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Impossibilità Sopravvenuta

56 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'impossibilità sopravvenuta è causa di estinzione dell'obbligazione normata dagli artt. da 1256 a 1258 del Codice Civile italiano. L'estinzione dell'obbligazione si realizza quando l'impossibilità è: sopravvenuta, deve verificarsi dopo che è sorta l'obbligazione; oggettiva, l'adempimento deve essere divenuto impossibile per sé stesso, indipendentemente dalle condizioni personali e/o patrimoniali del debitore; assoluta, l'impedimento non può essere superato con nessuna intensità di sforzo; non imputabile, l'impedimento non deve derivare da dolo o colpa del debitore; tale requisito deve essere apprezzato rispetto all'impossibilità e non direttamente rispetto alla non attuazione del rapporto. Se l'impossibilità deriva da causa imputabile al debitore, l'obbligazione sopravvive ma il contenuto muta in una prestazione risarcitoria; definitiva, non idonea a cessare nel corso del tempo. Se l'impossibilità è solo temporanea, il debitore non è responsabile del ritardo ma è tenuto comunque ad adempiere all'obbligazione.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Sottoscrizione quote fondo comune: no alla revoca per crisi
Un investitore rifiuta il versamento del prezzo per la sottoscrizione quote fondo comune per oltre tre milioni di euro. La società di gestione del risparmio ottiene quindi un decreto ingiuntivo. L'investitore si oppone contestando la mancanza di forma scritta del contratto, poiché privo della firma della società, e adduce la crisi finanziaria del fondo per giustificare l'inadempimento. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'investitore. I giudici chiariscono che nei contratti d'investimento basta la firma del cliente se il documento viene prodotto in giudizio dall'intermediario, con effetti retroattivi. Inoltre, l'investitore non può eccepire la cattiva gestione del fondo per evitare il pagamento se la propria morosità si è verificata prima dei presunti illeciti ed è stata la causa principale del dissesto. L'investitore viene condannato a pagare il dovuto e le spese legali.
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Sospensione unilaterale del rapporto di lavoro e stipendi
Una lavoratrice ha richiesto l'ammissione allo stato passivo del fallimento aziendale per ottenere gli stipendi non percepiti durante l'anno, periodo in cui l'ente formativo aveva chiuso le sedi a seguito della revoca dell'accreditamento regionale. I giudici di merito avevano respinto la richiesta sostenendo l'impossibilità oggettiva di ricevere la prestazione. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la sospensione unilaterale del rapporto di lavoro non esonera l'azienda dal pagare le retribuzioni, a meno che non dimostri una totale e non imputabile impossibilità di ricevere l'attività. I normali rischi di gestione aziendale ricadono interamente sul datore di lavoro. La lavoratrice vince parzialmente e il processo torna in riesame.
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Corso non pagato: il ricorso in Cassazione della scuola è nullo
Un cliente interrompe il pagamento delle rate di un corso di lingua in seguito al trasferimento in un'altra città. Il Giudice di Pace revoca il decreto ingiuntivo ottenuto dall'istituto scolastico, ritenendo il contratto risolto per impossibilità sopravvenuta. La scuola di lingue propone direttamente ricorso in Cassazione per ottenere il saldo dell'importo. La Corte di Cassazione dichiara l'impugnazione inammissibile: le sentenze del Giudice di Pace devono essere impugnate esclusivamente mediante appello al Tribunale e non con ricorso diretto di legittimità. La scuola perde la causa ed è condannata al pagamento delle spese giudiziarie e del doppio contributo unificato.
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Notifica PEC fallita: il ricorso è tardivo e inammissibile in Cassazione
Un inquilino ha citato in giudizio il proprietario per danni subiti a causa del crollo di parte dell'immobile locato, sostenendo che il proprietario conosceva i rischi. Il Tribunale ha risolto il contratto per impossibilità sopravvenuta e condannato il proprietario al risarcimento. La Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, escludendo la malafede del proprietario e la sua responsabilità. L'inquilino ha proposto ricorso in Cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'inquilino per tardività del ricorso, poiché la notifica della sentenza d'appello via PEC non è andata a buon fine per cause imputabili al destinatario (casella piena o errore tecnico del gestore). La Corte ha ribadito che l'onere di gestire correttamente la propria casella PEC ricade sul professionista.
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Vitalizio assistenziale: non paga i danni chi è rifiutato
Un uomo stipulò un contratto di vitalizio assistenziale con il fratello e la cognata, concedendo uno sconto di ventimila euro sulla vendita di un immobile in cambio dell'assistenza sanitaria ai genitori anziani. A seguito della separazione dei coniugi assistenti, la cognata venne allontanata dall'abitazione e i genitori rifiutarono le sue cure. Il fratello venditore chiese la risoluzione del contratto per inadempimento e la restituzione dello sconto praticato. La Suprema Corte ha stabilito che il rifiuto dei beneficiari rende la prestazione della cognata impossibile per causa a lei non imputabile, liberandola da ogni obbligo restitutorio. L'obbligo di restituzione ricade integralmente sul fratello rimasto inadempiente.
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Abuso di dipendenza economica: la Cassazione dà ragione alla banca
Alcuni imprenditori e la loro società hanno citato in giudizio un istituto di credito chiedendo l'annullamento di contratti di finanziamento legati a un'operazione di leveraged buy out. Gli opponenti sostenevano l'esistenza di un abuso di dipendenza economica e la violazione dei divieti di assistenza finanziaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che non sussiste abuso di dipendenza economica se l'operazione è stata liberamente scelta ed eseguita con la consulenza di professionisti di fiducia. Inoltre, la disciplina della fusione a seguito di acquisizione con indebitamento prevale sui generali divieti societari, purché siano rispettate le tutele informative previste dalla legge. Di conseguenza, l'istituto di credito ha vinto la causa e i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali.
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Impossibilità sopravvenuta locazione: stop al risarcimento
Una società conduttrice prende in affitto un immobile ad uso turistico con l'accordo di ristrutturarlo. A causa delle occupazioni illecite di un terzo e di ostacoli amministrativi, i lavori si interrompono. L'inquilino chiede la risoluzione contrattuale per inadempimento e il risarcimento dei costi sostenuti. I giudici di merito dichiarano sciolto il contratto per impossibilità sopravvenuta locazione causata dal fatto del terzo, negando però il risarcimento per difetto di prova. La Corte di Cassazione conferma integralmente la decisione e dichiara il ricorso inammissibile. L'inquilino non può richiedere un riesame dei fatti quando due decisioni precedenti sono identiche e mancano contestazioni procedurali specifiche.
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Soppressione ente pubblico: legittima la revoca del direttore
Una funzionaria pubblica ricopriva l'incarico a tempo determinato di Direttore Generale presso un'agenzia regionale. Successivamente, una legge regionale ha disposto la soppressione ente pubblico e il trasferimento delle relative funzioni amministrative alla Giunta regionale. A causa della chiusura dell'ente, l'amministrazione ha revocato l'incarico dirigenziale prima della sua naturale scadenza. La dirigente ha impugnato la revoca chiedendo un risarcimento di oltre 60.000 euro e invocando la tutela prevista per il trasferimento d'azienda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e confermato la legittimità della revoca anticipata. I giudici hanno chiarito che la soppressione ente pubblico causa l'impossibilità sopravvenuta della prestazione per i ruoli di vertice. Un incarico direttivo apicale presuppone l'esistenza dell'ente e non può trasferirsi in un'altra amministrazione già dotata di un proprio direttore generale. La lavoratrice è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Sospensione unilaterale del rapporto di lavoro: stipendi dovuti
Una società di servizi subisce l'improvvisa interruzione di una commessa pubblica di pulizia. L'azienda comunica ai sindacati la volontà di richiedere la cassa integrazione straordinaria e sospende l'attività del personale. L'ente pubblico nega però l'integrazione salariale e l'impresa omette il pagamento delle retribuzioni. Le lavoratrici agiscono in giudizio per ottenere le mensilità maturate. I giudici di merito accertano che la sospensione unilaterale del rapporto di lavoro non esonera la datrice dall'obbligo retributivo in assenza di una totale e incolpevole impossibilità oggettiva. La Corte di Cassazione conferma la decisione: il calo delle commesse rientra nel normale rischio d'impresa e il semplice verbale sindacale non autorizza il mancato versamento degli stipendi.
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Risoluzione contrattuale per inadempimento: il caso
Il Tribunale ha dichiarato la risoluzione contrattuale per inadempimento di una ditta appaltatrice che ha interrotto i lavori di restauro edilizio. Nonostante la difesa basata sulla crisi di liquidità per il blocco dei crediti fiscali, il giudice ha ritenuto il comportamento dell'impresa un grave inadempimento, ordinando la restituzione dell'acconto e revocando la cessione dei crediti d'imposta.
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Rifiuto corsi: licenziamento per giustificato motivo oggettivo
Un dipendente con contratto part-time è stato licenziato per aver rifiutato ripetutamente di completare un corso obbligatorio sulla sicurezza sul lavoro di otto ore, di cui mancavano le ultime quattro. L'azienda aveva organizzato i corsi al di fuori del suo normale orario di lavoro (6:00-10:00). La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento, qualificando il rifiuto come causa di impossibilità sopravvenuta della prestazione. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di formazione sulla sicurezza rientra nell'orario di lavoro, inteso in senso ampio, e può essere preteso anche come lavoro supplementare. Di conseguenza, il reiterato rifiuto del dipendente di formarsi impedisce legalmente all'azienda di impiegarlo, giustificando pienamente il licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
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Restituzione dell’immobile locato: quando il ritardo costa caro
Una società conduttrice di un immobile commerciale ha interrotto il pagamento dei canoni dopo la risoluzione consensuale del contratto per infiltrazioni d'acqua. La società ha trattenuto i locali oltre il tempo ragionevole per sgomberare le attrezzature. Successivamente, la proprietaria ha cambiato le serrature. La società ha sostenuto che l'obbligo di restituzione dell'immobile locato si fosse estinto per impossibilità sopravvenuta a causa del cambio di serratura. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società conduttrice. I giudici hanno chiarito che stabilire il momento esatto della perdita del possesso è una questione di fatto che spetta solo ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, la società è stata condannata a rilasciare l'immobile e a pagare le spese processuali.
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Mutuo di scopo: se il Comune cambia idea paga gli interessi
Un Comune riceve dalla Provincia un finanziamento agevolato per acquistare terreni da destinare all'edilizia popolare. Successivamente, il Comune modifica il piano urbanistico e cambia la destinazione dei terreni a servizi pubblici, restituendo solo la somma capitale ricevuta. La Provincia richiede il pagamento degli interessi per il mancato raggiungimento dell'obiettivo. La Cassazione respinge il ricorso del Comune, confermando che il rapporto costituisce un mutuo di scopo. Poiché il Comune ha cambiato la destinazione d'uso dei terreni per propria scelta discrezionale, si configura un grave inadempimento contrattuale. Di conseguenza, il contratto si risolve con effetto retroattivo e il Comune deve pagare gli interessi legali maturati dalla data di erogazione dei fondi fino alla loro restituzione.
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Impossibilità sopravvenuta della prestazione: ko per l’azienda
Una lavoratrice, impiegata come infermiera, ha richiesto il rispetto di un accordo sindacale che prevedeva il suo obbligo di assunzione da parte di un'azienda sanitaria. L'azienda, successivamente fallita, non ha proceduto all'assunzione eccependo l'impossibilità sopravvenuta della prestazione a causa della revoca delle convenzioni pubbliche regionali. La Corte d'Appello ha accolto la domanda della lavoratrice, rilevando che l'azienda non ha fornito prove concrete sulla reale interruzione dell'attività e sulla tempistica della revoca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della curatela fallimentare. I giudici hanno confermato che spetta al datore di lavoro dimostrare l'impossibilità sopravvenuta della prestazione, non essendo sufficiente invocare una generica difficoltà amministrativa senza provarne l'impatto reale e immediato sull'attività aziendale. Di conseguenza, la lavoratrice ha ottenuto il diritto al risarcimento delle retribuzioni arretrate.
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Indennizzo scioglimento contratti: la nuova sentenza
La Corte di Appello di Genova ha ridefinito l'importo per l'indennizzo scioglimento contratti dovuto da una società portuale in concordato a un utente. Sebbene lo scioglimento sia legittimo, il calcolo del danno deve escludere i periodi in cui il bene era oggettivamente inutilizzabile a causa di danni strutturali provocati da una mareggiata.
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Impossibilità sopravvenuta: se il rischio è noto la cucina si paga
L'Acquirente stipula un preliminare per un appartamento storico e, contemporaneamente, acquista una cucina su misura da un'Azienda di arredamento. Successivamente, la Soprintendenza nega l'autorizzazione per la planimetria richiesta, rendendo inutilizzabile la cucina. L'Acquirente chiede la risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta e presupposizione. La Corte di Cassazione respinge il ricorso. I giudici chiariscono che l'impossibilità sopravvenuta non è configurabile se l'evento (il diniego della Soprintendenza) era prevedibile dall'Acquirente, il quale conosceva la necessità di autorizzazioni. Inoltre, la presupposizione viene esclusa poiché il rischio amministrativo non era comune a entrambi i contraenti, non essendo stato comunicato all'Azienda di arredamento. L'Acquirente perde la causa e viene condannato a risarcire le spese legali e a pagare una sanzione per lite temeraria.
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Recesso anticipato contratto a termine: Accordo sindacale batte COVID
Una musicista con un contratto di breve durata viene licenziata da una Fondazione teatrale a causa della sospensione degli spettacoli per il COVID-19. La Fondazione invoca l'impossibilità di eseguire la prestazione. La lavoratrice si oppone, sostenendo che un accordo aziendale, siglato il giorno prima del recesso, prevedeva tutele per tutti i dipendenti. La Corte di Cassazione le dà ragione, stabilendo che il recesso anticipato contratto a termine era illegittimo. L'accordo aziendale, infatti, si applicava anche ai contratti brevi e prevaleva sulla decisione unilaterale dell'azienda, escludendo la possibilità di licenziare.
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Sospensione Lavoro: Ente non paga, Cassazione dà ragione al Lavoratore
Un ente pubblico sospendeva il pagamento dello stipendio a un lavoratore, adducendo come cause la mancata erogazione di fondi da parte della Regione e il superamento del numero di giornate lavorative garantite dal contratto collettivo. La Corte di Cassazione ha stabilito che la sospensione unilaterale del rapporto di lavoro è illegittima. Il datore di lavoro non può interrompere la retribuzione a causa di difficoltà economiche o per la mancanza di fondi da parte di terzi, poiché tali eventi rientrano nel normale rischio d'impresa. La clausola del CCNL, inoltre, riguardava le modalità di assunzione e non autorizzava la sospensione del contratto. Di conseguenza, il lavoratore ha vinto la causa e ottenuto il diritto al pagamento degli stipendi arretrati.
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Vince concorso ma non viene assunta: il Factum Principis salva l’Ente
Una candidata, idonea in un concorso pubblico per puericultrice, non viene assunta dal Comune. L'ente pubblico si difende sostenendo che la mancata assunzione è dovuta a cause esterne: un blocco normativo sulle assunzioni e le decisioni negative dell'organo di controllo (CO.RE.CO.). La Corte di Cassazione ha dato ragione al Comune, stabilendo che tali eventi costituiscono un 'factum principis'. Questo principio giuridico esclude la responsabilità dell'ente, in quanto l'inadempimento non deriva da una sua colpa ma da un impedimento imposto dall'autorità. Di conseguenza, la richiesta di assunzione e risarcimento della candidata è stata respinta.
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Sala Giochi e nuova legge: no alla risoluzione per impossibilità
Una società che gestiva una sala giochi in un immobile in affitto ha tentato di recedere dal contratto, invocando la risoluzione per impossibilità sopravvenuta a causa di una nuova legge che impediva la sua attività in quella zona. Il Locatore si è opposto, chiedendo il pagamento dei canoni. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Locatore, stabilendo che il cambiamento normativo non giustifica automaticamente la risoluzione. La Società Inquilina non ha mai provato l'effettiva revoca della sua licenza e, inoltre, il suo comportamento (non aver dato disdetta per anni dopo la nuova legge) dimostrava la volontà di continuare il rapporto. L'onere di provare l'impossibilità era a suo carico e non è stato assolto.
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