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Fumus Commissi Delicti

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2111 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Sequestro preventivo di denaro: tasche vuote ma soldi nascosti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro il sequestro preventivo di denaro per un importo di 24.000 euro, confermando la misura a carico dell'indagato per ricettazione. L'uomo era stato trovato con le banconote confezionate sottovuoto nella cintura dei pantaloni. La difesa contestava la mancanza di prove sul reato presupposto. I giudici hanno chiarito che il sequestro preventivo di denaro è legittimo poiché concorrono molteplici indizi gravi: i precedenti penali per droga dell'indagato, le tracce di stupefacenti sulla pellicola dei soldi, l'assenza di redditi leciti e la distanza dal luogo di residenza. Questi elementi dimostrano la probabile origine illecita della somma.
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Sequestro preventivo: confermato il blocco per la finta polizza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il provvedimento di sequestro preventivo di circa tremila euro, ritenuto profitto di una truffa ai danni di una compagnia assicurativa. La difesa sosteneva l'assenza di prove sul concorso nel reato, ipotizzando al massimo la ricettazione. Tuttavia, i giudici hanno confermato la misura cautelare evidenziando la stretta contiguità temporale tra l'incasso dei premi falsi e il bonifico della metà esatta della somma sul conto del ricorrente nello stesso giorno. Inoltre, la ditta individuale dell'indagato richiamava il nome del falso firmatario delle polizze. L'Indagato perde la causa, il sequestro viene confermato e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro preventivo di denaro: 850mila euro tra droga e bugie
Durante una perquisizione domiciliare, le forze dell'ordine hanno rinvenuto oltre 850.000 euro in contanti nascosti nell'abitazione di un indagato per traffico di droga. Il giudice ha disposto il sequestro preventivo di denaro per il reato di ricettazione. I familiari conviventi dell'indagato, qualificandosi come terzi interessati, hanno impugnato il provvedimento sostenendo che la mancanza di reddito non bastasse a dimostrare l'origine illecita della somma. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il sequestro è legittimo poiché esistono indizi precisi sulla provenienza delittuosa del denaro, come i legami dell'indagato con il narcotraffico, il rinvenimento di appunti contabili e le modalità di occultamento della somma. Di conseguenza, il sequestro preventivo di denaro è stato confermato e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa aggravata e Superbonus: sequestro confermato
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo dei crediti d'imposta nei confronti di una società edile. L'Amministratore di Fatto e l'Amministratrice di Diritto avevano emesso fatture false e asseverazioni fittizie per lavori mai eseguiti, ottenendo indebitamente oltre quattro milioni di euro tramite le agevolazioni del Superbonus 110%. La Rappresentante Legale ha impugnato il sequestro, sostenendo che le fatture potessero precedere i lavori. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la cessione del credito richiede l'effettiva esecuzione delle opere. Di conseguenza, si configura il reato di truffa aggravata. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Attualità del pericolo di reiterazione: no al carcere dopo anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l'annullamento della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva revocato la misura per mancanza di attualità del pericolo di reiterazione, evidenziando che i fatti risalivano al 2022 e che non vi erano elementi recenti a dimostrazione di legami ancora attivi con la criminalità organizzata. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, ribadendo che il decorso di un significativo lasso di tempo senza indizi concreti di attività illecite esclude la necessità della misura cautelare. Di conseguenza, l'indagato rimane in stato di libertà rispetto a questa misura.
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Attualità delle esigenze cautelari: libero l’indagato dopo anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l'annullamento della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva revocato la misura per mancanza di attualità delle esigenze cautelari, evidenziando che tra la fine dei fatti contestati (aprile 2022) e l'applicazione della misura era trascorso un significativo lasso di tempo senza elementi concreti di persistenza dei legami criminali. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, ribadendo che il pericolo di reiterazione del reato richiede una valutazione di concretezza e vicinanza temporale ai fatti, non potendo basarsi su informative investigative prive di elementi di novità o relative a condotte ormai datate. Vince l'indagato, che resta libero.
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Autonoma valutazione: rinvio al PM e validità del sequestro
Il Tribunale del Riesame aveva annullato il sequestro preventivo di oltre seicentomila euro a carico di un indagato, accusato di omessa comunicazione di variazioni patrimoniali. Secondo il Tribunale, il provvedimento del Giudice per le indagini preliminari mancava di autonoma valutazione, essendosi limitato a recepire la richiesta del Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, chiarendo che l'autonoma valutazione non impone una riscrittura originale dei fatti. Se le prove (come accertamenti bancari e della Guardia di Finanza) sono chiare e dirette, il giudice può motivare anche richiamando la richiesta dell'accusa, purché emerga un esame critico. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione del Riesame, ordinando un nuovo giudizio.
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Immissione sul mercato: sequestro nullo per i peluche in dogana
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il sequestro di 27.000 peluche importati dalla Cina e privi di marchio CE. L'indagata, legale rappresentante di una società d'importazione, contestava il reato di commercio di giocattoli non sicuri, sostenendo che la merce, bloccata in dogana, non fosse ancora oggetto di immissione sul mercato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il Tribunale del Riesame ha fornito una motivazione apparente, deducendo l'avvenuta immissione sul mercato solo dalla natura commerciale della società. Il giudice del rinvio dovrà ora verificare se l'importazione avesse effettivamente superato la fase doganale per entrare nel circuito distributivo, applicando i corretti criteri normativi nazionali ed europei sulla sicurezza dei prodotti.
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Sequestro preventivo: la prescrizione non salva l’abuso
Il proprietario di un'area costiera protetta ha impugnato il mantenimento del sequestro preventivo sul proprio stabilimento balneare abusivo, sostenendo l'avvenuta prescrizione dei reati edilizi e paesaggistici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che spetta alla difesa l'onere di allegare in modo preciso e documentato la cronologia degli atti per dimostrare la prescrizione, non bastando un semplice calcolo aritmetico. Inoltre, i giudici hanno confermato la necessità del vincolo cautelare a causa del grave impatto ambientale e del concreto pericolo di crollo della falesia costiera, indipendentemente dalle vicende estintive dei singoli reati. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Abuso edilizio su demanio marittimo: sequestro a Ischia
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di una porzione di terrazza e di un molo di una struttura ricettiva a Ischia. I giudici hanno rilevato un grave abuso edilizio su demanio marittimo, in quanto le opere erano state ampliate senza concessione demaniale suppletiva né autorizzazione paesaggistica. La difesa sosteneva la prescrizione del reato e la natura pubblica delle opere. Tuttavia, la Corte ha stabilito che qualsiasi intervento successivo su un manufatto abusivo ne riattiva l'illegalità, impedendo la prescrizione. Inoltre, l'uso continuo delle strutture abusive aggrava l'impatto ambientale sulla costa. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando il sequestro e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese.
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Sequestro preventivo: camion bloccato nonostante i FIR falsi
Il Tribunale di Lecce confermava il sequestro preventivo di un autoarticolato utilizzato per trasporti illeciti di rifiuti. L'Amministratrice della società proprietaria del mezzo proponeva ricorso per Cassazione, lamentando l'assenza del fumus commissi delicti e sostenendo la falsità dei formulari di identificazione dei rifiuti (FIR) dell'accusa. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in tema di misure cautelari reali, il controllo di legittimità sulla motivazione è limitato ai casi di mancanza o apparenza radicale della stessa. Nel caso di specie, la motivazione del Tribunale era logica e coerente, avendo evidenziato le insanabili contraddizioni della difesa e l'inverosimiglianza della tesi del trasporto eseguito a insaputa della società. Di conseguenza, il sequestro preventivo è stato confermato e la ricorrente è stata condannata alle spese.
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Maltrattamento di animali: confermato il sequestro di 224 husky
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di 224 cani di razza Siberian Husky ai danni di un allevatore, accusato del reato di maltrattamento di animali (art. 544-ter c.p.). Il Tribunale del Riesame aveva convalidato la misura a causa delle gravissime condizioni igienico-sanitarie della struttura, del forte sovraffollamento e dello stato di denutrizione e disidratazione riscontrato su oltre il 41% degli esemplari. L'allevatore ha proposto ricorso lamentando vizi procedurali e contestando le valutazioni di fatto dei giudici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la detenzione di animali in condizioni produttive di gravi sofferenze integra il reato contestato. L'allevatore perde la custodia dei cani ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Arresti domiciliari per reati fiscali: dimissioni inutili col web
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per reati fiscali e riciclaggio a carico di un indagato. La difesa contestava la competenza territoriale e l'attualità del pericolo di recidiva, evidenziando che l'indagato si era dimesso dalle cariche societarie. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che la competenza spetta alla Procura che per prima ha iscritto la notizia di reato, non essendo possibile individuare il luogo esatto di consumazione dei delitti. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che le dimissioni non escludono il rischio di reiterazione del reato, poiché le condotte illecite venivano realizzate tramite piattaforme online e strumenti digitali facilmente utilizzabili anche da casa. Di conseguenza, la misura restrittiva è stata pienamente confermata.
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Fatture per operazioni inesistenti: lavoro reale ma frode vera
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero contro il diniego di sequestro preventivo nei confronti dell'Amministratore di una società accusato di frode fiscale. L'accusa ipotizzava un sistema di interposizione fittizia in cui la società riceveva ed emetteva fatture per operazioni inesistenti relative a prestazioni di manodopera, mascherate da contratti di appalto. Il Tribunale del Riesame aveva escluso il reato ritenendo che le prestazioni fossero state realmente eseguite. La Cassazione ha invece chiarito che il reato si configura anche in caso di inesistenza soggettiva, ossia quando l'operazione è reale ma compiuta da soggetti diversi da quelli indicati in fattura. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Omesso versamento IVA: il sequestro si basa solo sul dichiarato
Il Tribunale di Torino aveva confermato il sequestro preventivo dei beni di un contribuente, accusato del reato di omesso versamento IVA per l'anno d'imposta 2017. Il sequestro si basava su accertamenti dell'Agenzia delle Entrate e su annualità diverse. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, stabilendo che per calcolare il superamento della soglia di punibilità del reato di omesso versamento IVA bisogna fare riferimento esclusivamente al debito indicato nella dichiarazione annuale (rigo VL38) e non a quello effettivo calcolato a seguito di controlli esterni. Di conseguenza, i giudici hanno annullato il provvedimento di sequestro, ordinando al Tribunale di riesaminare il caso basandosi solo sulla dichiarazione fiscale corretta.
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Crediti d’imposta inesistenti: sequestro legittimo se c’è frode
Il Tribunale del Riesame aveva annullato il sequestro preventivo a carico di un imprenditore, accusato di aver compensato debiti previdenziali usando crediti d'imposta inesistenti. Il giudice del riesame riteneva violato il principio del divieto di doppio giudizio, poiché la Procura di un'altra città indagava già sullo stesso soggetto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica. I giudici hanno chiarito che le due indagini riguardavano fatti diversi: una contestava l'uso di crediti d'imposta inesistenti (del tutto inventati), l'altra l'uso di crediti non spettanti (esistenti ma non utilizzabili). Trattandosi di reati differenti per natura, prove e importi, il sequestro è legittimo e non vi è alcuna duplicazione. La Cassazione ha quindi annullato la decisione del Riesame, ordinando un nuovo giudizio.
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Sequestro preventivo di quote societarie: i soci terzi perdono
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da alcuni soci di minoranza, terzi estranei al reato di traffico illecito di rifiuti, contro il decreto di sequestro preventivo di quote societarie e dell'intero patrimonio aziendale. I giudici hanno chiarito che il singolo socio non è legittimato a impugnare il sequestro dei beni di proprietà della società, ma solo quello delle proprie quote. Inoltre, la Cassazione ha stabilito che il sequestro preventivo di quote societarie appartenenti a terzi in buona fede è pienamente legittimo se sussiste un nesso di strumentalità con il reato, ossia se la libera disponibilità delle quote rischia di agevolare la continuazione dell'attività criminosa. Di conseguenza, i ricorrenti hanno perso il ricorso e sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: tasse pagate ma il gasolio resta bloccato
L'Amministratore di un'azienda di carburanti ha impugnato il sequestro preventivo di oltre duecentomila chili di gasolio e di diversi automezzi, disposto nell'ambito di un'indagine per una complessa frode fiscale sulle accise. La difesa sosteneva che le imposte fossero state regolarmente pagate e che mancasse il collegamento tra i beni e il reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che il Tribunale del riesame ha motivato in modo corretto e dettagliato il nesso di pertinenzialità tra il carburante sequestrato e l'attività illecita. Il sequestro preventivo è stato quindi confermato, poiché il ricorso contestava solo la valutazione dei fatti, aspetto non sindacabile in Cassazione per questo tipo di provvedimenti.
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Sequestro preventivo: quote bloccate contro i prestanomi
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo delle quote di una società odontoiatrica e del conto corrente di un indagato. Il ricorrente contestava la misura, sostenendo di essere un semplice consulente e negando la presenza di indizi. Tuttavia, le indagini e le intercettazioni hanno rivelato che la società era gestita da amministratori di fatto che utilizzavano prestanomi ("teste di legno") privi di risorse economiche per occultare attività illecite, tra cui bancarotta e riciclaggio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il sequestro preventivo può essere impugnato in Cassazione solo per violazione di legge e non per rivalutare i fatti. Il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo quote societarie: il prestanome perde tutto
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo quote societarie di uno studio odontoiatrico, formalmente intestate a una donna straniera ma ritenute fittiziamente registrate a suo nome. Le indagini hanno rivelato che i reali amministratori della società erano due professionisti accusati di bancarotta fraudolenta e altri reati finanziari. La donna, compagna di uno dei precedenti prestanome e priva di reddito, è stata considerata una mera "testa di legno". La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna, ribadendo che il sequestro preventivo quote societarie è pienamente legittimo anche se i beni appartengono formalmente a terzi estranei, qualora emerga il carattere fittizio dell'intestazione e la necessità di impedire la continuazione dell'attività criminosa. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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