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Forza Maggiore — Anno 2022

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138 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Forza Maggiore

Provvedimenti

Morte del legale: niente restituzione nel termine senza vigilanza
Due imputati hanno chiesto la restituzione nel termine per impugnare una condanna penale, sostenendo di non aver saputo della morte del loro difensore di fiducia. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando i ricorsi inammissibili. I giudici hanno stabilito che la decisione sulla richiesta può essere presa senza udienza. Inoltre, la morte del legale non costituisce automaticamente forza maggiore se i clienti dimostrano totale disinteresse per il processo, lasciando trascorrere molto tempo senza chiedere notizie. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento di una sanzione pecuniaria.
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Restituzione in termini negata: l’errore del legale non è forza maggiore
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un cittadino che chiedeva la restituzione in termini per presentare l'appello contro una condanna per omicidio colposo. Il difensore sosteneva che l'emergenza Covid-19 e un'informazione incompleta della cancelleria avessero costituito una causa di forza maggiore. La Suprema Corte ha chiarito che la restituzione in termini richiede un impedimento assoluto e non superabile. Nel caso specifico, la cancelleria aveva fornito un'informazione corretta al momento della richiesta e la sentenza era stata depositata nei termini prorogati dalla legge. L'errore o la mancata verifica successiva da parte del legale rientrano nella mancanza di ordinaria diligenza e non integrano la forza maggiore. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Risarcimento danni per crollo muro: l’orto batte il nubifragio
I comproprietari di un immobile hanno richiesto il risarcimento danni per crollo muro di confine, causato dalla realizzazione di un orto da parte del vicino. Una precedente sentenza passata in giudicato aveva gi" accertato la responsabilit" esclusiva del vicino, condannandolo alla ricostruzione. La Corte d'Appello ha successivamente quantificato il danno in oltre 143.000 euro. Il vicino ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo la presenza di un nubifragio eccezionale come causa di forza maggiore e lamentando la violazione delle distanze legali del vecchio muro. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la responsabilit" del vicino era ormai definitiva e che le contestazioni sulle distanze di un muro gi" crollato non erano pi" attuali. Il vicino perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Omesso versamento dell’IVA: la crisi non salva dalla condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore condannato per il reato di omesso versamento dell'IVA. La difesa sosteneva che il mancato pagamento fosse dovuto a una grave crisi di liquidità, configurabile come causa di forza maggiore. La Suprema Corte ha rigettato questa tesi, evidenziando che l'imprenditore ha scelto deliberatamente di pagare altri creditori, come banche e fornitori, a scapito dell'erario, realizzando un vero e proprio autofinanziamento illecito. Inoltre, i giudici hanno escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto, poiché l'importo non versato superava di oltre centomila euro la soglia di punibilità penale, e hanno negato le attenuanti per il risarcimento parziale, richiedendo la legge un ristoro integrale del debito erariale. L'imprenditore perde definitivamente il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese.
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Inutilizzabilità documenti accertamento: stop al Fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento induttivo contro una Società, contestando l'omessa presentazione delle dichiarazioni e la mancata risposta a un questionario. La Società ha eccepito che l'omissione dipendeva dal comportamento doloso del proprio consulente infedele e ha prodotto in giudizio la documentazione contabile. I giudici di merito hanno ritenuto tali prove inutilizzabili. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della Società, stabilendo che l'inutilizzabilità documenti accertamento non opera se il Fisco non ha espressamente avvertito il contribuente delle conseguenze della mancata risposta al questionario. Inoltre, il comportamento del consulente infedele può configurare una causa di forza maggiore. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Omesso versamento IVA: il cliente non paga ma il sequestro resta
L'Amministratore di una società ha impugnato il sequestro preventivo per equivalente disposto a seguito del reato di omesso versamento IVA per gli anni 2016 e 2017. La difesa ha sostenuto che il mancato pagamento fosse dovuto al mancato incasso delle fatture da parte del cliente principale, poi fallito, invocando la forza maggiore e l'assenza di dolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di versare l'imposta prescinde dall'effettiva riscossione del corrispettivo, rientrando il mancato pagamento del cliente nel normale rischio d'impresa. Inoltre, l'imprenditore non ha dimostrato di aver attivato tempestive azioni di recupero crediti. Di conseguenza, il sequestro dei beni dell'amministratore è stato confermato e lo stesso è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Restituzione nel termine: l’errore del legale non scusa il reo
Il Condannato, dopo una condanna per ricettazione, ha richiesto la restituzione nel termine per proporre appello. Il suo difensore ha sostenuto che il mancato rispetto della scadenza fosse dovuto a un caso fortuito, ossia alla mancata comunicazione della sentenza da parte del difensore d'ufficio presso lo studio del difensore di fiducia eletto come domicilio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che la negligenza o la mancata comunicazione da parte del difensore d'ufficio o di fiducia non costituisce mai caso fortuito o forza maggiore. Il professionista domiciliatario ha infatti l'obbligo di vigilare sull'andamento del processo con la normale diligenza.
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Restituzione nel termine: no alla mail non certificata
Il Ricorrente ha presentato un ricorso tardivo in Cassazione contro una sentenza d'appello, richiedendo contestualmente la restituzione nel termine. La difesa ha cercato di giustificare il ritardo allegando una comunicazione via posta elettronica. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la mail prodotta era priva di valore in quanto apocrifa e inidonea a dimostrare il caso fortuito o la forza maggiore. Di conseguenza, l'invocata restituzione nel termine è stata negata, confermando che i problemi telematici non documentati non sollevano il difensore dai propri obblighi di diligenza professionale. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Revoca delle agevolazioni fiscali: no alla forza maggiore
L'Agenzia delle Entrate ha disposto la revoca delle agevolazioni fiscali (imposta di registro ridotta all'1%) originariamente concesse a una società immobiliare per l'acquisto di un complesso edilizio. L'agevolazione richiedeva la rivendita dei beni entro tre anni, termine non rispettato. La società si è difesa invocando la causa di forza maggiore: la destinazione urbanistica preesistente a "casa albergo" impediva la vendita frazionata delle singole unità senza incorrere nel reato di lottizzazione abusiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che la destinazione urbanistica preesisteva all'acquisto ed era conoscibile tramite i piani regolatori comunali. Di conseguenza, mancando il requisito dell'imprevedibilità, non si configura alcuna forza maggiore. La società perde definitivamente la causa e deve pagare le spese del giudizio di legittimità.
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Restituzione in termini: e-mail all’ufficio sbagliato costa cara
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato che chiedeva la restituzione in termini per impugnare una sentenza di condanna. Il difensore sosteneva di non aver potuto rispettare la scadenza a causa dell'emergenza Covid-19, di un errore ortografico nel cognome dell'assistito e della mancata risposta alle sue e-mail. La Suprema Corte ha chiarito che l'errore sul nome era irrilevante e che il difensore ha indirizzato le richieste di informazioni all'Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP) anziché alla cancelleria competente. La restituzione in termini per forza maggiore richiede la prova rigorosa di un impedimento assoluto, non potendo derivare da negligenze o errori nell'individuazione dell'ufficio giudiziario corretto. Di conseguenza, l'imputato perde il diritto di impugnare la sentenza e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Omesso versamento di ritenute: stipendi pagati ma resta il reato
L'Amministratore di una società è stato condannato a sei mesi di reclusione per il reato di omesso versamento di ritenute per oltre 221mila euro. In primo grado era stato assolto perché il giudice aveva ritenuto che la crisi aziendale e la necessità di pagare gli stipendi ai dipendenti escludessero la colpevolezza. La Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, e la Corte di Cassazione ha confermato la condanna. I giudici hanno chiarito che la crisi di liquidità e la scelta di pagare i lavoratori anziché il fisco non costituiscono una causa di forza maggiore. Trattenere le somme e usarle per altri scopi aziendali dimostra l'intenzione di non pagare le tasse, configurando pienamente il reato.
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Omesso versamento di ritenute: la crisi non salva dal dolo
L'Amministratore di una società è stato condannato per il reato di omesso versamento di ritenute certificate per l'anno d'imposta 2014, avendo superato la soglia di punibilità penale. La difesa ha sostenuto che l'omissione fosse dovuta a una grave crisi di liquidità aziendale e ha chiesto l'applicazione della particolare tenuità del fatto e la revoca della confisca, evidenziando un piano di rateizzazione in corso con l'Agenzia delle Entrate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la crisi di liquidità non esclude il dolo se si scelgono di pagare altri creditori anziché il fisco. Inoltre, la confisca dei beni rimane valida anche in presenza di un piano di rateizzazione, ma la sua esecuzione è sospesa finché il contribuente rispetta regolarmente i pagamenti concordati.
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Omesso versamento IVA: pagare i dipendenti non evita la condanna
Un imprenditore è stato condannato per il reato di omesso versamento IVA. La difesa ha sostenuto che il mancato pagamento fosse dovuto a una grave crisi aziendale e alla necessità di pagare gli stipendi dei dipendenti con le uniche risorse disponibili, invocando la forza maggiore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che la crisi di liquidità non esclude la colpevolezza, a meno che l'imprenditore non dimostri di aver fatto tutto il possibile per reperire i fondi necessari e di aver adottato idonee soluzioni organizzative. La semplice presentazione dei bilanci in perdita non basta a provare l'impossibilità assoluta di pagare il tributo. Di conseguenza, l'imprenditore è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Omesso versamento ritenute previdenziali: la crisi non salva
L'Imprenditore, in qualità di legale rappresentante di una società, è stato condannato per il reato di omesso versamento ritenute previdenziali ed assistenziali per gli anni 2013 e 2014. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione lamentando la crisi aziendale, la mancanza di liquidità che ha imposto di preferire il pagamento degli stipendi dei dipendenti rispetto ai contributi, e il rifiuto di acquisire nuove prove in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la crisi economica e il successivo fallimento non escludono il dolo generico del reato. Il datore di lavoro ha il preciso dovere di ripartire le risorse disponibili per garantire sia le retribuzioni sia i relativi contributi previdenziali, non potendo invocare la mancanza di liquidità come giustificazione.
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Restituzione nel termine negata se l’avvocato sbaglia i calcoli
Il Condannato ha presentato appello in ritardo rispetto ai termini ordinari. La difesa ha giustificato il ritardo sostenendo che la motivazione della sentenza indicava erroneamente un termine di novanta giorni per il deposito, inducendo in errore lo studio legale. Per questo motivo, ha richiesto la restituzione nel termine. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che in caso di contrasto tra dispositivo e motivazione prevale sempre il dispositivo letto in udienza. L'errore del difensore nell'interpretare i termini di legge non costituisce un caso fortuito o forza maggiore, escludendo la possibilità di ottenere la restituzione nel termine. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Agevolazione prima casa: il Fisco perde se il Comune ritarda
I contribuenti hanno impugnato un avviso di liquidazione con cui l'Agenzia delle Entrate revocava l'agevolazione prima casa. I cittadini avevano richiesto il trasferimento della residenza nel Comune dell'immobile, ma la procedura amministrativa non si era conclusa in tempo per via dei ritardi del Comune. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione al Fisco, ritenendo non provato l'effettivo trasferimento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei contribuenti, stabilendo che il ritardo causato dall'inerzia della pubblica amministrazione può costituire una causa di forza maggiore. Di conseguenza, l'agevolazione prima casa non si perde se il ritardo nel trasferimento della residenza è dovuto a impedimenti burocratici imprevedibili e inevitabili, non imputabili al cittadino. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Agevolazioni prima casa: residenza anagrafica batte dimora di fatto
Un contribuente ha acquistato un immobile usufruendo delle agevolazioni prima casa, ma non ha trasferito la propria residenza anagrafica nel Comune entro il termine di diciotto mesi previsto dalla legge. L'Amministrazione Finanziaria ha quindi revocato i benefici, richiedendo l'imposta di registro ordinaria. Il contribuente ha impugnato l'atto sostenendo di aver trasferito la dimora di fatto e di lavorare in quel Comune. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che solo il trasferimento della residenza anagrafica entro i termini evita la decadenza, salvo casi di forza maggiore sopravvenuta. Inoltre, l'attività lavorativa come criterio alternativo deve essere espressamente dichiarata nell'atto notarile di acquisto. Di conseguenza, il contribuente perde definitivamente le agevolazioni prima casa e deve pagare le imposte ordinarie e le spese di giudizio.
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Bancarotta fraudolenta: l’amministratore formale paga per tutti
L'Amministratore di una società alberghiera è stato condannato per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. L'imputato si è difeso sostenendo che la sua ex compagna, amministratrice di fatto, avesse sottratto i libri contabili per ritorsione personale e che i beni aziendali non fossero stati distratti da lui. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'amministratore di diritto ha il dovere personale e inderogabile di conservare e consegnare le scritture contabili al curatore. La presenza di un amministratore di fatto non esclude la responsabilità di quello formale, a meno che non venga provata una reale causa di forza maggiore, che nel caso specifico non è stata dimostrata. Di conseguenza, la condanna penale è stata interamente confermata.
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