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art. 101 l.fall.

92 provvedimenti

Ammissione al passivo fallimentare tardiva: proroga non automatica
Una Lavoratrice ha cercato di far riconoscere un credito per indennità di mancato preavviso nel Fallimento di un'Azienda. La sua domanda, definita Ammissione al passivo fallimentare tardiva, è stata respinta perché presentata oltre il termine di dodici mesi dalla data di esecutività dello stato passivo. La Lavoratrice sosteneva che il termine dovesse essere esteso a diciotto mesi, dato che l'udienza di verifica era stata fissata oltre i 120 giorni, implicando una procedura complessa. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la proroga del termine per le domande tardive non è automatica, ma richiede una decisione esplicita e discrezionale del tribunale nella sentenza di fallimento.
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Domanda tardiva di ammissione al passivo: la Cassazione frena le proroghe
Una Lavoratrice ha presentato una domanda tardiva di ammissione al passivo per un credito di indennità di mancato preavviso contro il Fallimento della sua ex Azienda. Il Tribunale ha respinto la richiesta, poiché presentata oltre il termine di dodici mesi dall'esecutorietà dello stato passivo. La Lavoratrice ha sostenuto che il termine dovesse essere automaticamente prorogato a diciotto mesi, data la complessità della procedura fallimentare. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la proroga del termine per le domande tardive non è automatica, ma richiede una decisione esplicita del Tribunale nella sentenza di fallimento, anche se l'udienza di verifica del passivo è fissata oltre i 120 giorni.
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Ammissione al passivo ultratardiva: il ritardo del creditore è fatale
Una società ha acquisito un credito da una banca in liquidazione coatta amministrativa. La società debitrice è fallita. Il creditore ha presentato una domanda ultratardiva per l'ammissione al passivo del fallimento. Il Tribunale ha respinto la richiesta, poiché il creditore non ha dimostrato una causa giustificata per il ritardo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso della società creditrice. Il ritardo nella presentazione della domanda ultratardiva non era imputabile a cause esterne, specialmente considerando la natura professionale del creditore e l'invio della comunicazione di fallimento alla banca originaria prima della cessione del credito.
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Ammissione tardiva al passivo: la conoscenza aliunde blocca il credito
Un Lavoratore ha presentato una domanda di Ammissione tardiva al passivo per un credito verso un'Azienda in liquidazione coatta amministrativa. Il Tribunale ha respinto la richiesta, sostenendo che il Lavoratore aveva già ricevuto comunicazioni e aveva riconosciuto di essere a conoscenza della procedura. Il Lavoratore ha impugnato la decisione, ma la Corte di Cassazione ha confermato. Ha ribadito che le norme sull'ammissione tardiva al passivo si applicano anche alla liquidazione coatta amministrativa. La Corte ha ritenuto provato che il Lavoratore avesse conoscenza aliunde della situazione, rendendo la sua domanda tardiva inammissibile.
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Ammissione al passivo tardiva: la notorietà non basta per il fisco
L'Agenzia delle Entrate ha presentato una domanda di ammissione al passivo tardiva per un credito erariale contro una società in amministrazione straordinaria. Il Tribunale aveva respinto la richiesta, ritenendo che la "notorietà" dell'insolvenza della società, ampiamente diffusa dai media, fosse sufficiente a dimostrare la conoscenza del creditore, rendendo la domanda tardiva inammissibile. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo che la semplice notorietà non basta a provare la conoscenza effettiva e tempestiva del creditore. L'onere di dimostrare tale conoscenza spetta all'amministrazione della società, non al creditore, specialmente in assenza di una comunicazione formale. La causa è stata rinviata al Tribunale per una nuova valutazione.
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Chiusura del fallimento e crediti tardivi: la Cassazione decide
Una società acquirente contesta la chiusura del fallimento di un'azienda immobiliare. La reclamante sostiene di avere un credito risarcitorio e restitutorio in prededuzione, legato a una causa parallela sulla divisione di terreni acquistati all'asta. Per l'acquirente, la procedura non poteva chiudersi prima di aver accantonato le somme per il suo credito pendente. La Corte di Cassazione accerta che il giudizio sulla nullità della divisione è stato definitivamente respinto. Venendo meno l'eventualità del danno, svanisce il presupposto economico della domanda. I giudici dichiarano inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, confermando la chiusura della procedura e compensando le spese.
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Travisamento della prova: errore materiale o vizio?
L'Ente di Riscossione ha richiesto l'ammissione al passivo fallimentare per crediti previdenziali non versati da una società. Il Tribunale ha respinto la domanda perché ha ritenuto prescritti i crediti per decorso del termine quinquennale. L'Ente ha proposto ricorso in Cassazione denunciando la violazione delle regole probatorie e un evidente travisamento della prova. Secondo l'ente pubblico, il giudice di merito avrebbe ignorato diversi atti interruttivi ritualmente depositati, tra cui preavvisi di ipoteca e pignoramenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Ente. I giudici hanno chiarito che l'eventuale svista percettiva del magistrato sui documenti di causa costituisce errore revocatorio e non può essere denunciata come violazione di legge in sede di legittimità. Di conseguenza, il credito rimane definitivamente escluso dal fallimento.
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Credito Privilegiato nel Fallimento: Rifiutata l’Ammissione al Passivo
Un'Azienda di Trasporti ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare di un'Azienda Fallita per un credito privilegiato, basato sul diritto di ritenzione su merci. Il debito, tuttavia, era verso un'Azienda Mandante terza, non l'Azienda Fallita. Il Tribunale aveva parzialmente accolto la domanda, riconoscendo il diritto di partecipare al riparto del ricavato della vendita delle merci. La Corte di Cassazione ha cassato questa decisione. Ha stabilito che i titolari di un diritto di ritenzione su beni mobili, a garanzia di crediti vantati verso terzi e non verso il fallito, non possono avvalersi della procedura di ammissione al passivo fallimentare. Possono però intervenire nella ripartizione dell'attivo per soddisfare il loro credito sul ricavato della liquidazione dei beni.
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Equa riparazione fallimento: indennizzo calcolato dalla domanda
Una società creditrice ha chiesto l'equa riparazione fallimento a causa dell'irragionevole durata di una procedura concorsuale a cui aveva partecipato. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, calcolando il ritardo a partire dal deposito della domanda di insinuazione al passivo. Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso, sostenendo che il calcolo dovesse iniziare solo dal decreto di ammissione allo stato passivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero. I giudici hanno stabilito che il tempo si computa dal momento in cui il creditore presenta la domanda di insinuazione, poiché da quel momento egli diventa parte attiva del processo e matura l'aspettativa di veder soddisfatto il proprio credito.
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Crediti prededucibili: il privilegio non salva dal ritardo
Un Ente Previdenziale ha richiesto l'ammissione al passivo fallimentare di una società per contributi non versati durante l'amministrazione straordinaria. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la domanda perché presentata oltre il termine di un anno dal deposito dello stato passivo, senza giustificato motivo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che anche i crediti prededucibili sono soggetti ai termini di decadenza previsti dalla legge fallimentare. Per presentare una domanda ultratardiva, il creditore deve dimostrare che il ritardo è dipeso da una causa a lui non imputabile e attivarsi tempestivamente non appena l'impedimento cessa. Poiché l'Ente non ha provato l'impossibilità oggettiva di agire prima, il ricorso è stato rigettato.
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Domanda tardiva di credito: decide il singolo, non il collegio
Una Società Agricola ha richiesto il risarcimento dei danni per infiltrazioni saline sui propri terreni, presentando una domanda tardiva di credito nell'ambito della liquidazione coatta amministrativa di un Consorzio. Il Tribunale ha rigettato la richiesta direttamente in composizione collegiale, condannando la società alle spese. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Società Agricola, stabilendo che la domanda tardiva di credito deve essere decisa in prima battuta dal giudice istruttore in sede monocratica (giudice singolo) e non dal tribunale in composizione collegiale. Questo errore procedurale ha privato la ricorrente di un grado di giudizio e ha comportato un'ingiusta condanna alle spese. La Suprema Corte ha quindi cassato la decisione, rinviando la causa al Tribunale affinché si esprima in composizione monocratica.
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Insinuazione ultratardiva al passivo: no a rinvii dopo l’ostacolo
Un'azienda ha presentato una domanda di insinuazione ultratardiva al passivo del fallimento di un'altra società per un credito derivante da una compravendita immobiliare dichiarata simulata. La domanda è stata depositata oltre dieci mesi dopo che la sentenza sulla simulazione era passata in giudicato, ponendo fine all'impedimento. Il Tribunale ha respinto la richiesta per tardività. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che non esiste un termine automatico di dodici mesi dalla cessazione dell'impedimento per presentare l'insinuazione ultratardiva al passivo. Il creditore deve invece attivarsi con immediatezza e ragionevolezza, dimostrando la non imputabilità dell'intero ritardo, compreso il tempo impiegato per organizzare il deposito della domanda dopo la fine dell'ostacolo.
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Insinuazione tardiva al passivo: ARERA perde 11 milioni per ritardo
L'Autorità di Regolazione ha impugnato il rigetto della propria domanda di ammissione al passivo della Società in Amministrazione Straordinaria per un credito sanzionatorio di oltre undici milioni di euro, derivante dal mancato acquisto di certificati verdi nel 2014. L'ente pubblico sosteneva che il credito fosse sorto solo nel 2019 con l'irrogazione della sanzione, giustificando così l'insinuazione tardiva al passivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il fatto costitutivo del credito risale all'illecito del 2014. Di conseguenza, l'ente avrebbe dovuto richiedere l'ammissione con riserva già all'avvio del procedimento sanzionatorio nel 2017. Avendo atteso oltre due anni, l'insinuazione tardiva al passivo è stata dichiarata inammissibile per ritardo colpevole.
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Insinuazione ultra-tardiva: sanzione persa per il ritardo della PA
L'Autorità Pubblica ha richiesto l'ammissione al passivo di un'azienda in amministrazione straordinaria per un credito sanzionatorio di circa trenta milioni di euro, dovuto al mancato acquisto di titoli ambientali. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la domanda perché presentata con grave ritardo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'ente pubblico. I giudici hanno chiarito che l'illecito originario costituisce la fonte del credito e che l'ente avrebbe dovuto presentare una domanda di ammissione con riserva già all'avvio del procedimento sanzionatorio, senza attendere l'adozione del provvedimento finale. Di conseguenza, l'insinuazione ultra-tardiva è stata ritenuta inammissibile poiché il ritardo è interamente imputabile alla negligenza dell'amministrazione creditrice.
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Insinuazione tardiva al passivo: chi tarda perde il riparto
Una società finanziaria ha presentato una domanda di insinuazione tardiva al passivo per far valere un proprio credito in una procedura fallimentare. Nel frattempo, il curatore ha predisposto un piano di riparto parziale per pagare i creditori già ammessi. La società ha chiesto di bloccare il pagamento o di accantonare la propria quota, ma i giudici hanno respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato che chi presenta una insinuazione tardiva al passivo si assume il rischio del ritardo. Pertanto, non ha diritto a bloccare i pagamenti né a ottenere accantonamenti preventivi, poiché l'elenco dei casi in cui è possibile accantonare le somme è tassativo e non include i crediti tardivi non ancora verificati. La società ricorrente ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese processuali.
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Insinuazione tardiva al passivo: vince il lavoratore non avvisato
Un ex dipendente ha proposto opposizione allo stato passivo di una società cooperativa in liquidazione coatta amministrativa per ottenere il pagamento di stipendi arretrati e TFR. Il Tribunale ha rigettato la domanda ritenendola fuori tempo massimo, poiché il provvedimento di liquidazione era stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il mancato invio della comunicazione personale al creditore costituisce una causa non imputabile del ritardo. Di conseguenza, l'insinuazione tardiva al passivo è ammissibile, a meno che il liquidatore non provi che il creditore avesse comunque una conoscenza effettiva e concreta della procedura. La semplice pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale non basta a dimostrare tale conoscenza.
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Insinuazione tardiva al passivo: vince il lavoratore senza avviso
Un ex dipendente ha richiesto il pagamento di stipendi arretrati e TFR a una cooperativa in liquidazione coatta amministrativa. Il Tribunale ha rigettato la domanda perché presentata oltre i termini, ritenendo che la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale bastasse a informare il lavoratore. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso del lavoratore. La Corte ha stabilito che, in mancanza della comunicazione personale prevista dalla legge, l'insinuazione tardiva al passivo è sempre ammessa, a meno che il liquidatore non dimostri che il creditore avesse una conoscenza effettiva e concreta della procedura. La semplice pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale non è sufficiente a far decorrere i termini contro il lavoratore.
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Domanda supertardiva: l’INPS perde il credito per TFR
L'Istituto Previdenziale ha proposto ricorso contro il Fallimento di una società per ottenere l'ammissione al passivo di un credito per anticipazioni del TFR. La richiesta è stata qualificata come domanda supertardiva poiché presentata oltre i dodici mesi dall'esecutività dello stato passivo. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la domanda: nonostante la mancata comunicazione ufficiale del fallimento da parte della curatela, è stato dimostrato che l'ente pubblico aveva comunque conoscenza effettiva del fallimento da altre fonti (conoscenza aliunde) molto prima del deposito della domanda. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'ente previdenziale e condannandolo al pagamento delle spese processuali, poiché l'accertamento della conoscenza del fallimento spetta esclusivamente al giudice di merito.
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Ipoteca legale e fallimento: quando la garanzia vince sul blocco
Una società creditrice ha richiesto l'insinuazione tardiva al passivo di un fallimento per un credito derivante da un giudizio di divisione ereditaria, assistito da ipoteca legale per il pagamento di un conguaglio. Il Tribunale aveva escluso la garanzia ipotecaria ritenendola inopponibile al fallimento poiché iscritta dopo la dichiarazione di fallimento. La Corte d'Appello ha invece riconosciuto la prelazione ipotecaria per la sola quota capitale. La Cassazione ha rigettato il ricorso del Fallimento, stabilendo che l'ipoteca legale è opponibile se il curatore ha partecipato come parte al giudizio di divisione. Inoltre, accogliendo il ricorso incidentale della società, ha chiarito che la richiesta di interessi e spese costituisce una semplice precisazione della domanda originaria e che la garanzia ipotecaria si estende anche alle spese collegate.
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Concordato preventivo chiuso: sì ai crediti rinegoziati
Una società finanziaria ha chiesto di ammettere al passivo del fallimento di un'azienda alcuni crediti derivanti da un accordo di riscadenzamento stipulato durante un precedente concordato preventivo. Il Tribunale aveva respinto la richiesta, ritenendo che la chiusura del concordato preventivo avesse prodotto un effetto esdebitatorio totale, cancellando i crediti anteriori. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della finanziaria. I giudici hanno chiarito che, sebbene il concordato preventivo produca effetti esdebitatori per i vecchi debiti, gli accordi di risanamento stipulati durante la sua esecuzione creano nuove e valide obbligazioni. Di conseguenza, i creditori che hanno rinegoziato il debito possono legittimamente insinuarsi al passivo del successivo fallimento per i nuovi crediti così sorti, anche se questi non godono del diritto di prededuzione.
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