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Liquidazione Equitativa

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496 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Danni da cose in custodia: quando la colpa è a metà
Una società proprietaria di un seminterrato ha subito un allagamento a causa del malfunzionamento delle pompe di drenaggio del condominio. La società ha chiesto il risarcimento per i danni da cose in custodia ai sensi dell'articolo 2051 del codice civile. Tuttavia, i giudici hanno accertato che la società aveva realizzato un impianto di riscaldamento a pavimento senza impermeabilizzare il massetto, scelta che ha facilitato il distacco delle piastrelle. La Corte di Cassazione ha confermato il concorso di colpa paritario al 50% tra le parti. Il ricorso della società è stato dichiarato inammissibile poiché mirava a una rivalutazione dei fatti già accertati nei gradi precedenti, e la stessa è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Responsabilità professionale del commercialista: paga i danni
Una società e la sua socia hanno fatto causa a una professionista per accertare la responsabilità professionale del commercialista, colpevole di non aver inviato telematicamente la dichiarazione dei redditi. L'omissione aveva causato accertamenti fiscali e un procedimento penale, poi archiviato. La Corte d'Appello ha condannato la professionista al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, escludendo il concorso di colpa dei clienti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso della professionista. I giudici hanno chiarito che il cliente, privo di competenze tecniche, non ha l'obbligo di vigilare sull'operato del professionista incaricato. Di conseguenza, la professionista è stata condannata a risarcire i danni e a pagare le spese di giudizio.
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Risarcimento per perdita di chance: dipendente batte l’ente
Un lavoratore, trasferito presso un ente pubblico di ricerca, viene illegittimamente escluso da una selezione interna per il passaggio a un livello superiore. L'amministrazione nega il riconoscimento dell'anzianità maturata presso l'ente di provenienza. La Corte d'Appello accerta l'illegittimità dell'esclusione e condanna l'ente al pagamento delle differenze retributive a titolo di risarcimento per perdita di chance. La Corte di Cassazione conferma la decisione, stabilendo che il danno da perdita di chance può essere liquidato in misura pari all'intera retribuzione persa se la probabilità di successo del lavoratore era vicina alla certezza. Nel caso specifico, i posti disponibili erano superiori ai candidati, rendendo la promozione del dipendente estremamente probabile.
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Risarcimento danno all’immagine: offese provate ma zero euro
Un'importante società ha chiesto il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali a un ex dipendente e alla sua associazione per l'invio di numerose e-mail dal contenuto diffamatorio a esponenti politici e istituzionali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che il risarcimento danno all'immagine non spetta in automatico (in re ipsa). Anche per le persone giuridiche, infatti, il danno non patrimoniale costituisce un danno-conseguenza e richiede la prova concreta del pregiudizio subito, che non può essere presunto solo sulla base dell'invio dei messaggi, i quali potrebbero non essere stati letti o essere finiti nella cartella spam.
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Indennità di custodia: no all’equità per i beni sequestrati
L'Azienda custode impugna la liquidazione di soli 258,98 euro decisa dal Tribunale per la conservazione di CD e DVD sequestrati. Il Tribunale aveva applicato il criterio dell'equità, escludendo tariffe prefettizie e usi locali. La Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che per calcolare l'indennità di custodia di beni non previsti dal D.M. 265/2006, in assenza di usi locali, il giudice non può ricorrere all'equità. Deve invece applicare in via analogica le tariffe previste per beni simili.
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Violazione delle distanze: muro demolito ma danno da dimostrare
I Vicini hanno realizzato un terrapieno artificiale modificando il livello del terreno e costruendo muri alti oltre due metri a ridosso del confine. La Proprietaria confinante ha chiesto l'arretramento delle opere e il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello ha ordinato il ripristino e liquidato 15.000 euro di danni. La Cassazione ha confermato che il terrapieno artificiale è una costruzione soggetta alle regole sulle distanze, ma ha accolto il ricorso dei Vicini sul risarcimento. La Suprema Corte ha stabilito che la violazione delle distanze non produce un danno automatico (in re ipsa). Il danno deve essere presunto e allegato dalla vittima, dimostrando la perdita di luce, aria o valore dell'immobile. La complessità dei lavori di demolizione non può essere usata come parametro per calcolare il risarcimento. La causa torna in appello per ricalcolare il danno.
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Proprietà del sottosuolo: il vicino perde la cantina sotterranea
Gli Eredi di una defunta proprietaria hanno citato in giudizio I Confinanti, colpevoli di aver sbarrato con due cancelli l'accesso a una strada sterrata, impedendo il godimento di due cantine sotterranee. I Confinanti rivendicavano la proprietà delle cantine poiché accessibili solo dal loro fondo. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dato ragione agli Eredi, ordinando la rimozione dei cancelli e un risarcimento di trentamila euro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei Confinanti, confermando che la proprietà del sottosuolo spetta al proprietario del suolo sovrastante, a meno che non vi sia un titolo d'acquisto contrario. La semplice accessibilità fisica dal fondo vicino non fa venir meno questo principio.
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Insolvenza fraudolenta: quando il debito del bar diventa reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di insolvenza fraudolenta nei confronti di un commerciante che aveva acquistato merci per il proprio bar pagando con assegni postdatati, poi rivelatisi privi di copertura. L'imputato aveva nascosto la propria totale assenza di patrimonio e aveva persino denunciato falsamente lo smarrimento del blocchetto degli assegni per evitare il protesto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che non si è trattato di un semplice inadempimento civile, ma di un preciso disegno criminoso volto a non pagare i fornitori fin dall'inizio.
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Appropriazione indebita: il finto furto non salva il condannato
L'Imputato è stato condannato per il reato di appropriazione indebita per non aver restituito dei gioielli preziosi consegnatigli dalle Persone Offese. La difesa sosteneva che i beni fossero stati rubati durante un furto subito dall'Imputato. Tuttavia, i giudici hanno accertato che il furto denunciato era avvenuto nel 2015, mentre la consegna dei gioielli era avvenuta successivamente, nel 2016. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna a sei mesi di reclusione e al risarcimento dei danni morali e materiali. La Corte ha ribadito che il termine per sporgere querela decorre dal momento in cui le vittime acquisiscono piena consapevolezza dell'inganno e che la sospensione della pena può essere subordinata al risarcimento del danno.
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Mancanza del certificato di agibilità: pagano i venditori
Gli Acquirenti di una villetta hanno citato in giudizio i Venditori per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla mancanza del certificato di agibilità dell'immobile. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno condannato i Venditori al rimborso delle spese sostenute dagli Acquirenti per ottenere autonomamente il documento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei Venditori, confermando che la mancanza del certificato di agibilità costituisce un inadempimento contrattuale che diminuisce il valore commerciale del bene. Di conseguenza, i costi sopportati per sanare la situazione rappresentano un danno risarcibile. I Venditori sono stati condannati in via definitiva a rimborsare le spese e a pagare le spese legali.
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Legittimazione passiva ASL: vecchie regole contro nuove leggi
La Struttura Sanitaria e la Società Finanziaria hanno chiesto il pagamento di prestazioni sanitarie erogate all'Azienda Sanitaria. Per gli anni dal 2004 al 2007, la legge regionale indicava un ente finanziario pubblico come soggetto incaricato dei pagamenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la legittimazione passiva deve essere individuata al momento in cui sorge l'obbligazione e non quando si avvia la causa. Di conseguenza, l'Azienda Sanitaria non è il soggetto debitore per quel periodo. Inoltre, la Corte ha respinto la domanda di ingiustificato arricchimento per i periodi privi di contratto scritto, poiché la Struttura Sanitaria non ha fornito prove concrete dei costi sostenuti, non potendo utilizzare la consulenza tecnica d'ufficio con finalità puramente esplorative.
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Compenso dell’amministratore: niente soldi senza lavoro reale
Un'amministratrice ha richiesto il pagamento delle proprie spettanze per la carica ricoperta in una società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il compenso dell'amministratore, se non predeterminato dallo statuto o dall'assemblea, non spetta automaticamente per la sola titolarità della carica. È infatti necessario che l'amministratore dimostri l'effettivo svolgimento dell'attività gestoria, fornendo prove sulla qualità e quantità del lavoro svolto. Nel caso specifico, l'amministratrice stessa aveva ammesso di non aver mai gestito concretamente l'azienda, lasciando i compiti ad altri soci. Di conseguenza, mancando la prova dell'attività svolta, il giudice non ha potuto liquidare alcuna somma, neppure in via equitativa. L'amministratrice perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Vizi dell’opera: l’installatore paga anche dopo il collaudo
Un professionista ha commissionato a un'impresa l'installazione di un impianto di condizionamento per il proprio studio. Successivamente, ha riscontrato gravi malfunzionamenti dovuti a errori di montaggio. L'installatore si è difeso eccependo la tardività della denuncia, sostenendo che i difetti fossero visibili fin dal collaudo. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'installatore, confermando il risarcimento di seimila euro a favore del cliente. La Corte ha chiarito che i vizi dell'opera che richiedono verifiche tecniche specialistiche sono da considerarsi occulti, con la conseguenza che il termine di sessanta giorni per la denuncia decorre solo dalla reale scoperta. Inoltre, la colpa dell'appaltatore si presume fino a prova contraria in presenza di difformità rispetto al progetto.
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Compenso professionale: no a cifre arbitrarie senza criteri
Un ingegnere ha citato in giudizio un architetto per ottenere il pagamento delle prestazioni svolte in collaborazione per un appalto pubblico, in particolare per la redazione di una relazione geotecnica. La Corte d'Appello ha condannato l'architetto a pagare oltre 56.000 euro. L'architetto ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che il giudice di merito, nel determinare il compenso professionale, ha l'obbligo di motivare dettagliatamente i criteri di calcolo e i parametri utilizzati, come tariffe professionali o criteri equitativi. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio per una nuova quantificazione del compenso.
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Violazione delle distanze legali: demolizione e risarcimento
Il Proprietario Confinante ha citato in giudizio I Vicini per aver ampliato il loro immobile in violazione delle distanze stabilite dal regolamento edilizio locale, realizzando una sopraelevazione in aderenza senza un accordo registrato e trascritto. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accertato la violazione delle distanze legali ordinando la demolizione, ma i giudici d'appello hanno ridotto il risarcimento ritenendo il danno temporaneo. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei Vicini, confermando che la firma sul progetto non sostituisce l'accordo scritto e trascritto. Ha invece accolto il ricorso del Proprietario Confinante, stabilendo che la violazione delle distanze legali costituisce un illecito permanente. Di conseguenza, il danno non può essere considerato temporaneo e va risarcito integralmente fino alla effettiva demolizione dell'opera abusiva.
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Condanna per atti persecutori: sì al reato, no alla recidiva
L'Imputato è stato condannato per i reati di maltrattamenti e atti persecutori ai danni dell'ex compagna, oltre che per minaccia verso la madre di lei. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione contestando, tra le altre cose, la genericità delle accuse di stalking e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha rigettato i motivi relativi alla responsabilità penale, confermando che per configurare il reato di atti persecutori bastano anche solo due episodi di minaccia o molestia, senza necessità di indicare date e luoghi precisi per ogni singolo atto. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso limitatamente alla recidiva, ritenendo la motivazione della Corte d'appello illogica e insufficiente su questo punto. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio solo per rideterminare la pena in relazione alla recidiva.
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Danno alla reputazione non provato: zio perde causa contro nipote
Uno zio cita in giudizio il nipote per aver ricevuto insulti via telefono e SMS riguardo una compravendita immobiliare familiare. Chiede un risarcimento per la lesione del suo onore. La Corte di Cassazione conferma la decisione dei giudici precedenti: la richiesta viene respinta. Il principio chiave è che il danno alla reputazione non provato non può essere risarcito. Non basta dimostrare di aver subito un'offesa; è necessario provare con fatti concreti le conseguenze negative che questa ha causato nella vita sociale o personale. L'offesa da sola non è sufficiente per ottenere un risarcimento economico.
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Abuso contratti a termine: 17 anni precario, risarcito con 6 mesi
Una lavoratrice del settore scolastico ha lavorato per un Comune con contratti a tempo determinato per 17 anni, dal 2002 al 2019. I giudici hanno riconosciuto l'esistenza di un abuso contratti a termine da parte dell'ente pubblico. La Corte d'Appello aveva condannato il Comune a un risarcimento pari a sei mensilità dell'ultimo stipendio. La lavoratrice ha fatto ricorso in Cassazione, ritenendo il risarcimento troppo basso. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la decisione precedente. I giudici supremi hanno stabilito che il calcolo del danno era stato fatto in modo corretto e ben motivato, rendendo la condanna a sei mensilità definitiva.
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Perdita di chance: Ente condannato per mancata nomina del 2°
Un Ente Pubblico, dopo aver avviato una selezione per un ruolo dirigenziale, ignora il secondo classificato a seguito della rinuncia del primo, senza fornire motivazioni. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto del candidato escluso al risarcimento del danno da perdita di chance. Anche se l'Ente ha potere discrezionale, una volta avviata una procedura pubblica è obbligato a rispettare i principi di correttezza e buona fede. La violazione di questi doveri ha leso l'affidamento legittimo del candidato, privandolo della concreta possibilità di ottenere l'incarico. La Corte ha quindi rigettato sia il ricorso dell'Ente che quello del candidato, che contestava l'importo del risarcimento.
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Minaccia grave: condannato anche se la lite era reciproca
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per minaccia grave di un individuo, stabilendo un principio fondamentale: il reato sussiste anche in un contesto di reciproca conflittualità. La Corte ha chiarito che per integrare la minaccia grave è sufficiente che le parole siano potenzialmente idonee a intimidire una persona normale, senza che sia necessario provare l'effettivo spavento della vittima. Di conseguenza, è stato confermato anche il diritto della persona offesa a ottenere un risarcimento per il danno non patrimoniale, come lo stato di paura e turbamento, derivante dalle frasi minacciose.
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