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Insinuazione Tardiva Al Passivo

30 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La richiesta con cui un creditore, che non ha rispettato la scadenza iniziale, chiede di essere inserito nell'elenco dei creditori di un'azienda in liquidazione per poter essere pagato.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Insinuazione tardiva al passivo: Ricorso respinto per termini scaduti
L'Azienda Creditrice ha tentato di recuperare un credito di oltre 580.000 euro presentando una domanda di insinuazione tardiva al passivo contro Il Fallimento. Sia il giudice delegato che il Tribunale hanno respinto la richiesta perché presentata oltre i termini legali. L'Azienda Creditrice ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che il termine per ricorrere in Cassazione contro le decisioni sull'opposizione allo stato passivo è di soli trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento. Questo termine ridotto è legittimo e non viola il diritto di difesa.
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Insinuazione tardiva al passivo: tutela del credito e ritardi
Un dipendente ha impugnato il licenziamento chiedendo il risarcimento dei danni. A seguito dell'avvio dell'amministrazione straordinaria del datore di lavoro, il giudizio del lavoro è stato interrotto. Il lavoratore ha presentato la domanda di credito davanti al giudice fallimentare con ritardo. I giudici di merito e la Corte di Cassazione hanno dichiarato inammissibile la richiesta. La Suprema Corte ha chiarito che l'insinuazione tardiva al passivo richiede la prova specifica che il ritardo sia dipeso da cause non imputabili al creditore. La semplice prosecuzione della causa di lavoro non giustifica l'inosservanza dei termini della procedura concorsuale. Il ricorso è stato respinto con compensazione delle spese.
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Sospensione feriale dei termini e crediti di lavoro: il verdetto
Un professionista richiedeva l'insinuazione tardiva al passivo del fallimento di un'azienda per ottenere il pagamento dei propri compensi. La Corte d'Appello dichiarava inammissibile l'impugnazione dell'azienda perché tardiva, escludendo l'applicazione della sospensione feriale dei termini trattandosi di crediti assimilabili al lavoro autonomo. L'azienda proponeva ricorso per Cassazione oltre il termine di sessanta giorni, sostenendo che lo svolgimento del giudizio di merito con rito ordinario giustificasse la pausa estiva in base al principio dell'apparenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato che per le controversie relative a crediti di lavoro non si applica la sospensione estiva, a prescindere dal rito seguito nella fase concorsuale. L'azienda è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Insinuazione tardiva al passivo: TFR negato per inerzia
Un lavoratore dipendente ha subito il licenziamento da parte del curatore fallimentare. Dopo circa due anni dalla risoluzione del rapporto lavorativo, il dipendente ha presentato la domanda di insinuazione tardiva al passivo per ottenere il trattamento di fine rapporto. Il tribunale ha dichiarato la richiesta inammissibile a causa del ritardo non giustificato. Il dipendente ha impugnato la decisione sostenendo che i crediti maturati dopo l'apertura del fallimento non fossero soggetti a limiti temporali. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità della richiesta. Il lavoratore conosceva la procedura concorsuale e non ha fornito alcuna prova che giustificasse la prolungata inerzia nell'attivare la tutela del proprio credito.
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Insinuazione tardiva al passivo: ammessi i crediti pregressi
L'Ente Previdenziale chiedeva l'ammissione tempestiva al fallimento di una società per contributi non versati relativi a un singolo mese. Il credito veniva ammesso. A seguito di una verifica ispettiva, l'ente modificava l'inquadramento aziendale e presentava una domanda di insinuazione tardiva al passivo per recuperare i contributi dovuti per un arco temporale precedente di quattro anni. Il Tribunale respingeva l'istanza ritenendo che l'accoglimento della prima domanda precludesse ogni ulteriore pretesa per effetto del giudicato interno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente. I giudici hanno chiarito che i crediti relativi a segmenti temporali diversi si fondano su fatti costitutivi distinti e consentono una nuova insinuazione tardiva al passivo per le mensilità non esaminate prima.
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Insinuazione tardiva al passivo: il ritardo non è sempre scusabile
Una Società (Il Creditore) ha tentato di ottenere l'ammissione di un suo credito (insinuazione tardiva al passivo) nel fallimento di un'altra Società (L'Azienda Fallita). La sua richiesta è stata respinta perché presentata troppo tardi. Il Creditore sosteneva che il ritardo fosse giustificato dalla mancata definitività di una sentenza che accertava il credito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, affermando che il Creditore era già a conoscenza del fallimento e che la non definitività della sentenza non costituiva una scusa valida per la presentazione tardiva della domanda di insinuazione al passivo. Il Creditore doveva agire nei tempi previsti dalla procedura concorsuale.
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Prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito: i limiti
Una società immobiliare ha chiesto di insinuarsi tardivamente al passivo di un fallimento per recuperare diverse somme, tra cui il prezzo di una compravendita dichiarata nulla. I giudici di merito hanno respinto la pretesa accertando la prescrizione dell'azione di ripetizione dell'indebito. La Suprema Corte, con una prima ordinanza, ha rigettato il ricorso. La società ha quindi proposto ricorso per revocazione, lamentando una svista percettiva dei giudici di legittimità nell'esame delle proprie difese. La Corte di Cassazione ha riconosciuto l'errore materiale commesso e ha revocato la propria precedente decisione. Tuttavia, riesaminando il ricorso originario nella fase rescissoria, la Corte lo ha dichiarato nuovamente inammissibile per difetto di specificità e novità delle questioni sollevate. La società ha perso la causa ed è stata condannata alle spese legali.
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Chiusura del fallimento: nessun credito dopo l’attivo esaurito
Due società creditrici hanno impugnato il provvedimento con cui il tribunale ha disposto la chiusura del fallimento di una società debitrice dopo la totale ripartizione dell'attivo. Le ricorrenti lamentavano il mancato riconoscimento di un credito sorto dal recesso da contratti di affitto d'azienda. Tuttavia, le creditrici hanno depositato la loro domanda di insinuazione tardiva solo successivamente all'emanazione del decreto di chiusura. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. I giudici hanno chiarito che la chiusura del fallimento preclude nuove domande se l'attivo è già stato interamente distribuito, facendo venir meno l'interesse e la legittimazione a contestare la conclusione della procedura.
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Insinuazione tardiva al passivo: aiuti UE oltre i limiti
L'Ente Previdenziale chiedeva di recuperare contributi previdenziali non versati da una Società Fallita a seguito della dichiarazione europea di illegittimità degli sgravi fiscali concessi in passato. Il Giudice delegato e il Tribunale respingevano la domanda ritenendola una insinuazione tardiva al passivo non giustificata da cause indipendenti dalla volontà dell'ente pubblico creditore. La Corte di Cassazione ribalta la decisione e stabilisce che l'obbligo europeo di recuperare gli aiuti di Stato dichiarati illegittimi prevale sulle scadenze e sui vincoli procedurali nazionali. Di conseguenza, il giudice deve disapplicare le norme interne sulla decadenza temporale fallimentare per garantire l'effettivo recupero delle somme.
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Insinuazione tardiva al passivo: i termini di decadenza
Un ex dipendente ha proposto una domanda di insinuazione tardiva al passivo fallimentare per ottenere l'indennità sostitutiva del preavviso, dopo aver già partecipato alla procedura con un'altra richiesta tempestiva. Il giudice ha respinto l'istanza perché presentata oltre il termine decadenziale di dodici mesi dal deposito dello stato passivo. Il lavoratore ha eccepito la mancata ricezione della formale comunicazione del curatore sulla chiusura dello stato passivo. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità della richiesta, chiarendo che la conoscenza del fallimento esclude la causa non imputabile del ritardo. L'omesso avviso della curatela non sospende i rigorosi termini annuali di decadenza.
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Insinuazione tardiva al passivo: stop ai ritardi degli enti
L'Ente Previdenziale ha presentato una domanda di insinuazione tardiva al passivo per recuperare oltre settecentomila euro di contributi omessi da una società fallita. L'istanza è giunta oltre il termine di un anno dal decreto di esecutività dello stato passivo. L'Ente ha giustificato il ritardo sostenendo di aver appreso l'omissione contributiva solo dopo un verbale ispettivo tardivo e invocando la complessità della propria struttura amministrativa. I giudici hanno respinto la richiesta. L'Ente conosceva già il fallimento avendo depositato precedenti richieste tempestive. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità della domanda: la disorganizzazione interna o i tempi lunghi di accertamento non giustificano il mancato rispetto dei termini di legge.
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Insinuazione tardiva al passivo: il ritardo colpevole costa caro
Un Ente Previdenziale ha richiesto l'ammissione al passivo del fallimento di una società editoriale per contributi non versati. Tuttavia, ha presentato la domanda tre anni dopo la dichiarazione di esecutività dello stato passivo, superando ampiamente il termine di dodici mesi previsto dalla legge. L'Ente ha giustificato il ritardo lamentando la mancata comunicazione dell'esecutività da parte del curatore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la mancata comunicazione non sospende automaticamente i termini per l'insinuazione tardiva al passivo. Il creditore deve sempre dimostrare che il ritardo è dipeso da una causa a lui non imputabile. Poiché l'Ente era già a conoscenza del fallimento, non avendo fornito tale prova, la sua domanda è stata dichiarata inammissibile.
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Insinuazione tardiva al passivo: sanzione da 17 milioni sfumata
L'Autorità di Regolazione ha richiesto l'insinuazione tardiva al passivo di un credito di oltre 17 milioni di euro per sanzioni contro un'azienda in amministrazione straordinaria. Il Tribunale ha respinto la domanda ritenendo il ritardo colpevole. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che l'Autorità avrebbe dovuto chiedere l'ammissione con riserva fin dall'avvio del procedimento sanzionatorio, poiché il fatto generatore del credito (l'illecito) era anteriore al fallimento. Di conseguenza, l'insinuazione tardiva al passivo è stata dichiarata preclusa a causa dell'inerzia ingiustificata del creditore pubblico.
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Insinuazione tardiva al passivo: ARERA perde 11 milioni per ritardo
L'Autorità di Regolazione ha impugnato il rigetto della propria domanda di ammissione al passivo della Società in Amministrazione Straordinaria per un credito sanzionatorio di oltre undici milioni di euro, derivante dal mancato acquisto di certificati verdi nel 2014. L'ente pubblico sosteneva che il credito fosse sorto solo nel 2019 con l'irrogazione della sanzione, giustificando così l'insinuazione tardiva al passivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il fatto costitutivo del credito risale all'illecito del 2014. Di conseguenza, l'ente avrebbe dovuto richiedere l'ammissione con riserva già all'avvio del procedimento sanzionatorio nel 2017. Avendo atteso oltre due anni, l'insinuazione tardiva al passivo è stata dichiarata inammissibile per ritardo colpevole.
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Insinuazione tardiva al passivo: chi tarda perde il riparto
Una società finanziaria ha presentato una domanda di insinuazione tardiva al passivo per far valere un proprio credito in una procedura fallimentare. Nel frattempo, il curatore ha predisposto un piano di riparto parziale per pagare i creditori già ammessi. La società ha chiesto di bloccare il pagamento o di accantonare la propria quota, ma i giudici hanno respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato che chi presenta una insinuazione tardiva al passivo si assume il rischio del ritardo. Pertanto, non ha diritto a bloccare i pagamenti né a ottenere accantonamenti preventivi, poiché l'elenco dei casi in cui è possibile accantonare le somme è tassativo e non include i crediti tardivi non ancora verificati. La società ricorrente ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese processuali.
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Insinuazione tardiva al passivo: inutile se manca l’attivo
L'Ente Previdenziale ha proposto un'insinuazione tardiva al passivo per recuperare crediti contributivi da una Società in Amministrazione Straordinaria. Il Tribunale ha rigettato la domanda per carenza di interesse ad agire, poiché l'intero patrimonio aziendale era già stato trasferito a un terzo tramite concordato omologato, escludendo la responsabilità per i debiti successivi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Ente Previdenziale. I giudici hanno chiarito che l'ente non ha contestato la reale motivazione della decisione precedente, ovvero l'inutilità dell'azione dovuta alla totale assenza di attivo da aggredire. L'Ente Previdenziale perde definitivamente la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali.
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Insinuazione tardiva al passivo: vince il lavoratore non avvisato
Un ex dipendente ha proposto opposizione allo stato passivo di una società cooperativa in liquidazione coatta amministrativa per ottenere il pagamento di stipendi arretrati e TFR. Il Tribunale ha rigettato la domanda ritenendola fuori tempo massimo, poiché il provvedimento di liquidazione era stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il mancato invio della comunicazione personale al creditore costituisce una causa non imputabile del ritardo. Di conseguenza, l'insinuazione tardiva al passivo è ammissibile, a meno che il liquidatore non provi che il creditore avesse comunque una conoscenza effettiva e concreta della procedura. La semplice pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale non basta a dimostrare tale conoscenza.
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Insinuazione tardiva al passivo: vince il lavoratore senza avviso
Un ex dipendente ha richiesto il pagamento di stipendi arretrati e TFR a una cooperativa in liquidazione coatta amministrativa. Il Tribunale ha rigettato la domanda perché presentata oltre i termini, ritenendo che la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale bastasse a informare il lavoratore. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso del lavoratore. La Corte ha stabilito che, in mancanza della comunicazione personale prevista dalla legge, l'insinuazione tardiva al passivo è sempre ammessa, a meno che il liquidatore non dimostri che il creditore avesse una conoscenza effettiva e concreta della procedura. La semplice pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale non è sufficiente a far decorrere i termini contro il lavoratore.
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Insinuazione tardiva al passivo: il giudicato blocca i rimborsi
Un lavoratore ha richiesto, tramite insinuazione tardiva al passivo, il pagamento di rivalutazione monetaria e interessi maturati dopo l'avvio della liquidazione coatta amministrativa dell'azienda datrice di lavoro. In precedenza, il lavoratore aveva già ottenuto con sentenza definitiva gli accessori limitatamente al periodo antecedente alla liquidazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. I giudici hanno stabilito che il giudicato formatosi sulla precedente opposizione preclude qualsiasi ulteriore richiesta tardiva per lo stesso credito. Inoltre, l'effetto retroattivo delle sentenze della Corte Costituzionale non si applica ai rapporti ormai esauriti da una decisione definitiva. Il lavoratore ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Insinuazione tardiva al passivo: banca perde il recupero crediti
Un istituto di credito ha proposto un'insinuazione tardiva al passivo per recuperare il residuo di un mutuo fondiario, ritenendo che il termine annuale decorresse dal momento in cui il curatore si era opposto alla procedura esecutiva individuale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il termine per l'insinuazione tardiva al passivo decorre inderogabilmente dalla dichiarazione di esecutività dello stato passivo. I giudici hanno chiarito che la riscossione provvisoria delle somme in sede esecutiva non estingue il credito né esenta la banca dall'onere di partecipare al concorso fallimentare per trattenere definitivamente le somme. Di conseguenza, il ritardo della banca è stato ritenuto ingiustificato, determinando la perdita del diritto di ammissione.
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