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Furto In Abitazione — Anno 2023

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169 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Furto In Abitazione

Provvedimenti

Furto in abitazione: no a sconti di pena senza prove concrete
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per il reato di furto in abitazione. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere un nuovo esame delle prove in Cassazione se i giudici di merito hanno già fornito una motivazione logica e coerente. Inoltre, per negare le attenuanti generiche, il giudice non deve confutare ogni singolo argomento della difesa, ma può limitarsi a indicare gli elementi ritenuti decisivi per il diniego. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione aggravato: ricorso respinto e multa salata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di furto in abitazione aggravato. L'imputato contestava la mancata riduzione della pena e la mancata esclusione della recidiva reiterata specifica infraquinquennale da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha ritenuto le contestazioni manifestamente infondate, confermando la correttezza e la logicità della motivazione della sentenza di appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Furto in abitazione: ricorso respinto e multa da tremila euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per concorso nel reato di furto in abitazione. L'imputato contestava la valutazione delle prove e la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare le prove di merito se la motivazione della sentenza impugnata è logica e coerente. Inoltre, la richiesta di attenuanti generiche è stata ritenuta inammissibile poiché non era stata proposta in sede di appello e, in ogni caso, la pena era stata correttamente quantificata in base ai precedenti penali del condannato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto in abitazione: l’impronta sul biglietto incastra il ladro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per furto in abitazione e furto aggravato. L'imputato era stato identificato grazie al ritrovamento delle sue impronte digitali sul biglietto autostradale utilizzato per pagare il pedaggio, dopo che il veicolo rubato (contenente un dispositivo di pagamento automatico) era transitato tra Pesaro e Bologna. La difesa contestava la qualità delle riprese video e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha confermato la validità della prova dattiloscopica e la correttezza della decisione dei giudici di merito, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Da furto in abitazione a furto semplice: assolta la cameriera
Una cameriera d'albergo, con libero accesso alle stanze, ha sottratto beni dall'alloggio privato di una socia della struttura. Inizialmente condannata per furto in abitazione, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa. I giudici hanno chiarito che, avendo la lavoratrice libero accesso alle camere per ragioni di lavoro, manca il nesso finalistico necessario per configurare il reato di furto in abitazione. Il fatto è stato quindi riqualificato come furto semplice aggravato dall'abuso di relazioni d'opera. Di conseguenza, ridotta la gravità del reato, la Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione dei reati per intervenuta prescrizione, annullando la condanna senza rinvio.
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Furto in abitazione: la maglietta incastra il ladro recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di furto in abitazione aggravato. L'imputato contestava l'identificazione avvenuta tramite telecamere e il ritrovamento di una maglietta specifica a casa sua, oltre all'errata indicazione dell'indirizzo del reato nel capo d'imputazione. I giudici hanno chiarito che la discrepanza sul luogo non lede il diritto di difesa se il fatto rimane sostanzialmente lo stesso. Inoltre, la forzatura della finestra configura l'aggravante della violenza sulle cose, mentre i numerosi precedenti penali precludono la concessione delle attenuanti generiche. L'imputato perde la causa e viene condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: quando il ricorso sulla pena è inammissibile
L'Imputato, condannato per il reato di furto in abitazione, ha proposto ricorso per Cassazione contestando il trattamento sanzionatorio e il bilanciamento tra le circostanze aggravanti e attenuanti effettuato dalla Corte d'Appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione e il bilanciamento delle circostanze costituiscono un potere discrezionale del giudice di merito. Tale scelta non è sindacabile in sede di legittimità se supportata da una motivazione logica e coerente, basata anche solo su alcuni dei parametri indicati dall'articolo 133 del codice penale. Di conseguenza, l'Imputato ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: tra prescrizione e tutela dei disabili
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di due donne condannate per diversi episodi di furto in abitazione aggravati da destrezza e minorata difesa ai danni di anziani. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per un tentativo di furto poiché il reato si era estinto per prescrizione prima della sentenza d'appello. Ha inoltre annullato con rinvio la condanna per un altro furto, stabilendo che le dichiarazioni delle vittime non potevano essere utilizzate come prova esclusiva senza riscontri, dato che la difesa si era opposta alla loro acquisizione. Ha invece confermato la responsabilità per il furto della collana d'oro a una donna in sedia a rotelle, ritenendo sussistenti le aggravanti della destrezza e della minorata difesa.
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Furto in abitazione: incastrate dagli alias e dalle telecamere
Tre donne sono state condannate per diversi episodi di furto in abitazione e indebito utilizzo di carte di credito ai danni di persone anziane e vulnerabili. Le imputate utilizzavano documenti falsi, alias e si spostavano dal Lazio alla Sicilia per colpire le vittime, alloggiando in hotel senza registrarsi. La Corte di Cassazione ha confermato la loro colpevolezza, ritenendo validi gli indizi raccolti, tra cui i riconoscimenti fotografici, i filmati delle telecamere di sicurezza e i tracciamenti telefonici. È stata inoltre confermata l'aggravante della minorata difesa, poiché le vittime erano anziane, sole e con difficoltà motorie. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi delle imputate, confermando in via definitiva le condanne e obbligandole al pagamento delle spese processuali.
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Furto in abitazione per vendetta: condannato anche senza lucro
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto in abitazione e danneggiamento dopo essere penetrato nell'appartamento confinante della Persona Offesa attraverso un foro nel muro, sottraendo una pelliccia e un piumino. La difesa ha sostenuto l'assenza del dolo specifico, poiché il gesto era motivato da dispetto e la refurtiva era stata subito restituita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che il fine di profitto, elemento costitutivo del furto, non deve avere necessariamente natura economica. Esso può consistere anche in un'utilità morale o non patrimoniale, come la soddisfazione di un sentimento di vendetta, ritorsione o dispetto personale.
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Furto in abitazione: la recidiva cancella lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di furto in abitazione. L'imputato contestava il bilanciamento tra le circostanze attenuanti generiche e la recidiva, ritenendo la decisione priva di adeguata motivazione. I giudici di legittimità hanno invece confermato la correttezza della sentenza d'appello. La decisione di considerare equivalenti le attenuanti e la recidiva è stata giustificata dalla spiccata propensione a delinquere del soggetto, già gravato da precedenti penali per furto e ricettazione. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione e al pagamento di una multa, oltre alle spese processuali e a una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Furto in abitazione: ricorso ripetitivo e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino straniero contro la sentenza d'appello che lo condannava per il reato di furto in abitazione aggravato. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e l'identificazione effettuata dalla polizia giudiziaria. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano una mera ripetizione di quanto già proposto e ampiamente respinto nei precedenti gradi di giudizio, senza apportare elementi di novità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Furto in abitazione: il finto gesso non salva il ladro
Un uomo, condannato per furto in abitazione e furto aggravato, ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che le sue condizioni fisiche, attestate da certificati medici che consigliavano un gesso coscia-piede, gli avrebbero impedito di compiere i reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il gesso era solo consigliato e non necessariamente indossato. Inoltre, le forze dell'ordine lo avevano riconosciuto chiaramente e sul luogo del delitto erano state trovate tracce di gesso. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: condannato l’operaio entrato per lavoro
Un lavoratore, introdotto in un'abitazione privata per svolgere interventi di manutenzione, si impossessa di alcuni gioielli della proprietaria. Nei gradi precedenti viene condannato per il reato di furto in abitazione. L'imputato propone ricorso in Cassazione, sostenendo che il fatto costituisca appropriazione indebita o furto semplice, poiché l'ingresso in casa era motivato dal lavoro e non dal disegno criminoso. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la responsabilità penale, rilevando che i motivi di ricorso sono generici e ripetitivi rispetto all'appello. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: perché i vizi di forma non salvano il reo
Il caso riguarda un uomo condannato per furto in abitazione in concorso. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la tardiva notifica dell'avviso di udienza in appello (solo sette giorni prima anziché venti), il mancato accoglimento della richiesta di riapertura dell'istruttoria per ascoltare un testimone e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il mancato rispetto del termine di comparizione genera una nullità che va eccepita prima della deliberazione della sentenza d'appello, pena la sanatoria del vizio. Inoltre, la richiesta di nuove prove in appello è un evento eccezionale, legittimamente negato se l'identificazione del colpevole è già solida grazie a foto e filmati. Infine, i precedenti penali specifici giustificano il diniego delle attenuanti. L'imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: condanna definitiva anche se c’è perdono
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per furto in abitazione e indebito utilizzo di una carta bancomat ai danni di una persona ipovedente. L'imputato sosteneva che il reato andasse riqualificato come furto semplice, con conseguente estinzione per avvenuta remissione della querela. I giudici hanno respinto la tesi: la questione sulla qualificazione giuridica non era stata sollevata in appello ed è quindi preclusa in sede di legittimità. Inoltre, la colpevolezza dell'imputato è stata confermata grazie alle riprese delle telecamere di sicurezza che lo ritraevano mentre prelevava denaro proprio mentre la vittima si trovava in questura a sporgere denuncia. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: la Cassazione nega lo sconto di pena
L'Imputato, condannato per il reato di furto in abitazione, ha proposto ricorso per Cassazione richiedendo la riqualificazione del fatto in furto semplice e lamentando l'eccessività della multa applicata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che le contestazioni erano generiche e non proponibili in sede di legittimità, specialmente dopo una precedente sentenza di annullamento con rinvio che vincolava la decisione del giudice di merito. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: restituire l’oro non cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per furto in abitazione aggravato. Gli imputati sostenevano che il reato fosse solo tentato perché i monili d'oro erano stati immediatamente recuperati e restituiti alla vittima. La Corte ha chiarito che il furto si consuma con la sottrazione della refurtiva, a prescindere dal successivo recupero. Inoltre, i giudici hanno negato le attenuanti generiche: la confessione, avvenuta dopo l'arresto in flagranza, è stata ritenuta tardiva, inutile per le indagini e finalizzata solo a ridurre la pena. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: la refurtiva in tasca incastra il colpevole
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di furto in abitazione. La donna era stata sorpresa in possesso di una tessera e di un foglietto sottratti dal cassetto di un mobile all'interno della casa della vittima. Durante il fermo, l'imputata aveva tentato inutilmente di disfarsi della refurtiva. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto in furto semplice. I giudici hanno confermato la gravità del reato poiché i beni sono stati sottratti da un luogo destinato a privata dimora. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: il cortile della caserma è privata dimora
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di furto in abitazione ai danni di un soggetto che si era introdotto nel cortile di una Scuola di Polizia, adibita ad alloggio per il personale, per sottrarre alcuni beni. L'Imputato contestava la qualificazione del fatto, sostenendo che il cortile non potesse considerarsi privata dimora. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che le aree pertinenziali e accessorie di un edificio destinato ad alloggio rientrano a pieno titolo nella nozione di privata dimora, in quanto luoghi non aperti al pubblico e destinati allo svolgimento di atti di vita privata. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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