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Marchio Contraffatto

28 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un segno distintivo (logo, nome) riprodotto illegalmente, in modo da poter essere confuso con l'originale e ingannare l'acquirente.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Marchio contraffatto: il falso grossolano non salva dalla condanna
Un individuo è stato condannato per aver detenuto e venduto prodotti con un **marchio contraffatto** e per ricettazione. L'imputato ha contestato la condanna, sostenendo che la contraffazione fosse troppo grossolana per ingannare e che mancasse il dolo specifico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la detenzione per la vendita di prodotti con **marchio contraffatto** costituisce reato anche se il falso è grossolano, poiché la legge tutela la fede pubblica. La questione del dolo specifico non era stata sollevata correttamente nei gradi precedenti. L'individuo deve pagare le spese processuali e una multa.
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Marchio contraffatto: la condanna scatta anche per il falso evidente
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di tre imputati per detenzione e commercio di abbigliamento con marchio contraffatto e ricettazione, oltre allo spaccio di stupefacenti per uno di essi. I ricorrenti lamentavano l'inutilizzabilità delle intercettazioni e sostenevano che la scarsa qualità dei falsi rendesse impossibile ingannare i clienti. I giudici hanno respinto le difese: le prove indiziarie e i pedinamenti confermavano i fatti. La Suprema Corte ha chiarito che il reato legato a un marchio contraffatto scatta a prescindere dalla grossolanità del falso, poiché la legge tutela la fede pubblica e non solo la consapevolezza dell'acquirente finale.
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Sanzioni Sostitutive Pena: Ricettazione e Contraffazione, Ricorso Inammissibile
Un Lavoratore è stato condannato per ricettazione e detenzione di prodotti con marchio contraffatto. Ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la mancata applicazione di **sanzioni sostitutive pena detentiva** al posto del carcere, sostenendo che non sussistevano le condizioni ostative previste dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto la decisione della Corte d'Appello correttamente motivata. Hanno evidenziato la gravità oggettiva dei fatti, il numero e la tipologia degli oggetti contraffatti, e il fatto che il Lavoratore utilizzasse tali condotte come fonte di reddito sistematica. Il ricorso è stato quindi respinto, con condanna alle spese.
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Marchio contraffatto: la vendita resta reato pur senza inganno
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un imputato condannato per detenzione finalizzata alla vendita di merce recante marchio contraffatto e per ricettazione. Il ricorrente sosteneva che la scarsa qualità dei prodotti e l'assenza di talloncini configurassero un falso grossolano e invocava l'assorbimento del reato di ricettazione. I giudici hanno confermato che la tutela penale mira a proteggere la fede pubblica e la sicurezza del mercato, prescindendo dall'effettivo inganno del compratore. La contraffazione grossolana non esclude il reato, trattandosi di un delitto di mero pericolo. Inoltre, ricettazione e commercio di prodotti falsi concorrono regolarmente, in quanto condotte autonome e cronologicamente distinte. Il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Marchio contraffatto: condanna anche se il falso è evidente
L'Imputato è stato condannato per ricettazione e detenzione finalizzata alla vendita di prodotti recanti un marchio contraffatto. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la palese grossolanità della contraffazione escludesse la possibilità di ingannare gli acquirenti, rendendo il reato impossibile. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'articolo 474 del codice penale tutela in via diretta la fede pubblica e l'affidamento dei cittadini nei marchi industriali, non soltanto la scelta del compratore. Trattandosi di un reato di pericolo, la condotta è punibile anche se il falso appare evidente o imperfetto. Viene inoltre confermato il rifiuto di convertire la pena detentiva in sanzione pecuniaria a causa dei precedenti penali del soggetto, condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Marchio contraffatto: la falsità evidente non cancella il reato
Un venditore è stato condannato per ricettazione e detenzione di merce illegale per aver posto in commercio beni con marchio contraffatto. L'imputato ha presentato ricorso per Cassazione sostenendo l'esistenza di un falso grossolano, ritenuto incapace di ingannare gli acquirenti, e invocando la particolare tenuità del danno. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato punisce il pericolo per la pubblica fede e l'affidamento collettivo nei segni distintivi. La scarsa qualità della falsificazione e i prezzi bassi non escludono la punibilità, poiché la norma tutela l'ordine economico e non soltanto la libertà di scelta dell'acquirente.
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Marchio contraffatto: perché anche il falso evidente è reato
L'Imputato è stato condannato per ricettazione e detenzione per la vendita di prodotti con marchio contraffatto, dopo essere stato trovato in possesso di settantotto paia di calzature contraffatte destinate alla vendita. La difesa ha sostenuto l'incompatibilità tra i due reati e l'inutilizzabilità della contestazione per la grossolanità del falso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la tutela del marchio contraffatto protegge la fede pubblica e non solo l'acquirente. Di conseguenza, anche un falso grossolano integra il reato, trattandosi di un reato di pericolo. Inoltre, la ricettazione e la detenzione per la vendita concorrono legittimamente, essendo condotte distinte sul piano cronologico e strutturale. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato alle spese e alla cassa delle ammende.
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Marchio contraffatto: condanna anche se il falso è evidente
Un venditore è stato condannato a sei mesi di reclusione per ricettazione e commercio di prodotti con marchio contraffatto. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la falsificazione fosse talmente grossolana da non poter ingannare nessuno, configurando un reato impossibile. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato di commercio di prodotti con marchio contraffatto tutela la fede pubblica, ovvero l'affidamento dei cittadini nei marchi, e non la libertà di scelta del singolo acquirente. Trattandosi di un reato di pericolo, l'effettivo inganno del compratore non è necessario per la punibilità. Di conseguenza, la grossolanità del falso non esclude la responsabilità penale del venditore.
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Marchio contraffatto: perché anche il falso evidente è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di ricettazione e introduzione nello Stato e commercio di prodotti con marchio contraffatto. L'imputato sosteneva che la falsificazione fosse talmente grossolana da non poter ingannare nessuno. I giudici hanno chiarito che il reato di possesso di prodotti con marchio contraffatto tutela la fede pubblica e l'affidamento dei cittadini nei marchi, configurandosi come reato di pericolo; pertanto, l'evidenza del falso non esclude la punibilità. Inoltre, la ricettazione concorre con il commercio di prodotti falsi, e la mancata giustificazione sulla provenienza della merce dimostra l'acquisto in mala fede. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Marchio contraffatto: il falso evidente non evita la condanna
Un venditore ambulante è stato condannato per ricettazione e vendita di prodotti con marchio contraffatto, dopo essere stato sorpreso a vendere merce su una spiaggia senza fatture. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il reato di commercio di prodotti con marchio contraffatto si configura anche in caso di falso grossolano. Questo perché la legge tutela la fede pubblica e l'affidamento dei cittadini nei marchi registrati, non solo la buona fede dell'acquirente al momento dell'acquisto. Inoltre, la Corte ha ritenuto valida la notifica eseguita presso il difensore dove l'imputato aveva eletto domicilio per il gratuito patrocinio, escludendo qualsiasi nullità procedurale.
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Marchio contraffatto: la Cassazione condanna il falso grossolano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un venditore condannato per detenzione di profumi con marchio contraffatto. L'imputato sosteneva che la falsificazione fosse grossolana e inidonea a ingannare i clienti, poiché i flaconi presentavano lievi differenze rispetto agli originali. La Suprema Corte ha chiarito che il reato di introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi tutela la fede pubblica e l'affidamento dei consumatori nei marchi registrati. Di conseguenza, si tratta di un reato di pericolo per il quale non è necessario l'effettivo inganno del compratore. La contraffazione va valutata in modo globale e non tramite un esame analitico dei singoli dettagli. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Gadget falsi al concerto: condanna per commercio di prodotti contraffatti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un venditore per ricettazione e commercio di prodotti contraffatti. L'uomo vendeva merchandising di un noto cantante, palesemente falso, nei pressi di un concerto. I giudici hanno respinto il suo ricorso, ritenendolo inammissibile. La Corte ha stabilito che la grande quantità di articoli e la loro somiglianza con quelli originali erano prove sufficienti per la condanna. Non era rilevante che i prodotti non fossero identici, ma bastava che potessero ingannare gli acquirenti. La condanna è quindi diventata definitiva, con l'obbligo di pagare le spese processuali e un'ammenda.
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Marchio contraffatto: condanna per truffa di lusso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per truffa aggravata e detenzione di un gioiello con marchio contraffatto. L'imputato aveva tentato di vendere, tramite una casa d'aste, un bracciale zoomorfo in oro e pietre preziose recante il logo falsificato di una nota maison di lusso. La Suprema Corte ha confermato che la competenza professionale dell'imputato rendeva palese la sua consapevolezza dell'illecita provenienza del bene. Inoltre, è stato ribadito che il danno da marchio contraffatto colpisce sia l'acquirente che il titolare del marchio originale, giustificando la condanna penale e il risarcimento civile.
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Marchio contraffatto: quando scatta il reato penale
La Cassazione Penale ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore condannato per la detenzione a fini di vendita di costumi con marchio contraffatto. Anche se non identico, il marchio era idoneo a ingannare il consumatore, integrando il reato previsto dall'art. 474 c.p. Irrilevante la non perfetta identità del segno o la presenza dei beni nel campionario anziché in magazzino.
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Marchio contraffatto: è reato anche se il falso è palese?
La Corte di Cassazione Penale ha stabilito che per configurare il reato di commercio di prodotti con marchio contraffatto, è sufficiente l'idoneità del marchio a ingannare, indipendentemente dal prezzo basso, dalla scarsa qualità o dalla palese falsità del prodotto. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato, ribadendo che la norma tutela la fede pubblica e la genuinità dei segni distintivi, non solo il singolo acquirente.
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Marchio contraffatto: sentenza UE non retroattiva
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di tre imputati per la vendita di prodotti con marchio contraffatto. La difesa, basata su una sentenza dell'Unione Europea del 2019 che metteva in dubbio la validità del marchio, è stata respinta perché il reato risaliva al 2013 e la successiva decisione non può avere effetto retroattivo.
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Marchio contraffatto: prodotti difettosi e reato
Un imprenditore, autorizzato a produrre calzature per un noto marchio, viene accusato di aver apposto un marchio contraffatto su prodotti risultati difettosi e poi venduti. La Corte di Cassazione interviene chiarendo un punto cruciale: la vendita di prodotti originali, sebbene non conformi agli standard qualitativi e ceduti senza autorizzazione, non integra il reato di contraffazione (art. 473 c.p.), ma potrebbe configurare la diversa fattispecie di vendita di prodotti con segni mendaci (art. 517-ter c.p.). La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Marchio contraffatto: quando la vendita è reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per la detenzione a fini di vendita di prodotti con marchio contraffatto. La Corte ha ribadito che il reato sussiste a prescindere dalla grossolanità della contraffazione, poiché la norma non tutela l'acquirente dall'inganno, ma la fede pubblica e l'affidamento collettivo nei marchi come segni distintivi.
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Marchio contraffatto: reato anche se falso evidente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un commerciante condannato per la vendita di prodotti con marchio contraffatto. La Corte ha ribadito che il reato sussiste anche in caso di contraffazione palese, poiché la legge tutela la fede pubblica e non solo il singolo acquirente. È stata inoltre respinta la richiesta di applicare la causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto, confermando la valutazione dei giudici di merito.
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Marchio contraffatto: quando il reato sussiste sempre
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per la vendita di prodotti con marchio contraffatto. L'imputato sosteneva che il reato fosse impossibile data l'evidente grossolanità della contraffazione. La Corte ha ribadito che il reato in questione non tutela il singolo acquirente dall'inganno, ma la fede pubblica, ovvero la fiducia collettiva nei marchi. Pertanto, la detenzione per la vendita di un marchio contraffatto integra il reato a prescindere dalla possibilità concreta di ingannare l'acquirente.
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