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Lieve Entità

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1343 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Lieve entità dello spaccio: no se l’attività è continuativa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per spaccio di stupefacenti. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sostenendo la scarsa gravità dei fatti e l'insufficienza delle prove. I giudici hanno invece confermato la responsabilità penale basandosi su riprese video, testimonianze degli acquirenti e confessioni parziali. La Suprema Corte ha escluso la lieve entità dello spaccio a causa dell'abitualità, della continuatività dell'attività, dell'elevato numero di clienti e della struttura organizzata. Di conseguenza, il ricorso è stato ritenuto generico e ripetitivo, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Contrasto tra dispositivo e motivazione: prevale la motivazione
Il caso riguarda un imputato condannato per reati di droga. La Corte d'Appello ha corretto un errore di calcolo della pena direttamente nel testo della sentenza. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione lamentando la mancata celebrazione di un'udienza per tale correzione e chiedendo la riqualificazione del fatto come spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che, in caso di contrasto tra dispositivo e motivazione dovuto a un errore materiale chiaramente ricostruibile, la motivazione prevale e la correzione può avvenire senza udienza se non vi è un interesse concreto della difesa. Inoltre, il quantitativo di droga esclude la lieve entità.
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Lieve entità dello spaccio: negato lo sconto di pena al pusher
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e chiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che la reiterazione delle condotte, il numero dei clienti e i quantitativi di droga escludono l'applicazione della lieve entità dello spaccio. Di conseguenza, la Cassazione ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Ricettazione di assegni bancari: l’errore sulla data non salva
L'Imputato è stato condannato per il reato di ricettazione di assegni bancari. Ha proposto ricorso lamentando la mancata concessione delle attenuanti per la lieve entità del fatto e la nullità della sentenza d'appello per un errore nell'indicazione della data di deliberazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'alto numero di assegni e il loro valore complessivo escludono la particolare tenuità del fatto. Inoltre, l'errata indicazione della data costituisce una semplice irregolarità e non causa la nullità della sentenza, poiché la data reale è facilmente desumibile dagli atti di causa. La Corte ha quindi disposto la correzione dell'errore materiale e condannato L'Imputato al pagamento delle spese processuali.
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Confisca di denaro: quando la Cassazione ordina la restituzione
Il caso riguarda un uomo condannato per detenzione di stupefacenti di lieve entità. I giudici di merito avevano disposto la confisca di denaro trovato in suo possesso. L'imputato ha fatto ricorso, sostenendo l'illegittimità della misura per mancanza di prove sul legame tra la somma e il reato contestato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca di denaro non è consentita in caso di lieve entità se manca un nesso causale diretto tra la somma e la specifica condotta di detenzione. Non si può presumere che il denaro sia il profitto di passate attività di spaccio non contestate nel processo. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione senza rinvio, ordinando la restituzione del denaro.
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Divieto di reformatio in peius: la Cassazione taglia la pena
L'Imputato, condannato per spaccio di lieve entità di marijuana e hashish, ricorreva in Cassazione contestando il diniego delle attenuanti e l'aumento della pena in appello. La Suprema Corte ha ritenuto legittimo il diniego dell'attenuante del lucro di speciale tenuità, poiché l'attività di spaccio complessiva andava oltre il modesto guadagno immediato. Tuttavia, ha accolto il ricorso sul calcolo della sanzione: la Corte d'Appello, modificando la pena base da sei mesi a un anno per correggere un presunto errore del primo giudice, ha violato il divieto di reformatio in peius, peggiorando la situazione del ricorrente in assenza di impugnazione del PM. La sentenza è stata annullata limitatamente alla determinazione della pena con rinvio per un nuovo calcolo.
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Ricettazione di lieve entità: no allo sconto con precedenti
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di ricettazione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della ricettazione di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la ricettazione di lieve entità deve essere esclusa quando il valore del bene ricettato non è particolarmente basso e quando il soggetto dimostra una spiccata capacità a delinquere, desumibile dai suoi precedenti penali specifici. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di stupefacenti: uso personale o spaccio in casa?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione per un uomo accusato del reato di detenzione di stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella sua abitazione oltre 118 grammi di hashish, materiale per il confezionamento e alcune dosi già pronte. La difesa sosteneva l'uso personale e contestava la sentenza d'appello per aver motivato richiamando semplicemente la decisione di primo grado. I giudici di legittimità hanno invece ritenuto legittima la motivazione per relationem, poiché i motivi di appello riproducevano genericamente le stesse questioni già risolte. Inoltre, la quantità di droga (pari a 750 dosi) e il materiale da imballaggio dimostrano la finalità di spaccio, in mancanza di prove sullo stato di tossicodipendenza dell'imputato. Il ricorso è stato rigettato.
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Lieve entità del fatto: quando gli strumenti negano lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione di sostanze stupefacenti, circa cinquantacinque grammi di canapa indiana. L'imputato richiedeva la riqualificazione del reato nell'ipotesi attenuata di lieve entità del fatto. I giudici hanno confermato che per riconoscere la lieve entità del fatto non basta valutare solo il quantitativo di droga, ma occorre un esame complessivo. Nel caso specifico, il possesso di strumenti per il confezionamento, come bilancino di precisione, nastro isolante e alluminio, e la suddivisione in dosi escludono l'applicazione dell'attenuante. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: l’accordo telefonico decide il giudice
Due soggetti sono stati condannati per lo spaccio di stupefacenti (cocaina). La difesa ha contestato la competenza del Tribunale di Udine, sostenendo che lo scambio materiale fosse avvenuto a Padova. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, stabilendo che la competenza territoriale per il reato di spaccio di stupefacenti si determina nel luogo in cui si perfeziona l'accordo telefonico, ossia dove l'acquirente proponente riceve l'accettazione del venditore (Udine). Inoltre, la Corte ha escluso la qualificazione di lieve entità del fatto, poiché i contatti tra soggetti residenti in province diverse dimostrano legami stabili e non occasionali, e ha confermato che anche l'intermediario risponde pienamente del reato.
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Uso di gruppo di stupefacenti: tra consumo comune e spaccio
L'Imputato è stato condannato per la detenzione di oltre 63 grammi di hashish, equivalenti a circa 2553 dosi. La difesa ha sostenuto l'uso di gruppo di stupefacenti, affermando che la sostanza era destinata ai partecipanti di una festa da lui organizzata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'uso di gruppo richiede requisiti rigorosi, come il mandato preventivo e la provvista finanziaria comune, assenti nel caso specifico. Inoltre, l'elevato numero di dosi esclude la lieve entità del fatto. Infine, la consegna della droga, avvenuta solo dopo l'inizio della perquisizione, non giustifica la massima riduzione per le attenuanti generiche.
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Spaccio di stupefacenti: condannato solo per le intercettazioni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a oltre quattro anni di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti. La difesa sosteneva l'insufficienza delle prove, basate esclusivamente su intercettazioni telefoniche in codice ("droga parlata") senza alcun sequestro fisico di sostanze, e chiedeva la riqualificazione del fatto come di lieve entità. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che l'interpretazione del linguaggio cifrato spetta al giudice di merito e che l'esistenza di una fitta rete di contatti tra spacciatori in un'ampia area geografica esclude l'ipotesi del fatto lieve. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condanna per il passeggero
Un passeggero di un'auto, fermata a fari spenti, è stato condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti. La polizia ha rinvenuto tre grammi di marijuana addosso all'uomo e un involucro da 101 grammi nascosto sotto la sua gamba. La difesa sosteneva che la droga nell'abitacolo non fosse a lui riconducibile, poiché l'auto apparteneva a terzi e mancavano impronte digitali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la detenzione di sostanze stupefacenti non richiede un contatto fisico continuo, ma la semplice disponibilità materiale della droga. La quantità complessiva, pari a oltre 740 dosi, e il comportamento sospetto escludono l'ipotesi del fatto di lieve entità.
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Trattamento sanzionatorio: ricorso respinto e multa salata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello. L'uomo era stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale e spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. La difesa contestava l'aumento di pena applicato per la continuazione tra i reati, ritenendo ingiusto il calcolo della pena. I giudici di legittimità hanno invece stabilito che il trattamento sanzionatorio applicato dai giudici di merito era ampiamente motivato, logico e rispettoso delle tesi difensive. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: no allo sconto per chi vende cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per traffico di stupefacenti. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità e contestava l'ordine di espulsione dall'Italia. I giudici hanno confermato la gravità dei fatti, evidenziando il possesso di oltre sessanta grammi di cocaina e la partecipazione sistematica a un'attività di spaccio organizzata. La Suprema Corte ha ritenuto legittima anche la misura di sicurezza dell'espulsione, motivata dalla concreta pericolosità sociale del soggetto, privo di un lavoro regolare e di una dimora stabile. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: socio o no?
Il Tribunale di Catania ha confermato la custodia cautelare per un uomo accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato, ritenuto il fornitore stabile del gruppo criminale, consegnava ingenti quantitativi di droga, tra cui tredici chilogrammi di cocaina. La difesa ha sostenuto che il semplice rapporto di compravendita non dimostrasse l'affiliazione al gruppo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la costante disponibilità a rifornire l'organizzazione per oltre sei mesi configura la partecipazione all'associazione, a prescindere dalla breve durata del rapporto. I giudici hanno inoltre escluso l'ipotesi di lieve entità a causa dell'enorme volume di droga trafficato.
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Ricorso contro il patteggiamento: l’accordo non si cancella
Tre imputati, dopo aver concordato l'applicazione della pena per spaccio di cocaina ed estorsione, hanno proposto ricorso contro il patteggiamento. Due di essi lamentavano la mancata qualificazione del fatto come di lieve entità e l'assenza di motivazione individuale sulla responsabilità. Il terzo contestava il diniego di sostituzione della pena detentiva e la confisca del denaro sequestrato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro il patteggiamento è limitato per legge a casi tassativi e non consente di ridiscutere la responsabilità o la valutazione delle prove. Inoltre, la confisca del denaro è legittima se l'imputato non ha redditi leciti e il possesso del contante è sproporzionato. Di conseguenza, gli imputati perdono il ricorso e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Droga in casa: quando il fatto di lieve entità viene escluso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione a fini di spaccio di circa 70 grammi di hashish. La difesa chiedeva di riqualificare il reato come fatto di lieve entità, evidenziando il basso principio attivo e l'assenza di denaro contante. Tuttavia, i giudici hanno confermato la decisione d'appello, valorizzando elementi concreti come il possesso di tre bilancini di precisione, venti bustine per il confezionamento e la suddivisione della droga in dosi pronte per la vendita. La Suprema Corte ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità nel reato di spaccio: condanna da rifare
Un uomo, accusato di cessione continuativa di marijuana, viene condannato in appello. La difesa ricorre in Cassazione lamentando vizi di notifica, l'acquisizione indebita di testimonianze e la mancata valutazione della richiesta di riqualificare il fatto come fatto di lieve entità. La Suprema Corte rigetta i motivi sulle notifiche, ritenendoli sanati dalla scelta del rito abbreviato, e conferma la legittimità dell'integrazione probatoria del giudice. Accoglie invece il ricorso sulla mancata pronuncia circa la lieve entità nel reato di spaccio, poiché i giudici di merito hanno omesso di motivare il rigetto di tale richiesta. La sentenza viene annullata con rinvio per un nuovo esame su questo specifico punto.
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Detenzione a fini di spaccio: quando l’accusa del complice condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di detenzione a fini di spaccio di cocaina. La difesa contestava l'attendibilità del collaboratore di giustizia che aveva accusato l'imputato, lamentando anche la mancata riqualificazione del fatto come reato di lieve entità. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni del coimputato sono pienamente credibili poiché coerenti e supportate da riscontri esterni, come testimonianze e passaggi di denaro tracciati tramite assegni. Inoltre, l'ingente quantità di sostanza stupefacente (225 grammi) e il rilevante valore economico escludono l'uso personale e la lieve entità della condotta. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità penale dell'imputato e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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