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Indennità Sostitutiva Del Preavviso

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84 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Clausola Risolutiva Espressa: Niente Preavviso se l’Agente è Colpevole
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un agente di commercio il cui contratto è stato interrotto dall'azienda mandante a causa di un grave inadempimento. Il contratto conteneva una clausola risolutiva espressa che, in caso di violazioni specifiche, permetteva la cessazione immediata del rapporto senza indennità di mancato preavviso. L'agente sosteneva che tale clausola fosse vessatoria e quindi inefficace. La Suprema Corte ha stabilito che la clausola risolutiva espressa non rientra tra quelle vessatorie che richiedono una doppia firma. Essa è uno strumento legittimo per gestire gli inadempimenti e non equivale a una facoltà di recesso immotivato. Di conseguenza, la risoluzione del contratto era valida e all'agente non spettava alcuna indennità di preavviso.
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Recesso per giusta causa agente: accusa tardiva, l’azienda paga
Un'azienda interrompe un contratto di agenzia invocando un recesso per giusta causa agente, basato su presunti incassi diretti avvenuti anni prima. L'Agente contesta il recesso e chiede il pagamento delle indennità di fine rapporto. I giudici danno ragione all'Agente, ritenendo le accuse dell'Azienda tardive e ingiustificate. La Corte di Cassazione conferma la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'Azienda. Quest'ultima tentava di far riesaminare i fatti, un'operazione non consentita in sede di legittimità. L'Azienda viene quindi condannata a pagare tutte le somme dovute all'Agente, oltre alle spese legali.
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Minimale contributivo: accordo privato non ferma l’obbligo INPS
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale in materia di obblighi previdenziali. Anche se un'azienda e i suoi lavoratori si accordano per la rinuncia all'indennità sostitutiva del preavviso, l'Ente Previdenziale ha comunque il diritto di pretendere i contributi su quella somma. La decisione si fonda sul principio del minimale contributivo, secondo cui i contributi si calcolano sulla retribuzione legalmente dovuta, non su quella effettivamente pagata. L'accordo privato tra le parti, quindi, non è vincolante per l'ente, che tutela un interesse pubblico. Di conseguenza, l'Azienda è stata condannata a versare i contributi omessi.
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Minimale Contributivo: Contributi INPS dovuti anche senza paga
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale in tema di minimale contributivo. Un'azienda, dopo aver licenziato alcuni dipendenti, aveva stipulato con loro un accordo in cui questi rinunciavano all'indennità sostitutiva del preavviso. Nonostante la somma non fosse stata materialmente pagata, l'INPS ha preteso il versamento dei relativi contributi. La Corte ha dato ragione all'ente previdenziale, affermando che l'obbligo di versare i contributi si basa sulla retribuzione legalmente dovuta, non su quella effettivamente corrisposta. L'accordo tra azienda e lavoratori non può quindi pregiudicare il diritto dell'INPS a riscuotere i contributi calcolati secondo il principio del minimale contributivo.
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Minimale contributivo: accordo non vale, l’azienda paga i contributi
Un'azienda, dopo un licenziamento collettivo, stipula un accordo con i lavoratori: questi rinunciano all'indennità sostitutiva del preavviso in cambio di un incentivo all'esodo. L'azienda non versa i contributi su tale indennità, ritenendo non fossero dovuti perché mai pagata. L'Ente Previdenziale, invece, li richiede. La Cassazione dà ragione all'Ente, applicando il principio del **minimale contributivo**: i contributi si versano sulla retribuzione legalmente dovuta, non su quella effettivamente percepita. L'accordo tra azienda e lavoratori non è opponibile all'Ente, che ha un diritto autonomo. L'azienda è quindi obbligata a pagare i contributi omessi.
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Accordo col lavoratore? L’INPS vince: inopponibilità transazione
Un'azienda, dopo aver licenziato due dipendenti, stipula con loro un accordo transattivo. I lavoratori rinunciano all'indennità di preavviso in cambio di un incentivo all'esodo. L'Ente Previdenziale, tuttavia, chiede all'azienda il pagamento dei contributi su quell'indennità non versata. La Corte di Cassazione dà ragione all'Ente, stabilendo il principio dell'inopponibilità della transazione all'INPS. Gli accordi privati tra azienda e lavoratore non possono annullare l'obbligo di versare i contributi sulla retribuzione legalmente dovuta, anche se non effettivamente pagata. L'azienda è quindi tenuta a versare i contributi mancanti.
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Direttore autonomo ma contributi sul preavviso sempre dovuti
La Cassazione affronta la qualificazione del rapporto di lavoro giornalistico. La Corte ha stabilito che un Direttore Responsabile, pur avendo un ruolo apicale, non è automaticamente un lavoratore subordinato. Se agisce in piena autonomia, senza ricevere direttive dall'editore e avendo l'ultima parola sulla linea editoriale, il suo rapporto è autonomo e non soggetto a contribuzione per lavoro dipendente. In un altro aspetto della stessa sentenza, la Corte ha però confermato un principio rigido: l'obbligo di versare i contributi sull'indennità di mancato preavviso esiste sempre, anche se il rapporto di lavoro cessa con un accordo consensuale. Questo perché l'obbligazione contributiva verso l'ente previdenziale è un dovere pubblico e non può essere annullato da patti privati.
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Rinvio Espresso CCNL: Contratto Generico, Indennità Ridotta Annullata
Un dirigente, licenziato per soppressione della sua posizione, ha contestato l'importo dell'indennità di preavviso, ridotta dall'azienda in base a una clausola del CCNL. La Corte di Cassazione ha stabilito che le clausole peggiorative per il lavoratore, contenute in un allegato del contratto collettivo, sono valide solo se il contratto individuale contiene un **rinvio espresso CCNL** a quella specifica norma. Un richiamo generico al CCNL non è sufficiente. La Corte ha anche chiarito che l'indennità supplementare spetta al dirigente non solo per licenziamento ingiustificato, ma anche per quello basato su motivi economici oggettivi. Il dirigente ha quindi vinto la causa, ottenendo il diritto a un ricalcolo delle somme a suo favore.
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Mansioni del dirigente: indennità dovuta anche senza demansionamento
Un Dirigente ha rassegnato le dimissioni a seguito di un profondo cambiamento del proprio ruolo aziendale. L'Azienda lo aveva spostato da una posizione di gestione operativa con risorse umane subordinate a un incarico di staff presso l'Amministratore Delegato. Nonostante il nuovo ruolo fosse di alto livello, il Dirigente ha lamentato la perdita della gestione di una struttura e di persone. Ha quindi richiesto l'indennità prevista dal contratto collettivo per il mutamento delle mansioni del dirigente. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto del lavoratore a ricevere tale somma, pari a oltre 160.000 euro. Il principio stabilito chiarisce che l'indennità spetta ogni volta che il cambiamento incide in modo significativo sulla posizione professionale, indipendentemente dal fatto che la nuova mansione sia peggiorativa o meno. L'Azienda è stata condannata al pagamento integrale.
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Cambio Appalto: Niente Indennità Preavviso con Riasunzione?
Un lavoratore, addetto alle pulizie ferroviarie, al termine di un appalto cessa il rapporto con la vecchia azienda e viene immediatamente assunto dalla nuova, senza interruzioni. L'azienda uscente non paga l'indennità sostitutiva del preavviso, sostenendo che si tratti di una risoluzione consensuale e non di un licenziamento, dato che il lavoratore non è mai rimasto disoccupato. Il lavoratore, invece, la richiede. La Corte di Cassazione, riconoscendo l'importanza della questione per l'uniformità del diritto, non emette una decisione finale ma rinvia il caso a una pubblica udienza per un esame più approfondito. La questione sul diritto all'indennità sostitutiva del preavviso in caso di riassunzione immediata resta quindi aperta.
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Indennità di preavviso dirigente: la validità.
La Corte di Cassazione ha stabilito che la clausola di indennità di preavviso dirigente può essere valida anche in contratti a tempo determinato se giustificata da un rapporto ultra-decennale. La sentenza analizza inoltre la risarcibilità delle ferie non godute per carichi di lavoro eccessivi e l'attenuazione del formalismo processuale in caso di errori materiali nel deposito degli atti.
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Indennità sostitutiva preavviso: fuori dal calcolo TFR
Un fondo di previdenza ha agito per ottenere il versamento di contributi calcolati anche sull'indennità sostitutiva del preavviso di un ex dirigente di una società fallita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il principio secondo cui tale indennità, avendo natura risarcitoria e non retributiva, non rientra nella base di calcolo del Trattamento di Fine Rapporto (TFR), in quanto si riferisce a un periodo non lavorato.
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Credito contributivo prededucibile: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha stabilito che il credito contributivo vantato dall'ente previdenziale sull'indennità sostitutiva del preavviso è da considerarsi prededucibile. Ciò accade quando il rapporto di lavoro prosegue dopo la dichiarazione di fallimento e viene successivamente interrotto dal curatore. Secondo la Corte, tale debito sorge dalla gestione della procedura fallimentare e non dalla precedente attività dell'impresa, garantendogli così la massima priorità nel pagamento.
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Giusta causa dimissioni: quando il ritardo paga?
Un lavoratore si dimette per il ritardo nel pagamento degli stipendi, invocando la giusta causa dimissioni. La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha dichiarato il suo ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici di merito. L'ordinanza sottolinea che la valutazione sulla gravità dell'inadempimento del datore di lavoro è una questione di fatto riservata al giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità se non per vizi logici o giuridici della motivazione.
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Recesso per giusta causa: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso di recesso per giusta causa in un contratto di agenzia. Un agente aveva interrotto il rapporto per presunti inadempimenti della società preponente, ma la Corte d'Appello aveva ribaltato la decisione di primo grado, escludendo la giusta causa. La Cassazione ha confermato la sentenza d'appello, rigettando il ricorso dell'agente e chiarendo i limiti della valutazione della giusta causa e l'inammissibilità di alcuni motivi di ricorso, come quelli basati sulla regola della 'doppia conforme'.
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Agente monomandatario: conta il contratto, non i fatti
La Corte di Cassazione stabilisce che la qualifica di agente monomandatario, ai fini del calcolo dell'indennità di preavviso, dipende dalle previsioni contrattuali e non dall'effettivo svolgimento dell'attività per un solo preponente. Se il contratto permette all'agente di assumere altri incarichi non concorrenziali, la scelta di non farlo è irrilevante. Pertanto, all'agente spetta l'indennità ridotta prevista per gli agenti plurimandatari, poiché la tutela rafforzata è riservata solo a chi è contrattualmente vincolato all'esclusiva.
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Indennità di preavviso: spetta nel cambio appalto?
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'indennità di preavviso spetta al lavoratore anche in caso di cambio appalto con immediata riassunzione da parte della nuova impresa. La cessazione del rapporto, dovuta a un fatto riconducibile al datore di lavoro, non costituisce una risoluzione consensuale. La Suprema Corte ha inoltre confermato la natura retributiva dell'indennità, estendendo la responsabilità solidale per il suo pagamento a tutta la filiera dell'appalto, inclusa la società committente.
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Indennità preavviso: spetta nel cambio appalto?
La Corte di Cassazione ha confermato che l'indennità sostitutiva del preavviso spetta al lavoratore anche in caso di cambio appalto con immediata riassunzione presso la nuova impresa. La Corte ha ribadito che tale indennità non ha natura risarcitoria, ma retributiva, e prescinde dalla prova di un danno effettivo. Viene inoltre confermata la responsabilità solidale tra l'azienda uscente, quella subentrante e il committente per il pagamento di tale somma.
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Dimissioni giusta causa e Cassa Integrazione COVID
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27350/2024, ha rigettato il ricorso di un lavoratore che si era dimesso per giusta causa lamentando un demansionamento e un uso illegittimo del Fondo di Integrazione Salariale (FIS) durante l'emergenza COVID-19. La Corte ha stabilito che la normativa emergenziale ha derogato agli obblighi di comunicazione standard per l'accesso alla cassa integrazione e che la sospensione temporanea del rapporto non costituisce di per sé una giusta causa di dimissioni. Di conseguenza, il lavoratore è stato condannato a pagare l'indennità di mancato preavviso e la penale per violazione del patto di stabilità.
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Indennità cambio appalto: quando spetta? Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 27140/2024, ha stabilito che l'indennità cambio appalto spetta al lavoratore anche se viene immediatamente riassunto dall'azienda subentrante. La Corte ha chiarito che la cessazione del rapporto con il precedente datore di lavoro è un recesso unilaterale e non una risoluzione consensuale. L'indennità ha natura retributiva e non risarcitoria, pertanto è dovuta a prescindere dal fatto che il lavoratore abbia trovato subito una nuova occupazione, confermando la solidarietà tra committente e appaltatore per tali crediti.
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