dell'atto. I giudici evidenziano che il deposito telematico del ricorso deve avvenire esclusivamente tramite il portale ministeriale dedicato e non via PEC, salvo malfunzionamenti ufficialmente certificati dal dirigente o dalla direzione ministeriale. L'inosservanza delle forme legali comporta la chiusura immediata del giudizio, la conferma degli arresti domiciliari e la condanna del ricorrente al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Banche dati violate: sì alla misura cautelare contro l’agente
Un appartenente alle forze dell'ordine ha subito la misura cautelare della sospensione dal servizio perché gravemente indiziato di corruzione e accesso abusivo a sistemi informatici. L'indagato consultava illecitamente i database della Motorizzazione Civile per fornire dati riservati a un imprenditore in cambio di sconti commerciali e promesse di assunzioni lavorative per un parente. La difesa ha contestato la validità della misura, lamentando l'omesso interrogatorio preventivo, l'inutilizzabilità dei dati estratti dallo smartphone dell'imprenditore e la mancata trasmissione dell'intera copia forense al riesame. La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, confermando la piena validità del quadro probatorio, la legittima circolazione dei documenti informatici tra procedimenti connessi e la sussistenza del pericolo di inquinamento delle prove.
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Sostituzione della misura cautelare negata con prestampato: è nulla
L'Indagato, sottoposto all'obbligo di dimora, presenta al Giudice per le indagini preliminari una richiesta volta a ottenere la sostituzione della misura cautelare con una meno gravosa. Il Giudice rigetta l'istanza utilizzando un semplice modulo prestampato, privo di argomentazioni sui fatti dedotti dalla difesa. L'Indagato impugna l'atto davanti al Tribunale del Riesame, contestando la totale assenza di motivazione. Il Tribunale entra invece nel merito confermando il rigetto. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso difensivo, rilevando la violazione dei poteri d'impugnazione. La Suprema Corte annulla senza rinvio sia l'ordinanza del Riesame sia il provvedimento originario del Giudice di primo grado, trasmettendo a quest'ultimo gli atti affinché esamini puntualmente tutti gli elementi difensivi.
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Tentata concussione e sfratto: niente arresti se il fatto è falso
La vicenda riguarda un pubblico ufficiale dell'ufficio esecuzioni accusato del reato di tentata concussione ai danni del legale di un creditore procedente durante uno sfratto. L'accusa sosteneva che l'indagato avesse fatto pressioni per rallentare l'esecuzione immobiliare. Il Tribunale del Riesame ha revocato gli arresti domiciliari, rilevando che le presunte pressioni miravano in realtà a evitare una denuncia per un verbale irregolare e non a condizionare la procedura esecutiva. La Corte di Cassazione ha confermato la revoca della misura cautelare, dichiarando inammissibile il ricorso della Procura. I giudici hanno chiarito che l'accusa non ha dimostrato l'effettiva condotta costrittiva contestata e che i giudici cautelari non possono modificare d'ufficio la ricostruzione dei fatti delineata dal pubblico ministero.
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Reato di evasione: avviso alla polizia e cammino verso il carcere
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari ha avvisato le forze dell'ordine della propria intenzione di farsi arrestare per andare in carcere. L'individuo ha comunicato il percorso a piedi verso il commissariato e si è incamminato. La polizia lo ha bloccato a circa un chilometro di distanza da casa. La difesa ha sostenuto l'assenza di lesione del controllo statale. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno stabilito che l'avviso preventivo non esclude il reato, poiché l'allontanamento priva l'autorità del controllo immediato e certo sulla persona.
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Detenzione di stupefacenti in concorso: innocente il passeggero
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un passeggero arrestato dopo il ritrovamento di cocaina e hashish occultati nel cruscotto dell'automobile guidata dal cugino. I giudici di merito avevano applicato gli arresti domiciliari, presumendo la detenzione di stupefacenti in concorso sulla base della presenza nel veicolo e del legame di parentela. Il conducente aveva invece rivendicato l'esclusiva proprietà della droga. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'indagato, sottolineando la netta distinzione tra partecipazione punibile e mera presenza passiva. I giudici di legittimità hanno escluso qualunque prova di cooperazione materiale o morale, annullando senza rinvio le ordinanze cautelari e disponendo l'immediata scarcerazione del passeggero ignaro.
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Reato di evasione: confermata condanna ed esclusa la tenuità
Un uomo sottoposto a misura restrittiva si allontana arbitrariamente dalla propria abitazione e riceve una condanna per evasione. L'imputato presenta ricorso in Cassazione sostenendo l'esistenza del dolo specifico, l'abrogazione della norma e la particolare tenuità del fatto, chiedendo inoltre la sostituzione della reclusione con sanzioni alternative. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che per il reato di evasione basta il dolo generico e le scuse inventate non scriminano la condotta. Inoltre, l'elevato numero di precedenti penali e la violazione di un beneficio già concesso impediscono la tenuità del fatto e le pene sostitutive. La Corte conferma definitivamente la condanna e sanziona il ricorrente con tremila euro di ammenda.
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Dalla Germania alla Sicilia: misura cautelare per narcotraffico
Un soggetto sottoposto a indagini per associazione finalizzata allo spaccio ha ottenuto la sostituzione del carcere con il divieto di dimora nell'intera regione Sicilia. La difesa ha impugnato la decisione in Cassazione, sostenendo l'assenza di gravi indizi e l'insussistenza del pericolo di reiterazione a causa del trasferimento lavorativo e familiare dell'indagato in Germania. La Corte Suprema ha confermato la misura cautelare per narcotraffico, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il semplice allontanamento geografico o il decorso del tempo non cancellano la presunzione di pericolosità sociale derivante dall'inserimento in un gruppo criminale organizzato.
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Rimessione in termini: l’errore del giudice non salva la difesa
Un imputato ha chiesto la rimessione in termini per presentare ricorso in Cassazione contro una sentenza di condanna. La difesa ha sostenuto di essere stata tratta in inganno da una precedente ordinanza dei giudici di appello, la quale dichiarava erroneamente che la condanna era già divenuta irrevocabile. Tale falsa comunicazione avrebbe indotto il difensore a non depositare il ricorso entro i termini ordinari. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, dichiarandola inammissibile. I giudici Supremi hanno stabilito che l'avvocato aveva il dovere professionale di verificare autonomamente la corretta scadenza dei termini per impugnare la sentenza tramite l'accesso agli atti di cancelleria. Tuttavia, la Suprema Corte non ha applicato alcuna condanna alle spese o alla cassa delle ammende, trattandosi di una semplice istanza e non di un ricorso ordinario.
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Arresto in quasi flagranza valido anche senza refurtiva addosso
Un testimone assiste a un furto dalla propria abitazione e allerta le forze dell'ordine fornendo la descrizione dei vestiti dei due colpevoli. Gli agenti rintracciano subito i due complici. La perquisizione trova la refurtiva addosso a uno solo dei due individui. Il secondo complice impugna la convalida della misura cautelare, sostenendo l'illegittimità del fermo per assenza di refurtiva sulla propria persona. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso e conferma la validità del provvedimento. I giudici stabiliscono che l'arresto in quasi flagranza è pienamente legittimo se gli abiti corrispondono alla descrizione del testimone e i soggetti hanno agito in concorso, rendendo il possesso dei beni rubati comune a entrambi.
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Falsa residenza Reddito di Cittadinanza: confermata la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione per una donna accusata di truffa per aver ottenuto indebitamente il sussidio statale. L'imputata ha dichiarato di vivere da sola al piano terra di un immobile per accedere all'aiuto economico. Le indagini hanno dimostrato che il locale indicato come abitazione era in realtà un esercizio commerciale senza alcun titolo d'uso. La donna viveva invece al secondo piano insieme ai genitori, i quali percepivano già il medesimo beneficio. L'indagata ha omesso di indicare i redditi familiari e la misura cautelare del padre. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, punendo l'illecito commesso mediante la falsa residenza Reddito di Cittadinanza con la condanna definitiva e le spese.
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Traffico di stupefacenti: legami familiari e arresto in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un giovane accusato di dirigere una rete criminale dedita al traffico di stupefacenti gestita insieme alla madre e al fratello. La difesa sosteneva che i legami familiari escludessero l'esistenza di una vera associazione criminale organizzata, qualificando gli aiuti dei parenti come mere condotte occasionali e contestando la tempestività del deposito del provvedimento. La Suprema Corte ha ribadito che il vincolo di parentela non esclude l'associazione a delinquere quando sussistono una base logistica comune, la precisa ripartizione dei compiti e una cassa condivisa. I termini per il deposito decorrono dalla pubblicazione del dispositivo in cancelleria.
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Droga in famiglia: consigli dal carcere senza associazione
La Corte di Cassazione ha esaminato la posizione di un soggetto detenuto dal 2015, accusato di far parte di un'organizzazione familiare dedita allo spaccio. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, basandosi su colloqui carcerari in cui l'indagato dava consigli al figlio su future alleanze e contatti. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso difensivo, evidenziando l'assenza di gravi indizi di un apporto concreto, effettivo e attuale. I meri consigli paterni o i progetti futuri, non seguiti da fatti reali e privi di contatti con i fornitori del gruppo, non integrano la partecipazione associativa. La Suprema Corte ha annullato con rinvio l'ordinanza impugnata per una nuova valutazione cautelare.
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Incensurato ma a rischio: esigenze cautelari nello spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo di dimora applicato a un giovane indagato per detenzione di stupefacenti. L'indagato, trovato con oltre 54 grammi di cocaina e contanti, sosteneva la mancanza di attualità e concretezza delle esigenze cautelari nello spaccio, evidenziando il proprio stato di incensurato e l'origine lecita del denaro dissequestrato. I giudici hanno chiarito che il cospicuo quantitativo di sostanza, unito al tentativo di disfarsi della droga in presenza della sorella disabile, manifesta una spregiudicatezza tale da giustificare la misura restrittiva. L'incensuratezza e la giovane età passano in secondo piano rispetto alla concreta pericolosità sociale emersa dalla condotta.
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