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Maltrattamenti In Famiglia

38 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Reato previsto dall'art. 572 del codice penale che punisce chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Maltrattamenti in famiglia: la convivenza conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un uomo condannato per maltrattamenti in famiglia. L'imputato sosteneva l'assenza del vincolo di convivenza e la mancanza di una reale abitualità delle condotte violente. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi proposti riproducevano argomentazioni già valutate e respinte dalla Corte d'Appello. La decisione di merito aveva accertato in modo corretto l'esistenza della convivenza tra le parti e la reiterata frequenza delle aggressioni descritte dalla vittima. La Suprema Corte ha confermato la condanna dell'imputato, disponendo a suo carico il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Maltrattamenti in famiglia: scontro reciproco e condanna penale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna a quattro anni e due mesi di reclusione per i reati di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale ai danni della moglie. L'Uomo sosteneva che la conflittualità fosse reciproca e chiedeva il riconoscimento della minore gravità dei fatti. I giudici hanno chiarito che l'esistenza di litigi tra coniugi non cancella il reato di maltrattamenti in famiglia quando la donna vive in uno stato di costante sopraffazione e soggezione. Inoltre, la reiterazione delle aggressioni fisiche e dei rapporti sessuali imposti con la forza esclude ogni attenuante. L'Imputato dovrà pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Maltrattamenti in famiglia: registrazioni e condanna confermata
L'Imputato è stato condannato per il reato di maltrattamenti in famiglia commesso ai danni della moglie e della figlia minore. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'utilizzabilità delle registrazioni audiovisive effettuate dalla figlia e trasmesse tramite chat, oltre alla mancata esecuzione di una perizia sulla propria capacità di intendere e di volere. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che i video e i messaggi consegnati spontaneamente dalle vittime costituiscono valida prova documentale e non richiedono un decreto di sequestro. Inoltre, la testimonianza della persona offesa e la presenza della violenza assistita confermano la responsabilità penale dell'uomo, rendendo superflua un'ulteriore perizia psichiatrica. L'Imputato dovrà pagare le spese processuali, una sanzione e il risarcimento dei danni.
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Maltrattamenti in famiglia: il rifiuto del braccialetto punito
Una donna ha impugnato in Cassazione l'ordinanza che le imponeva il divieto di avvicinamento all'ex partner con braccialetto elettronico per il reato di maltrattamenti in famiglia. La difesa sosteneva la presenza di una semplice litigiosità di coppia e l'illegittimità dell'automatismo della misura più grave del divieto di dimora in caso di rifiuto del dispositivo elettronico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i maltrattamenti in famiglia sussistono anche se la vittima reagisce o mantiene la propria vita sociale e lavorativa. Inoltre, il rifiuto del braccialetto elettronico giustifica l'applicazione automatica di una misura cautelare più stringente per garantire la tutela della persona offesa.
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Maltrattamenti in famiglia: la convivenza precaria non esclude reato
L'imputato rispondeva dei reati di maltrattamenti in famiglia, sequestro di persona e lesioni aggravate ai danni della compagna. L'uomo contestava l'esistenza di una convivenza stabile a causa della precarietà del rapporto e invocava la prescrizione dei fatti. La Corte di Cassazione ha confermato la configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia, precisando che la coabitazione sussiste anche se discontinua o vissuta in condizioni marginali. La Suprema Corte ha dichiarato prescritto il sequestro di persona per decorso del tempo massimo di dieci anni, annullando sul punto senza rinvio. La Corte ha rinviato il procedimento a una diversa sezione territoriale per rideterminare la pena complessiva relativa agli altri reati accertati.
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Maltrattamenti in famiglia: reato anche nella convivenza a tre
Un uomo conviveva stabilmente con la moglie e con una giovane donna, dando vita a una relazione affettiva allargata. Durante la convivenza, l'uomo sottoponeva la giovane a continue violenze fisiche, minacce e ingiurie. La difesa sosteneva che l'atipicità del legame a tre escludesse l'esistenza di un vincolo familiare, riducendo il rapporto a una mera coabitazione priva di tutela. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, confermando la condanna per il delitto di maltrattamenti in famiglia. I giudici hanno stabilito che le scelte personali non convenzionali non cancellano la natura familiare della convivenza. Inoltre, la capacità della vittima di resistere alle sopraffazioni non elimina la gravità oggettiva delle vessazioni subite.
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Maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale: pena confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sette anni e sei mesi di reclusione nei confronti di un uomo per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale, pedopornografia e costrizione a commettere reati. L'imputato costringeva la compagna a subire abusi fisici e sessuali reiterati, isolandola dal contesto sociale e minacciando i figli. La difesa ha sostenuto l'inattendibilità della persona offesa e l'assorbimento dei maltrattamenti negli abusi sessuali. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che le testimonianze e i riscontri digitali provano le distinte violenze. Il fatto che la vittima non abbia denunciato subito o abbia proseguito la convivenza non esclude il reato di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale. L'imputato perde il ricorso ed è condannato anche al pagamento delle spese.
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Maltrattamenti in famiglia: condanna confermata per l’ex violento
Un uomo ha subito la condanna definitiva per i reati di maltrattamenti in famiglia, atti persecutori ed estorsione ai danni dell'ex convivente, oltre che per lesioni personali verso la donna e un passante. L'imputato sottoponeva la compagna a violenze fisiche, insulti e continue richieste estorsive di denaro per placare la propria aggressività, costringendola infine a fuggire di casa. Nonostante l'abbandono del domicilio, l'uomo ha perseguitato la vittima, culminando la condotta con una brutale aggressione in strada. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la piena validità del quadro probatorio e la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Estorsione in famiglia: somme modeste ma condanna confermata
Un uomo ha impugnato la condanna per i reati di estorsione in famiglia e maltrattamenti ai danni della madre e del fratello. L'imputato pretendeva denaro con minacce e violenze fisiche per acquistare sostanze stupefacenti. La Difesa ha richiesto la riqualificazione dei fatti in violenza privata e il riconoscimento dell'attenuante del danno di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'estorsione in famiglia integra un reato plurioffensivo, teso a tutelare sia il patrimonio che la libertà morale delle vittime. Pertanto, la modesta entità delle somme estorte non attenua la gravità del fatto se accompagnata da violenze e continui soprusi. L'imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Maltrattamenti in famiglia: vittima deceduta e prove valide
Un uomo ha subito la condanna definitiva per i reati di maltrattamenti in famiglia, lesioni ed estorsioni commessi contro l'anziana madre. La vittima, costretta a fuggire di casa e bersaglio di continue minacce di morte e richieste di denaro, è deceduta prima di poter testimoniare in dibattimento. La difesa ha contestato l'uso processuale dei verbali della persona offesa e la mancanza di convivenza fisica continua. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni della vittima deceduta sono pienamente valide se confermate da testimonianze esterne e referti medici. La temporanea fuga della donna per sottrarsi alle violenze non cancella il vincolo domestico.
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Maltrattamenti in famiglia: la tregua non cancella le violenze
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per un uomo indagato per il reato di maltrattamenti in famiglia contro l'ex compagna. Il Tribunale del riesame aveva già respinto la richiesta difensiva, valorizzando referti medici, testimonianze e foto delle lesioni. L'indagato contestava l'attendibilità della vittima, sostenendo che vi fosse stato un riavvicinamento temporaneo e che la convivenza fosse ormai cessata. I giudici hanno chiarito che un tentativo di riconciliazione non annulla la credibilità della persona offesa né la sua condizione di vulnerabilità psicologica. Inoltre, la tutela penale per i maltrattamenti si estende anche all'ex convivente in presenza di figli comuni. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'indagato al pagamento delle spese di giudizio.
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Maltrattamenti in famiglia: reato anche senza convivenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo accusato di estorsione e maltrattamenti in famiglia ai danni della madre e della sorella. L'indagato pretendeva denaro per l'acquisto di droga, minacciando e aggredendo i familiari. La difesa sosteneva l'insussistenza del reato di maltrattamenti in famiglia a causa del trasferimento della madre in un'altra abitazione. La Suprema Corte ha invece confermato che il reato si configura anche senza una convivenza continuativa, purché persista una relazione interpersonale stabile basata su vincoli familiari e mutua solidarietà. I giudici hanno ribadito la piena credibilità della vittima, supportata da precedenti interventi delle forze dell'ordine e da una precedente condanna dell'uomo. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali.
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Atti persecutori: corsi di recupero non pagati dallo Stato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di atti persecutori. Dopo la fine della convivenza con la compagna, l'uomo aveva continuato a molestarla e minacciarla. I giudici hanno chiarito che, una volta cessata la coabitazione, le condotte violente non rientrano più nei maltrattamenti in famiglia ma configurano il reato di atti persecutori. Inoltre, la Cassazione ha respinto la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla difesa: l'obbligo di frequentare corsi di recupero per ottenere la sospensione condizionale della pena non deve essere coperto dal gratuito patrocinio. Lo Stato garantisce la difesa nel processo, non i costi delle misure rieducative. L'imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Maltrattamenti in famiglia: quando è reato
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un uomo accusato di maltrattamenti in famiglia. La sentenza chiarisce che per configurare questo reato non bastano singoli episodi sporadici, ma serve una condotta abituale che crei un sistema di vita vessatorio. La decisione ha annullato la precedente condanna richiedendo una valutazione più approfondita del carattere sistematico delle violenze.
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Estorsione in Famiglia: Figlio chiede soldi, ma è reato
La Corte di Cassazione conferma la condanna per estorsione in famiglia e maltrattamenti a carico di un figlio. L'uomo, dipendente da alcol, droga e gioco, minacciava i genitori per ottenere denaro, sostenendo che fossero soldi suoi. I giudici hanno stabilito che l'imputato era pienamente consapevole di aver già speso il proprio stipendio e che le somme richieste appartenevano ai genitori. La sua pretesa generava quindi un profitto ingiusto. La violenza sistematica e continuativa ha inoltre integrato il reato di maltrattamenti, rendendo la condanna definitiva.
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Maltrattamenti in famiglia: condannato anche senza convivenza stabile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per gravi reati, tra cui i maltrattamenti in famiglia ai danni della compagna. Il punto centrale della decisione riguarda la nozione di convivenza. I giudici hanno stabilito che per configurare il reato di maltrattamenti in famiglia non è necessaria una coabitazione continua e tradizionale. Anche una frequentazione assidua, come dormire a casa della vittima fino a cinque notti a settimana, è sufficiente se basata su un progetto di vita comune, seppur anomalo. La Corte ha inoltre ritenuto irrilevante la successiva ritrattazione della vittima, attribuendola alla paura, e ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, rendendo la condanna definitiva.
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Maltrattamenti e reato continuato: un unico crimine o due?
Un uomo viene condannato per diversi reati, tra cui due distinti episodi di maltrattamenti contro la madre e la sorella, avvenuti in periodi diversi e separati da una detenzione. La Corte di Cassazione interviene sul punto, stabilendo che i giudici precedenti non hanno motivato a sufficienza perché i due episodi non dovessero essere considerati un unico reato. La sentenza chiarisce il principio su maltrattamenti in famiglia e reato continuato: anche se interrotti nel tempo, più abusi possono costituire un unico crimine se legati da un medesimo piano criminale. La Corte ha quindi annullato la condanna per maltrattamenti, ordinando un nuovo processo per ricalcolare la pena.
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Affidamento in prova negato: maltrattamenti e nessuna emenda
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego dell'affidamento in prova al servizio sociale per un uomo condannato per maltrattamenti in famiglia. La richiesta è stata respinta non per un divieto di legge, ma per ragioni di merito. I giudici hanno ritenuto il condannato non meritevole del beneficio a causa della sua personalità e del suo comportamento successivo al reato. In particolare, hanno evidenziato la totale assenza di una revisione critica del proprio operato, la mancanza di qualsiasi tentativo di risarcimento e il persistente inadempimento degli obblighi di assistenza familiare. La decisione sottolinea che, per accedere a misure alternative, è indispensabile un concreto e visibile percorso di cambiamento.
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Arma Clandestina e Munizioni: Due Reati, Condanna Confermata
Un uomo condannato per maltrattamenti in famiglia e per la detenzione di un'arma clandestina con munizioni si è rivolto alla Cassazione. Sosteneva che la detenzione delle munizioni dovesse essere assorbita nel reato più grave di detenzione arma clandestina. La Suprema Corte ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: la detenzione di munizioni per un'arma clandestina è un reato autonomo e non viene assorbito. Poiché l'arma è di per sé illegale, anche il possesso delle sue munizioni costituisce un illecito separato. La condanna dell'uomo è stata quindi confermata in via definitiva.
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Maltrattamenti in famiglia: quando scatta il reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di Maltrattamenti in famiglia ed estorsione aggravata a carico di un uomo. La difesa sosteneva la mancanza di abitualità nelle condotte, citando solo due episodi violenti in dodici anni. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che umiliazioni costanti, insulti e minacce finalizzate a ottenere denaro per l'acquisto di stupefacenti integrano pienamente le fattispecie criminose. La Corte ha inoltre ribadito che l'aggravante dell'abuso di relazioni domestiche sussiste anche se la convivenza è cessata, purché persista un rapporto di frequentazione abituale.
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